Stasera in tv su Paramount Network alle 23,30 Manhattan di e con Woody Allen

Manhattan è una pietra miliare nella filmografia di Woody Allen, laddove il regista riesce per la prima volta a realizzare una felice sintesi tra la personalissima comicità di Io e Annie e le preoccupazioni esistenziali e stilistiche espresse nelle opere successive. Il film fu un trionfo di critica e di pubblico

  • Anno: 1979
  • Durata: 96'
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Woody Allen

Stasera in tv su Paramount Network alle 23,30 Manhattan, un film del 1979 scritto, diretto e interpretato da Woody Allen. Allen parlò con il direttore della fotografia, Gordon Willis, di quanto sarebbe stato divertente girare un film in bianco e nero, su schermo panoramico, in modo da rendere al cinema la stessa città di New York la protagonista del film, come fosse uno dei personaggi della storia. Allen decise di girare il film in bianco e nero perché così erano i film che vedeva da bambino: «Forse è una reminiscenza di vecchie fotografie, film, libri e tutto quel genere di cose. Ma è così che mi ricordo New York». In Manhattan, Allen pensò di essere pienamente riuscito, insieme a Gordon Willis, a mostrare la città in tutto il suo splendore “oscuro”: «Quando la vedi sul grande schermo, è veramente decadente». Con Woody Allen, Mariel Hemingway, Diane Keaton, Meryl Streep, Michael Murphy.

Sinossi
Isaac Davis ha smesso di scrivere per la tv e progetta un libro dal titolo “La sionista castrante”; ha alle spalle due matrimoni falliti, vive con la diciassettenne Tracy (Mariel Hemingway), ma ha paura del ridicolo per questa sua relazione. Teme anche che la sua seconda moglie abbia messo in piazza i suoi difetti in un libro che sta per uscire. Isaac cerca di allontanare da sé la sua devotissima amante, ha una breve storia con quella di un suo amico, ma poi tenta di recuperare a sé Tracy, che nel frattempo ha deciso di partire per l’Europa.

Con un metodo di lavoro che riecheggia quello teorizzato da Cesare Zavattini, il “pedinamento della realtà”, Woody Allen e il suo sceneggiatore abituale, Brickman, decidono di scrivere un film su New York, con un’idea a metà tra biografismo e cinema. La ‘Grande Mela’ tutta spettacolo, resa celebre dalla cultura di massa – e dai film di Martin Scorsese (Mean Streets, 1973; Taxi Driver, 1976; New York New York1976) – diventa cosi una “città dell’anima”, cosmopolita e personale, un po’ come la Rimini di Federico Fellini.

Manhattan è una mano che si sporge tra due fiumi, l’Hudson River e l’East River. Le ‘avenues’ sono le dita di questa mano, le ‘streets’ tagliano le dita orizzontalmente, come le strisce di un guanto da sci. Broadway infine serpeggia bizzarra e irregolare attraverso la mano. Sulla quale sta tutto ciò che conta a New York, che fa di New York la città che si chiama New York. Perché è bella Manhattan, cioè New York? Perché è l’espressione di un momento storico dello spirito umano, una città-persona in cui non c’è niente da salvare, una città che ha avuto un’infanzia, un’adolescenza, una giovinezza, una maturità e oggi forse ha una sua strana, potente vecchiaia. A questa città-persona, Woody Allen, in Manhattan, dedica una specie di inno, un po’ paragonabile a quello dedicato da Baudelaire al suo “sombre Paris”.

Sarebbe riduttivo infatti considerare Manhattan un semplice film d’amore (o di amori), come sarebbe riduttivo considerarlo solo una caustica presa in giro delle idiosincrasie e delle mistificazioni dell’intellighentia new-yorkese. Tutto organizzato sui ritmi e i tratti della sophisticated comedy anni Trenta (ma senza dimenticare i tempi meditativi e monologanti tipici di Allen), punteggiato di battute che a questa più o meno esplicitamente rimandano, Manhattan è in realtà un film amaramente rassegnato; è la calibrata, feroce e autocritica descrizione dello stato esistenziale e dello ‘stile’ di vita che caratterizza una generazione insoddisfatta, la quale, viva essa nel cuore o alla periferia dell’impero, si caratterizza per la generalizzata incapacità a programmare secondo un “senso” definito la propria vita. Non è un caso, infatti, che il concetto che ricorre più frequentemente nel film sia quello del ‘mettere ordine nella propria vita‘, volontaristico, programmatico e sempre puntualmente disatteso, non solo per pigrizia e malafede, ma soprattutto per l’impossibilità a tradurre in azione la confusione e le tensioni interiori. Il gioco delle coppie così viene semplicemente a costituire la traccia narrativa portante del racconto interiore di tante solitudini ingarbugliate e tra loro perfettamente simili, dove nevrosi, ansie creative non realizzate, fraintendimenti etici, incomunicabilità, frustrazioni, mass-media, psicanalisi, miti culturali la fanno da padroni. Un film pieno, quindi, dei temi che Allen è andato sviluppando con sempre maggior precisione lungo l’arco di tutto il suo lavoro di sceneggiatore, comico e regista, temi che trovano qui un’espressione particolarmente puntuale, una sintesi interna esemplarmente armonica.

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Utlima modifica: 13 Febbraio, 2020



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