L’Ufficiale e la spia: intervista al produttore e interprete del film Luca Barbareschi

Produttore e interprete de L'Ufficiale e la spia, Luca Barbareschi continua anche nel cinema come già a teatro a parlare del passato per raccontare la nostra contemporaneità. A lui abbiamo chiesto delle analogie tra l'affare Dreyfus e le cronache del nostro tempo

  • Anno: 2019
  • Durata: 126'
  • Distribuzione: 01 Distribution
  • Genere: Drammatico, Thriller, Biografico
  • Nazionalita: Francia
  • Regia: Roman Polanski
  • Data di uscita: 21-November-2019

Quando il cinema parla del passato spesso lo fa per riferirsi alla contemporaneità. L’aver deciso di produrre L’ufficiale e la spia di Roman Polanski mi pare ricollegarsi perfettamente al programma del Teatro Eliseo – di cui sei il direttore -, in cui si propongono i classici per rappresentare e rispondere alle questioni del tempo presente. 

Lo dico con orgoglio: il Gruppo Eliseo è il gruppo creativo più importante d’Europa. Da Polanski a Brizzi, a Resinaro, ai lavori su Mia Martini, passando per Olivetti, abbiamo fatto qualsiasi cosa. Credo ci siano diverse maniere per raccontare la realtà: personalmente penso che la cosa più affascinante sia quando si riesce a non fare dei manifesti contro qualcuno. Spesso lo hanno fatto gli One Man Show e i grandi comici con il rischio di farsi un autogol semantico.

Come successo, per esempio, a Michael Moore con Fahrenheit 9/11  in cui l’attacco a Bush e alla sua politica ha finito per pesare in negativo sul candidato democratico alle elezioni per la casa bianca.

Ecco, quello è un mestiere giornalistico, invece chi fa l’artista usa l’arte e può raccontare la contemporaneità e la follia della guerra tramite Shakespeare, con il Thomas Otway di Venezia salvata. Me lo insegnava David Hare in un bellissimo saggio che in italiano si intitolava Writing Left-Handed. Lui venne a vedere Skylight che ho fatto vent’anni fa e poi un mio one man show intitolato Piantando i chiodi che ho scritto con Eric Bogosian. Lui mi ha detto di non cadere nel tranello di fare il capopopolo. È molto più rivoluzionario fare Cechov, “batti quattro sponde” ed è molto più incisivo.

D’altra parte, non sei nuovo nel portare in Italia un autore straniero, e cito tra i tanti David Mamet e in particolare Oleanna che anticipò di anni situazioni e dinamiche sollevate dal movimento del #MeToo.

Esattamente 28 anni fa parlavamo di cosa sarebbe stata la demenza assoluta, il maccartismo, di quello che io chiamo il femminismo d’accatto, perché Ida Magli era una femminista intelligente, la Anselmi è stata una donna intelligente, ma questo è un maccartismo al contrario, che da parte mia ho rappresentato, l’ho fatto attraverso l’opera di Mamet, di Gallin, autore de Le stelle sotto il cielo, che raccontava di donne russe che si prostituivano, con Tahar Ben Jelloun. Io ho iniziato portando tutti i grandi autori del mondo in Italia.

Tra l’altro, quando molti di questi da noi non erano ancora popolari come poi lo sono diventati. Polanski conosciuto lo è, ma comunque rimane un autore che pare di scoprire sempre per la prima volta, capace com’è di rinnovarsi e di risultare spiazzante. 

Ti racconto un aneddoto che ti farà ridere. Quando ho fatto Amadeus con Roman – del quale ho prodotto anche Il pianista, di cui poi mi sono stati tolti i crediti per una questione legale interna alla Rai -, ho detto che volevo lui per la regia. In Italia il direttore di un grosso teatro mi ha detto: “ma poi Polanski chi lo va a vedere?”. Fatto sta che nel momento in cui si tratto di pubblicizzare lo spettacolo tolse il nome di Roman, asserendo che tanto non serviva e lascio solo il mio. Il risultato fu che la gente credette che fosse una gara di quiz tra Amadeus e Barbareschi. Questo è il livello dell’imbecillità generale.

A testimoniare l’attualità di un film come L’ufficiale e la spia si è aggiunto due giorni fa un articolo (Corriere della sera, ndr) del filosofo francese Alain Finkielkraut, nel quale si parlava della presenza in Europa di un doppio antisemitismo. Uno di sinistra presente in Francia e Inghilterra, connesso alla questione dell’immigrazione islamica, e uno storico, legato alle destre, presente in Italia e In Polonia.

