The back (Festival di Roma 2010)

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Finalmente qualcosa di buono al festival di Roma. The back di Liu Binjian è un film ambizioso, che si produce, coraggiosamente, nella lettura comparata di due momenti storici decisivi della Repubblica Popolare Cinese, quello della Rivoluzione Culturale, promossa dal presidente Mao Tze-Tung, e l’attuale stadio di apertura al mercato globale, con sui si è dato inizio alla sfrenata rincorsa all’aumento di profitto. L’esito è sconfortante nella misura in cui si decreta un fallimento pressoché totale, dato che alla fase maniacale del culto dell’autore del Libretto Rosso (quante volte l’abbiamo visto sventagliare ne La cinese di Godard!) Binjian vede conseguire un vuoto che di certo non entusiasma e, soprattutto, non costituisce una valida alternativa agli eccessi di un evento che costituì, negli anni sessanta, un vero e proprio punto di riferimento per tutta quella sinistra europea che intravedeva nelle burocratizzazione compulsiva dell’Unione Sovietica un chiaro segno di revisionismo e declino.

Tratto dal romanzo omonimo (ci scusino i lettori, ma non è dato, almeno per il momento, conoscerne l’autore), The back dà forma a una visionarietà seducente che, attraverso atmosfere noir, coinvolge intelligentemente lo spettatore su un piano inconscio, convocandolo, in seconda battuta, a ricomporre i tasselli di un mosaico di natura fortemente politica. Questo è un cinema che ha appreso quanto sia decisivo frequentare forme accattivanti (ma non furbe), pur di innescare un processo di ricerca della verità (per definizione sempre eccedente rispetto a qualsiasi tentativo di presa) che, smarcandosi dal vicolo cieco della rappresentazione, acceda a una stato precedente (quello della ‘presentazione’, per l’appunto), in cui la pienezza dell’immagine viene risucchiata all’interno di un buco nero.

Il padre pittore che, delirando su Mao, arriva al punto di inciderne il ritratto sulla pelle della moglie e del figlio (ovviamente sulla schiena), oltre a rendicontare degli orrori patiti durante la rivoluzione, testimonia la volontà folle di riportare all’interno della griglia dell’ordine simbolico tutto l’eccesso del ‘reale’, senza ammettere smagliature o rotture. È l’autismo conclamato di chi ha creduto di poter far funzionare un sistema economico, in senso lato, senza la propulsione dell’anecomico che, pur essendo di natura completamente ‘differente’ – avrebbe detto il maestro Levinas – non è ‘indifferente’ (si perdoni il calembour), nel senso che è proprio ciò a partire da cui s’innesca il processo di simbolizzazione del soggetto. Senza cedere alle pur suggestive iperboli linguistiche di chi si è spinto fino al punto di frantumare qualsivoglia tentativo di ‘ontologizzare’ la realtà, potremmo affermare che la lotta della verità si svolge a ridosso dei vuoti che trafiggono l’ordine simbolico come una groviera, a patto che non vi si sprofondi.

Asportare la pelle da quei corpi su cui erano stati incisi i ritratti, che il mercato dell’arte della Cina degli anni novanta considera(va) di grande valore, è proprio il gesto attraverso cui si riequilibra ciò che era stato maniacalmente alterato. Il problema è che, invece di disfarsene, il capitale, anch’esso maniacale, di quei ritratti di sangue e carne ne fa un feticcio. Davanti a tanta violenza non si può replicare, l’unico modo di reagire è sottrarsi, magari attraverso un esodo.

Luca Biscontini




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