A Nord Est (Visioni Fuori Raccordo 2010)

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Davvero interessante il documentario A Nord Est di Milo Adami e Luca Scivoletto, perché, accompagnandoci in un viaggio nell’area più produttiva del paese, ci rende partecipi dell’evoluzione del paesaggio divenuto sempre più  appendice dei complessi industriali, e lo fa utilizzando uno stile assai interessante che ricorda, non poco, quello dell’inchiesta che Jean-Luc Godard mise in scena nel 1968 con Due o tre cose che so di lei, docu-film in cui la cinepresa, nella prima parte, osservava gelidamente il mutamento dell’architettura urbana prodotto da un piano regolatore che, infischiandosene dell’armonia e della vivibilità, stava trasformando la città di Parigi in un immenso cantiere a cielo aperto, destinato a divenire una struttura volta unicamente a agevolare la logica dei consumi. Mutazione che aveva già fortemente inorridito, molti anni prima del suo “doppio pubblico” (così Enrico Ghezzi ama definire Godard rispetto all’autore de “La società dello spettacolo”, e non si può che concordare), Guy Debord che, nei suoi film, “sempre letti e mai visti”, aveva espresso lo stesso desolato sconcerto. Ritorna alla memoria, inoltre, vedendo le carrellate che in A Nord Est riprendono, da un’auto in movimento, gli edifici ai bordi delle strade,  l’inizio di Nicht versöhnt oder Es hilft nur Gewalt, wo Gewalt herrscht, che la coppia Straub/Huillet realizzò nel 1965. Accostamenti quanto mai lusinghieri, ma queste sono le suggestioni provocate dalla visione di questo documentario, almeno secondo l’opinione dello scrivente.

Insomma la forma utilizzata per effettuare la ricognizione dello stato attuale del territorio compreso tra Mestre e il lago di Garda risulta davvero efficace, e basterebbe, da sola, a decretare la bontà dell’operazione. Successivamente assistiamo alle interviste che gli autori hanno realizzato presso la popolazione locale, fatta di contadini e piccoli proprietari terrieri che, all’unanimità, lamentano la costante riduzione della quantità di terra coltivabile rispetto al proliferare delle zone industriali. Rammarico più che condivisibile, ma che tradisce una nostalgia per il passato abbastanza gratuita, vagamente reazionaria, che non aggiunge nulla a quanto di buono è stato già veicolato attraverso lo scorrere delle immagini mute. Insomma, l’adagio è sempre lo stesso: non possiamo biasimare lo sviluppo industriale (anche se Pasolini avrebbe preferito il termine “ progresso”), perché il problema non può essere affrontato auspicando un ritorno impossibile a un passato edenico, definitivamente smarrito, piuttosto bisognerebbe cavalcare ancor più la crescita tecnologica che, a dispetto dell’opinione comune, non è ancora sufficiente. Cioè una tecnologia così avanzata che, applicata all’industria, sia capace di ridurre drasticamente gli effetti nocivi sull’ambiente: insomma, una tecnologia intelligente davvero.

Luca Biscontini



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