Lontano Lontano: conversazione con Gianni Di Gregorio

Di cinema e d'amicizia, di Ennio Fantastichini e di attori che diventano compagni di viaggio. L'intervista a Gianni Di Gregorio è l'occasione per parlare del suo nuovo film, Lontano Lontano, e per ricordare di guardare alla vita come esseri umani

  • Anno: 2020
  • Durata: 90'
  • Distribuzione: Parthénos
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Gianni Di Gregorio
  • Data di uscita: 20-February-2020

Mi pare si possa dire che Lontano Lontano parta da dove era finito il precedente. Se in Buoni a nulla i problemi del protagonista erano quelli di chi si ritrova vicino alla pensione, in Lontano Lontano si racconta ciò che viene dopo. Il professore come pure i suoi compagni di viaggio lo sono già e il loro problema è quello di non riuscire a vivere con i soldi della retribuzione statale.

Sì, hai ragione. Quelli sono dei personaggi in divenire, che continuano a vivere, ma in fondo è sempre lui. Il professore si ritrova in pensione, quindi è vero, gravito sempre intorno a quella cosa. L’ho pensato anche io quello che dici tu: questa idea dell’inconscio, di cui lì per lì non mi sono reso conto. Di fatto, si tratta di una continuazione del lungometraggio precedente.

Cosa che tra l’altro è una caratteristica dei tuoi film. Se vogliamo trovare un paragone, ti comporti come Woody Allen, attraversando con questa leggerezza profonda e problematica tutti i tuoi film. Racconti cioè il divenire o, se vuoi, le avventure esistenziali di un personaggio che potrebbe essere sempre lo stesso, colto nelle diverse fasi della vita.

Beh, questo è molto bello e ti ringrazio di avermelo detto. Effettivamente, si tratta di una ricerca fatta sull’uomo in qualche maniera. Ciò che dici mi gratifica, perché forse è vero. Diciamo che io ho avuto successo lavorando sempre nel cinema, però la fama è arrivata tardi, a 55 anni, e forse con la maturità questo mi ha aiutato. Voglio dire che mi ha permesso di pensare all’uomo, di pensare a noi, poveri essere umani, con affetto, rispetto e comprensione, in qualche maniera. E questa cosa ha funzionato. Anche in questo film sento che la storia è in fondo il pretesto per raccontare delle persone semplici, se vuoi molto rudimentali, però ancora cariche della dignità umana, della tolleranza, del riconoscimento del diverso, insomma cose che fanno parte della vita. Gente piena di elementi buoni, quelli che abbiamo in dotazione, ma di cui ogni tanto ci dimentichiamo. Mi piaceva parlare di questo, di questa gente qui.

In effetti, proprio questo modo di raccontare e di recuperare la dignità e i valori forti dell’essere umano sono un po’ dimenticati. Spesso i tuoi film sono girati a Roma, nel centro, in quella parte di città più tradizionale e, forse, proprio per il loro modo di essere i personaggi risultano come isolati, persone invisibili che invece tu riporti alla luce. Sono dimenticati forse perché sono umani troppo umani.

È bellissimo ciò che hai detto. Si, io mi ero ispirato in particolare a un personaggio e da lì, poi, sono diventati tre. Ciononostante, per il primo mi sono ispirato a un mio vecchio amico, poi fatto interpretare a Giorgio Colangeli, che era un uomo buono, quasi un clochard dei bar di Trastevere. Lo chiamavano Il vichingo ed è lo stesso che usai ne Il Pranzo di Ferragosto. Lui è stato un po’ la mia musa ispiratrice: un uomo normale che però detiene dei valori, ascolta tutti e ha ancora la capacità di appassionarsi alla storia di un altro. L’altro, invece, fatto dal grandissimo Ennio Fantastichini, che ci manca tantissimo, è stato tratteggiato a partire da un suo amico che aveva il banco a Porta Portese. Dunque, aveva un modello incredibile da seguire, un suo amico caro. Colangeli si è calato in questo personaggio in modo pazzesco. Io avevo uno script fatto davvero bene, però avere con me questi due attori è stato come possedere il motore di una Ferrari. Mi sono ritrovato a guidare una macchina che non credevo essere cosi potente. Li ho seguiti, a volte lasciandoli improvvisare: spesso finivano le scene con delle battute personali. Ho pensato che tutto avesse una vita e poi è diventato vero, vivente. Con questi attori, a cui bisogna aggiungere anche Roberto Herlitzka, tutto era possibile. Sono stati il motore del film. Io, sostanzialmente, li ho seguiti.

