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Il giardino dei Finzi Contini. Un viaggio tra storia, cinema e letteratura, il volume di Gerry Guida sul celbre film di Vittorio De Sica

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C’è stato un momento in cui, anni fa, il critico Gerry Guida ha portato a dibattito, in quel di Ceccano, in occasione del Festival della Memoria, la carriera di un attore,  Lino Capolicchio, che raggiungeva i suoi quarantanni di prosceni. Spesso per le competenze che incombono rispetto al FondiFilmFestival, di cui  Capolicchio è stato prima un fedele estimatore ed oggi è un rappresentante del comitato scientifico dell’Associazione Giuseppe De Santis che cura il festival, abbiamo avuto modo di restare a lungo insieme all’attore e di avere avuto quindi anche più di un’occasione per divagare insieme sul suo ruolo. Tanto che avevamo riferito una nota di ciò a Gerry Guida e lui ne fece tesoro per imbastire, a suo tempo, a Ceccano, un momento del suo festival.

Oggi Gerry Guida ha mandato alle stampe il suo saggio critico, in parte suggerito anche da quel festival, Il giardino dei Finzi Contini. Un viaggio tra storia, cinema e letteratura, edito da Cultura e Dintorni editore, una ricostruzione meticolosa della genesi produttiva e creativa del film di Vittorio De Sica e di cui Capolicchio, insieme a Dominique Sanda, Helmut Berger, Fabio Testi e Romolo Valli, era appunto uno dei protagonisti.

Guida ha spiegato le motivazione che lo hanno indotto a scrivere sul lavoro di Vittorio De Sica: “Ho difficoltà a trovare cose interessanti nel panorama cinematografico di oggi: per questo se devo guardare un bel film quasi sempre mi rivolgo al passato. “Il giardino dei Finzi Contini è uno di quelli”. Guida ha vivisezionato il film di De Sica con l’abilità propria di un chirurgo, suddividendolo sequenza dopo sequenza, dove un Lino Capolicchio rimanda, attraverso i ricordi minuziosi, ai giorni roventi del set. Ha ragione il critico cinematografico Fabio Melelli quando, nella prefazione al libro di Guida afferma: “Il film di De Sica è uno di quei film che possiamo rivedere sempre, con sguardo rinnovato, venendo ogni volta colpiti da aspetti diversi”. E un aerere simile è stato espresso dallo storico del cinema  Enrico Lancia quando scrive:  “Veniamo a Il giardino dei Finzi Contini: lo divorai appena edito e mi appassionò al punto che, già a quel tempo, mi chiesi se un giorno avrebbe avuto una trasposizione cinematografica”.

E come non essere d’accordo con Graziano Maraffa, presidente dell’archivio storico del cinema italiano quando, nel suo probo intervento afferma che gli anni Settanta sono stati, per il cinema italiano “il decennio in cui i grandi autori analizzano e ridiscutono tramite le loro opere i valori assoluti della società: amore, amicizia, sentimento, moralità, dignità, memoria. E la ricchezza del libro è anche in tutti questi interventi che Guida decisamente coordina ed indirizza tra le sue pagine con metodo quasi filosofico. Anche nelle curiosità, che sono tante, e nelle analisi delle sequenze che Capolicchio sviscera con il più profondo senso della memoria. Si avverte tra le pagine anche tutta la contrarietà di Bassani quando, visitando il set a Ferrara, tratta l’intera troupe con estrema sufficienza. Era il modo, in qualche maniera, di trasmettere il proprio dissapore per la sua esclusione dal tavolo della sceneggiatura, esclusione avvenuta sul filo del rasoio per fare posto allo sceneggiatore Ugo Pirro, più incline, secondo la produzione e secondo il regista, al senso spettacolare richiesto dalla dimensione cinematografica.

Secondo Ugo Pirro, i letterati continuavano a mantenere nei confronti del cinema, almeno in quegli anni, una forma di rifiuto, anche se espresso con sufficienza, e gli scrittori di cinema venivano da loro considerati semplicemente degli artigiani fortunati laddove, senza alcun merito, veniva tuttavia concesso di fare a pezzi i loro “intoccabili” romanzi. “E il disprezzo poi diventava anche indignazione” ha scritto Ugo Pirro nel suo bel libro Soltanto un nome nei titoli di testa, edito da Einaudi: “proprio nel momento in cui leggevano la sceneggiatura e ogni scena, ogni dialogo li offendeva. Non riuscivano insomma a sopportare i cambiamenti e la sintesi imposta dalla stessa natura del linguaggio cinematografico”.

