Alice e il sindaco: una commedia sul ruolo odierno della politica. Con Fabrice Luchini e Anaïs Demoustier

Secondo lungometraggio del regista parigino Nicolas Pariser. Una commedia, dal sapore rohmeriano, dove il filo conduttore è la politica.

  • Anno: 2018
  • Durata: 105'
  • Distribuzione: Movies Inspired
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Francia
  • Regia: Nicolas Pariser
  • Data di uscita: 06-February-2020

Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs della 72ª edizione del Festival di Cannes, arriva in Italia Alice e il sindaco, ultima fatica del regista parigino Nicolas Pariser, è qui al suo secondo lungometraggio dopo Le Grand Jeu, un thriller politico e suo film d’esordio del 2015.

La trama

Anche in Alice e il sindaco è la politica a essere il tema conduttore del film, pur se declinata in maniera differente rispetto alla sua opera prima.

Strutturato sotto forma di commedia, il film si svolge a Lione. Il sindaco socialista Paul Théraneau (Fabrice Luchini) sta vivendo una crisi esistenziale. Dopo trent’anni di carriera politica la sua mente è completamente svuotata, non più in grado di trovare nuovi stimoli per portare avanti degnamente il mandato affidatogli dai cittadini. Lui, che è sempre stato un vulcano di idee, ora si paragona a una macchina da corsa la quale sta per fermarsi per assenza di carburante.

Per tentare di arginare questa deriva entra a far parte del suo entourage Alice Heiman (Anaïs Demoustier), una giovane e brillante filosofa insegnante a Oxford, con il compito di infondere al sindaco nuove sollecitazioni per proseguire al meglio il proprio mandato.

Alice, grazie alle sue indubbie capacità, diventerà ben presto una presenza insostituibile per Théraneau che riceverà da lei la benzina necessaria per far ripartire la macchina. Per contro sarà l’intellettuale Alice a entrare in crisi rispetto al suo nuovo ruolo, non riconoscendosi adatta a navigare all’interno del complesso sistema politico.

Tra nouvelle vague e considerazioni politiche

A mano a mano che scorrono le immagini di Alice e il sindaco non può non tornare alla mente L’albero, il sindaco e la mediatica, film che Eric Rohmer realizzò nell’ormai lontano 1993 e nel quale compariva lo stesso Luchini nei panni di un insegnante. Ma non è solo la presenza dell’attore francese a collegare il film di Pariser alla pellicola di Rohmer.

È tutta la struttura dell’opera a imporci un accostamento a quella di Rohmer e, più in generale, alla filmografia del grande maestro della Nouvelle vague francese. D’altronde è lo stesso Pariser a dirsi molto influenzato dalla lezione di Eric Rohmner, del quale è stato anche allievo. E la lezione si percepisce soprattutto nei dialoghi, laddove lo scambio di idee fra Théraneau e la sua giovane assistente rivela una riflessione profonda sul senso della politica e sulla necessità, così spesso travisata da molti politici attuali, che questa si confronti con il reale.

Il film di Pariser, lungi dall’essere pesante – e pedante – è una considerazione, oltre che dei rapporti di forza che vengono a crearsi nella politica, anche e soprattutto della necessità di amministrare la cosa pubblica seguendo determinate regole etiche e morali. Ed è una riflessione sul ruolo che ha avuto la politica nel passato e su quello che ha – o che dovrebbe avere – oggi.

La crescita dei personaggi

L’unione profonda che si viene a stabilire fra il sindaco e Alice permetterà al primo di ritrovare una luce che possa tentare di rischiarare la tenebra nella quale stava scivolando e, ad Alice, di venire a conoscenza delle problematiche di un mondo che, di fatto, lei, giovane laureata in lettere, ignora.

La crescita di tale legame è ben evidenziata, nel film, dal fatto che inizialmente Théraneau e Alice sono ripresi, per lo più, in campi e contro-campi ma, con il trascorrere della pellicola, si ritroveranno sempre più racchiusi nella stessa inquadratura sino ad arrivare, verso la fine, a un piano sequenza che ne sancisce il loro definitivo legame.

Film dove i dialoghi hanno una parte fondamentale, Alice e il sindaco si regge sulla scrittura dello stesso regista e, soprattutto, sulle prove attoriali.

Luchini è perfetto nella parte di un politico che sta provando, drammaticamente, la disillusione nei confronti del mondo nel quale e per il quale ha vissuto per trent’anni a discapito anche degli affetti personali; Anaïs Demoustier, con quel suo volto così meravigliosamente normale – e anche molto rohmeriano – è strepitosa nella parte di chi cerca di approcciarsi, da profana, a un mondo per il quale rimarrà delusa.

Marcello Perucca

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Utlima modifica: 23 Gennaio, 2020



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