In realtà, quello che dici ti corrisponde sia come regista che come attore. Cioè il tuo cinema e il tuo personaggio all’interno dei tuoi film fa una cosa che oggi è raro fare e cioè quella di mettersi in ascolto, traghettando i personaggi che incontra, riportandone le storie.

Si, hai ragione. Seguirli e condurli nell’ombra è forse una cosa data dalla natura mite che ho.

Normalmente chi è al tuo posto – e lo vediamo nella tv e nel cinema -, vale a dire chi guida e ha altri passeggeri anche quando fa finta di ascoltarli tende a prevaricarli. Il tuo cinema invece lascia spazio, si mette in ascolto.

Hai ragione. È vero e sai perché ? Io sono così, come temperamento. Chiedo sempre per favore, se una cosa si può fare e in questo modo spesso si ottiene tanto perché quando c’è armonia ognuno porta qualcosa. Sono sicuro che sia Fantastichini che Colangeli pensassero di dire quella particolare battuta nel finale, che poi si è rivelata una sorpresa, una cosa del tutto nuova. Alla fine di ogni scena riuscivano a creare una piccola meraviglia proprio perché partecipavano con un’armonia a un progetto. Se uno vuole prevaricare, penso che non riesce a ricavare cose del genere.

In effetti, Lontano Lontano è un film che segue gli attori da vicino, in tal modo riuscendo a mettere in primo piano l’armonia con cui Fantastichini, Colangeli e te fate da sponda alle battute degli altri, assecondandone i tempi. L’equilibrio che riuscite a raggiungere fa sì che Lontano Lontano diventi una canzone.

Le tue parole mi commuovono, perché l’intenzione era proprio quella. Devo dire che forse ad aiutarmi è stata anche la natura di queste persone, perché anche loro avevano quello spirito buono, tra virgolette, quella cosa che ci siamo detti prima, sai, quell’anima gentile. C’è stato cioè un rispetto reciproco e una cooperazione che io non avevo mai registrato prima. Per me è stata un’esperienza nuova. Con attori di questo calibro non avevo mai lavorato. Alla fine mi sono ritrovato con un apporto artistico e umano pazzesco e ti dico che erano anche loro a favorire questa coesione.

Come i film precedenti, Lontano Lontano si apre allumano e all’umanità. A sottolineare questa predisposizione insiste il fatto che tu ancora una volta allestisci un racconto estivo, il quale naturalmente ti spinge fuori dalle stanze e per le strade, nel quartiere e nei bar a incontrare persone. 

Hai ragione. Finisco sempre per girare in Agosto, però è una cosa inconscia, relativa allo stare fuori. Sai, uno come me, nato nel centro storico, ai limiti di Trastevere, cresciuto nella parte più popolare della città… Forse è il mio mistero. D’altronde, anche io mi domando se sono un intellettuale o un trasteverino. Forse, entrambe le cose, con una spiccata tendenza verso il popolo, perché io sono cresciuto veramente con gente come quella del film. Quindi ho amore, rispetto e una conoscenza vera di queste cose, che alla fine viene fuori.

Il modo in cui guardi alla realtà e ai tuoi personaggi trova coerenza nella forma dei tuoi film. Mi sembra ci sia la volontà di ricercare un linguaggio più semplice e leggero che, in quanto tale, diventa universale. Una forma che lascia spazio alla passione e al sentimento, arrivando a toccare il cuore del spettatore. Nel modo in cui posizioni la macchina da presa si evince questa volontà.

