31° Trieste Film Festival: Lillian di Andreas Horwath. Dal documentarista austriaco un sorprendente approccio al lungometraggio di finzione

Lillian dell’austriaco Andreas Horwath ha ottenuto a Trieste il Premio Cineuropa, assegnato da una giuria del portale europeo di cinema e dell’audiovisivo

Lillian dell’austriaco Andreas Horwath ha ottenuto a Trieste il Premio Cineuropa, assegnato da una giuria del portale europeo di cinema e dell’audiovisivo

  • Anno: 2019
  • Durata: 128'
  • Nazionalita: Austria
  • Regia: Andreas Horvath

Al 31° Trieste Film Festival Lillian di Andreas Horwath ha ottenuto il Premio Cineuropa, assegnato da una giuria del portale europeo di cinema e dell’audiovisivo.

Dal documentario alla fiction

Nel corso degli anni il Trieste Film Festival, validissimo specchio dei valori espressi attualmente dal cinema dell’Europa centro-orientale, ha puntato i riflettori diverse volte su documentaristi capaci di ibridare la forma dei loro lavori o di esordire nella fiction cinematografica con proposte di pari spessore.

Sergei Loznitsa è forse in tal senso l’esempio più calzante. In questa trentunesima edizione del festival triestino l’attenzione si è invece spostata su Lillian, uno dei lungometraggi d’esordio più spiazzanti e suggestivi degli ultimi tempi. Tutto ciò ha fruttato all’opera di finzione del documentarista austriaco Andreas Horvath tanti applausi e pure un riconoscimento ufficiale.

Premio Cineuropa

Il Premio Cineuropa, assegnato da una giuria del portale europeo di cinema e dell’audiovisivo al miglior lungometraggio in concorso, è andato infatti a Lillian di Andreas Horvath con la seguente motivazione:

Come non amare questo ritratto di una donna vulnerabile e determinata allo stesso tempo, simbolicamente alla ricerca di qualcosa di non definibile, che sfida se stessa e il cartello “le ragazze non fanno l’autostop” in un road movie visivamente potente, che aggiorna una vicenda reale degli anni Venti. Come non apprezzare la magnifica interpretazione dell’artista visuale Patrycja Płanik, la messa in scena dal solido approccio documentaristico e la tenacia quasi ossessiva con cui questo progetto è stato perseguito e realizzato dal regista.

La donna del mistero

Proprio la bellissima protagonista Patrycja Płanik, attrice polacca nota a livello internazionale come visual artist, è stata la testimonial a Trieste di questo film, che trae ispirazione da una vicenda biografica poco nota ma carica di suggestioni.

L’idea è nata infatti dalla scoperta di un enigmatico episodio avvenuto negli Stati Uniti tra le due guerre, episodio intorno al quale sono stati pubblicati diversi libri e reportage giornalistici: proprio quando in Unione Sovietica imperversavano gli orrori dello stalinismo, una giovane emigrata russa pianificò, per motivi mai pienamente appurati, di ritornare in Russia percorrendo il Nordamerica a piedi e tentando di passare attraverso lo stretto di Bering.

Un disegno, questo, tanto ardito quanto intrinsecamente folle.

Quasi il datato controcanto della vicenda al centro del film Into the Wild di Sean Penn. Sulla conclusione di tale drammatica avventura non vi è del resto chiarezza, ma pare che della donna si siano perse le tracce dopo gli ultimi avvistamenti in Alaska…

Ricollocando codesto episodio in giorni a noi più vicini e girando il film on the road, l’austriaco Andreas Horvath ha saputo restituire di sguincio l’alone di mistero percepibile in una simile figura femminile, affrescando al contempo un ritratto da brividi, in chiaroscuro, del declinante “impero americano”.

L’America profonda

E fuori c’è una strada all’infinito, lunga come la speranza / E attorno c’è un villaggio sfilacciato, motel, chiese, case, aiuole / Paludi dove un tempo ormai lontano dominava il Seminole”, così descriveva Francesco Guccini le sensazioni date dalla prigionia di Silvia Baraldini, nella sua splendida Canzone per Silvia.

Un’America, insomma, che può rappresentare spazi apparentemente infiniti da percorrere, come anche una prigione a cielo aperto. A modo suo anche Lillian è puro anelito di libertà, in una cornice antropologica e paesaggistica estremamente frammentata.

Prodotto da Ulrich Seidl, il che non ci sorprende affatto, questo straniante road movie sa mettere a frutto non soltanto la presenza scenica di Patrycja Płanik, ma anche le doti documentaristiche di Andreas Horvath, il quale ne ha tratto spunto per annotare in uno strabiliante diario di viaggio il susseguirsi di panorami differenti, repentini cambiamenti atmosferici, incontri con personaggi ora bonari e ora davvero respingenti.

Tra toccanti epifanie di Nativi Americani e inquietanti allusioni ad autostoppiste accoppate dai serial killer, l’immagine dell’America profonda che ne deriva è tanto potente, veritiera, quanto ricca di sfumature diverse.

Utlima modifica: 16 Febbraio, 2020



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