Capolicchio ricorda anche l’autentica gentilezza tirannica del regista Vittorio De Sica che, nonostante le sue urla lancinanti, assordanti, accusatorie, dirigeva invece tutto come un padre bonaccione. Visto sugli schermi del cinema Corso a Latina nel dDcembre 1970, il film ha regalato al cronista quella precisa capacità di consapevolezza, proprio in merito alla magia estetica e culturale che può offrire il cinema, anche delle sue alchimie, delle sue mediazioni e dei suoi ritmi tra educazione letteraria e spettacolo e che il libro di Guida oggi certamente aiuta a riscoprire; un libro in cui il carico di fascino e di interesse rimane prima nella dimensione dello stile e dopo nella serietà dell’assunto. E il suo sottotitolo, “Un viaggio tra storia, cinema e letteratura”, traccia senza equivoci quello che è il percorso culturale. Poi è il saggio che ridà in fondo tono a un film che la critica del periodo non ha mai amato veramente. Ed è un merito di Gerry Guida questo ritorno ponderato ed attento sui luoghi decisi del film, e sui temi del romanzo, sicuramente una delle opere letterarie più significative del Novecento. Anche che, tra le righe, si porta dietro un retaggio tutto pontino: fu quando Bassani, visitando proprio i giardini di Ninfa a Doganella, non riuscì a resistere al fascino pittorico, e subito pensò una storia da adottare allo scenario visitato.

Il film noi lo ricordiamo anche per una fotografia magistrale, luminosa, il direttore delle luci  Ennio Guarnieri, purtroppo scomparso quest’ estate in Sicilia, dove si era recato per una vacanza, aveva scelto la città di Nettuno e l’area protetta di Villa Borghese, in zona pontina, dove vivere la sua pensione. L’intervista, poi, di Guida con Guarnieri, contenuta nel volume, ne decanta le fasi estetiche, quasi pittoriche, della lavorazione, ricordate anche attraverso il filtro di un altro esteta della immagine che è Luciano Tovoli. Ricorda Gerry Guida l’impazienza di Guarnieri di vedere l’opera finita, ma purtroppo non ne ha avuto il tempo. E per Gerry Guida questo è rimasto un rammarico. L’evocazione di una stagione, materia sostanziale del romanzo di Bassani e la luce malinconica, carattere del film di De Sica, rivivono anche nelle testimonianze, divertite e commosse quelle, di Emi De Sica, figlia di Vittorio e di Paola Bassani, figlia di Giorgio; più tecniche e critiche quelle rilasciate dall’attrice Cinzia Bruno e dal regista Alessandro D’Alatri, che sul set dei Finzi Contini fungeva da attore bambino, del direttore della fotografia Giancarlo Ferrando, della doppiatrice Livia Giampalmo, del truccatore Giulio Natalucci, del direttore di produzione, che nelle occasioni diventava anche attore in piccoli ruoli, Enzo Nigro, dell’attore Fabio Testi, dell’aiuto regista Giorgio Treves.

Tante le domande che in qualche maniera affiorano al termine della lettura delle analisi di Guida: la prima è soprattutto quella della riflessione sul rapporto con l’epoca narrata e con i tempi poi dilatati. Cioè, Giorgio Bassani che ha raccontato nel 1964 gli anni fra il 1938 e il 1943 e che De Sica poi, attraverso una parallela forma d’arte, il cinema, ha reinterpretato nel 1970. Scrive Gerry Guida nel capoverso del suo libro dedicato ai titoli di testa del film, atto proprio a fissare il periodo storico sul volume, così come De Sica lo ha fissato sullo schermo:  “Ferrara, 1938-1943. Il quinquennio a cui fa riferimento questo fermo immagine temporale sta a racchiudere un periodo ben definito: dalla promulgazione delle leggi razziali fasciste in Italia, un insieme di provvedimenti rivolti prevalentemente, ma non solo, contro le persone di religione ebraica, fino alla deportazione delle stesse”.

È l’inizio del meraviglioso viaggio letterario di Gerry Guida attraverso il film  Il giardino dei Finzi Contini di Vittorio De Sica, a sua volta tratto, liberamente, dal bellissimo libro di Giorgio Bassani. E ora un lavoro simile, Gerry Guida, lo ha già alle calcagna: l’ipotesi è la vivisezione del capolavoro di Dino Risi, Profumo di donna, tratto anche questo da un romanzo, Il buio e il miele, di Giovanni Arpino.

Chapeau a Gerry Guida.

                                                                                  

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