Questo che mi hai detto non me lo ha detto mai nessuno ed è una cosa bellissima. In effetti, da ragazzo ho sentito le lezioni di Roberto Rossellini, il quale, mi ricordo, a proposito di semplicità diceva “davanti alla tecnologia e alle macchine che cambiano” – ti parlo degli anni Settanta – “fregatevene e preoccupatevi di ciò che gli sta davanti, perché la camera è solo uno strumento, una penna per scrivere il film”. Questa cosa mi colpì. In verità seguii poche lezioni, ma l’ho citato perché lui è nel mio cuore a motivarmi in profondità, a farmi procedere per semplificazioni. Cerco di farlo il più possibile. Questo vale anche per i costi dei film e per gli sprechi: cerco sempre, nel mio piccolo, di rimanere rosselliniano (ride, ndr). Della forma a noi registi si chiede poco, per cui ben venga questa domanda.

È pure vero che nel tuo cinema sei in grado di fare le cosiddette immagini meta-cinematografiche. Qui ne fai due che si differenziano dalle altre: parlo di quella in cui mostri l’alienazione del personaggio di Colangeli nel palazzo dell’Inps, dove il campo lungo enfatizza la distanza che lo separa dall’uomo delle informazioni e poi, ancora, nel finale, nella scena dal sapore del western all’italiana, in cui i personaggi, isolati nel paesaggio naturale sotto il cielo a piombo, mangiano l’anguria.

Ti devo dire la verità: un regista capisce il film quando si ritrova a parlarne con i critici e questo è un dato di fatto. In questo caso la domanda mi parla di cose più profonde, perché io ci tengo sempre alla forma, alla lunghezza delle inquadrature, nulla è casuale. Come accade nel finale, prima che arrivino all’anguria. A quella ripresa lì ci ho tenuto tanto, era complicata.

Tornando alla storia, il film inizia con questa sorta di migrazione al contrario. Poi sembra che, in realtà, per come si sviluppa il film, e con l’entrata in campo del ragazzo extracomunitario – il vero migrante -, tu prendi il contesto fatto di discussioni anche feroci per rimetterlo sotto un giusto punto di vista, quello per cui siamo costretti a dire di non poterci lamentare della nostra condizione. Lontano Lontano pare dirci che, sì, non stiamo benissimo, ma comunque possiamo essere felici con quello che abbiamo.

Questa era una cosa che sentivo nel profondo. Voglio dire: bisogna lamentarsi un po’ meno, pensando a come stanno tante popolazioni. Dobbiamo cioè, e quanto meno, darci una regolata, nell’anima e nella testa. Anche nel dialogo tra Fantastichini e la figlia, quello in cui la ragazza gli fa capire che non è un proprio poveraccio e che le sfortune son ben altre. Ci tenevo a dire che noi ci lamentiamo, invece dobbiamo pensare a chi sta peggio.

Dici anche che ognuno di loro, noi inclusi, abbiamo tutti, sempre, qualcosa da perdere. All’inizio sembra riguardi solo noi. Poi, invece, con il progredire della storia, dimostri il contrario.

Un personaggio è la figlia, l’altro la signora. Anche se probabilmente pare un’illusione, l’altro ancora è la stabilità. Certo che hanno qualcosa da perdere. L’ambiguità tra realtà e apparenza è proprio quella che hai detto. All’inizio prevale l’istinto, poi tornano sui loro passi. Su questo cambiamento ho lavorato molto in fase di sceneggiatura.

Entro nel dibattito comune, proponendo un punto di vista diverso. Anche nei modi gentili e non urlati con cui lo affermi e senza troppi slogan, il film fa riflettere, perché i personaggi che vanno in scena siamo noi.

È così. Siamo noi. Abbiamo l’istinto buono che ci consente di non fare una vita di lotta, ma di fratellanza. Capisco che è un’utopia, però è fondamentale averla altrimenti saremmo perduti.

La voce del tuo cinema, e in questo caso di Lontano Lontano, è fuori dal coro, perché tu parli senza violenza e con altri toni di un argomento che divide anche in maniera dura.

Lontano Lontano è l’espressione di una buona fede, quasi di una speranza. Forse è colpa dell’età che avanza, ma io ci ho creduto sempre nella parte positiva dell’uomo e di quello che potrebbe esprimere, che è altissimo.

Prima di concludere con gli attori, ho una domanda che ti vorrei fare da sempre e riguarda l’anomalia del tuo curriculum che, insieme a regie e scritture di commedie, ti vede anche accanto a Matteo Garrone nella stesura di Gomorra. Se ti va, mi piacerebbe sapere com’è andata.

Per un sacco di tempo ho fatto lo sceneggiatore poi, a un certo punto, ho lavorato con Matteo e – ci tengo a dirtelo nell’ambito di questa intervista – l’incontro con lui avvenne negli anni ’90 e per me è stato importante. Era ancora un ragazzo, però faceva quella cosa di cui abbiamo parlato a proposito di Rossellini, senza che l’avesse mai sentita. Faceva per conto suo un’indagine sull’uomo. Quindi gli dissi che mi avrebbe fatto piacere fare il suo aiuto e lui mi chiamò. Da lì in poi ho lavorato a tantissimi film, a partire da L’imbalsamatore e arrivando a Primo Amore. Di Gomorra ero insieme a cinque sceneggiatori, tra cui Saviano e Gaudioso, quindi io, Matteo e Chiti. Mentre lo scrivevamo, avendo una certa tendenza al comico, mi uscivano fuori cose da ridere che facevano divertire gli altri impegnati, invece, a raccontare cose drammaticissime. Naturalmente tutti ridevano, però poi le cancellavano (ride, ndr). Quella è stata la mia esperienza, bellissima, ma come dici tu anomala rispetto al mio curriculum, perché poi io sono uno che tende alla commedia. In particolare, nel mio cuore c’è quella classica, che fa ridere ma parla della realtà. Con Matteo ho riacquistato la voglia di mettermi dietro la macchina da presa, quindi per me è stato un incontro fondamentale.

A parte i tre protagonisti, hai scelto attori di primo piano anche per i ruoli secondari. A prendervi parte sono, infatti, Daphne Scoccia e Galatea Ranzi, per non parlare di Roberto Herlitzka.

Nel far questo mi ha aiutato molto Francesca Borromeo, curatrice del casting. Anche per le piccole parti abbiamo avuto attori magnifici, come Galatea Ranzi e, soprattutto, Herlitzka, che ha fatto una cosa metafisica. Il suo pezzo lo avevo scritto insieme a dei pensionati veri, perché mi ero documentato, quindi il monologo di Roberto è il frutto di un’indagine, e per come lui ne parlava si capiva che voleva proprio frequentarli. Senza dimenticare, inoltre, la moglie, interpretata dall’amica Francesca Ventura. In più, che ti devo dire: Iris Peinado è ancora una donna bellissima. Lei è sposata, ma quando entra in una stanza attira subito l’attenzione degli uomini. Sul set ha portato una ventata di entusiasmo.

Circa il lavoro con gli attori protagonisti, non posso non chiederti un ricordo di Ennio Fantastichini, di cui Lontano Lontano è stato l’ultimo lavoro.

Fantaschini e Colangeli sono due macchine da guerra. Straordinari sia nell’umanità che nell’energia. Non ci conoscevamo personalmente, così prima di girare abbiamo fatto un pranzo per incontrarci. Doveva essere un rendez vous lavorativo in cui si doveva parlare del film, ma alla fine non abbiamo detto una parola di quello. Abbiamo mangiato, è stato un delirio. Ed è stato subito come se ci conoscessimo da sempre. Di Ennio ti posso dire che è un attore gigantesco e un uomo con una tensione morale, oltreché artistica, che mi ha proprio colpito. La sua interpretazione mi ha commosso perché è stata come l’archetipo di un tipo umano. Lui era un gigante buono.

Sul set sembrava che non stesse recitando. In realtà, come hanno fatto a trovare i personaggi in quel modo ? Sembra che la tecnica non esista.

Colangeli è un mostro. Lui somigliava a un mio amico – che poi è il famoso vichingo di Pranzo di Ferragosto – così gli ho fatto leggere un foglio da me scritto. Lui ha capito subito lo spirito di quell’uomo e in qualche maniera l’ha interpretato come niente fosse, ispirandosi a un personaggio che non aveva mai conosciuto, ma che a Trastevere è una figura mitica. Era anche preoccupato sul come farlo, perché si domandava come mai questa figura non avesse chiaroscuri. Io gli dicevo che si trattava di un uomo trasparente e lui è riuscito a renderlo tale.

Utlima modifica: 2 Marzo, 2020



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