Questo film lo abbiamo pensato anni fa poi, come capita nella vita, le cose arrivano quando è il momento. L’ufficiale e la spia arriva oggi proprio in un momento in cui siamo in pieno fake news direi, più che antisemitismo; le fake news sono la post verità. La differenza tra la mafia e la post verità è che la prima fa un’offerta che non puoi rifiutare, la seconda crea una notizia che non potrai mai capire se è finta. Questo è il problema vero di oggi, cioè viviamo in una mistificazione della realtà dove l’antisemitismo non è altro che il fastidio verso il pensiero elaborato. Noi ebrei, studiando la Tōrāh o il Talmud, sappiamo che come accade nella più bella logica di ermeneutica a una domanda intelligente si replica sempre con un’altra domanda, per evitare che la stupidità della tua risponda offenda l’intelligenza dell’interlocutore. Questo è un pensiero articolato che va verso quello che Eraclito chiamava verità. Invece, qui siamo oltre la doxa, che è opinione, ma invece nella bugia asservita a gruppi multimiliardari come sono Facebook, Twitter, Google e tanti altri ancora, che rubano dati privati e raccontano qualsiasi cosa senza verificare nulla. Per cui l’antisemitismo diventa il fastidio per un pensiero elaborato, non dogmatico. L’intelligenza di questo film è quello di aver scelto un punto di vista non ebraico. Roman è ebreo come lo sono io, ma era bello vedere un laico (il tenente Georges Picquart, interpretato da Jean Dujardin, ndr), a cui Dreyfus chiede: “Ma io, da ebreo ti sono simpatico come?”, e poiché Picquart gli risponde di no, ma lui insiste: “Allora perché mi aiuti?” e l’altro, “Perché hai ragione”. Questo è bello!

La storia di Dreyfus è nota, tanto che il cinema più volte l’ha raccontata. Polanski però riesce a reinventarla, facendo del complotto non tanto un thriller psicologico quanto una rappresentazione antropologica, e direi quasi lombrosiana, della cospirazione.

Pensa che tutti i dialoghi sono storici, i processi sono stati pubblici e dunque stenografati, quindi siamo andati a recuperarli negli archivi del tribunale, per cui le battute sono le stesse scritte negli atti del processo.

All’uomo di cinema chiedo di dirmi qualcosa sulla straordinaria messinscena del film. Mi riferisco soprattutto alla sequenza iniziale, quella  del campo lunghissimo che da conto della partecipazione generale e della gogna pubblica inferta a Dreyfus e per contro, una volta riabilitato, alla scelta di non dare altrettanto risalto alla notizia, raccontata con scene in interni e campi stretti. Come se Polanski volesse trasferire nello scarto delle immagini il fatto che, nonostante tutto, Dreyfus agli occhi del sistema rimane comunque un reietto.

È così, perché si tratta di un fatto privato; di un rapporto tra due uomini, di un’amicizia maschile meravigliosa, seria, onesta, come nessuno è più in grado di avere.

Uno dei meriti del film è anche quello di aver riportato Jean Dujardin a livelli d’eccellenza che non gli vedevamo toccare dai tempi di The Artist. Il lavoro di sottrazione compiuto sul linguaggio del corpo e sulla mimica sembra scolpire le immagini con il rigore e l’etica che contraddistingue azioni e scelte del personaggio. Di questo volevo parlare, ma anche chiederti del metodo usato da Polanski sul set.

Dujardin è stato semplicemente bravissimo, ed è vero la sua è una prova memorabile. Di Polanski ti posso dire che è un artigiano, uno che lavora con gli attori, sa ascoltare, conosce e naturalmente sceglie dei super professionisti. Non è che deve fare uno psicodramma per portare me a dire una battuta. Si parte da gente che sa “suonare il violino e il pianoforte”, poi lui dirige dando un incipit, un largo, uno stretto e spiegando molto bene, anche perché, forse c’è ne siamo dimenticati, ma Roman è un attore formidabile. Te lo dico da regista, molti vogliono lavorare con me perché essendo un ottimo attore so cosa spiegare a quelli che vengono a recitare per me. In genere, i registi che sono stati attori sono facilitati, poi Roman è un genio, capisce, intuisce, ha una meticolosità, un amore per il dettaglio, per le piccole cose. La sua frase più bella è “Io starei un pochino più in la, così è più interessante, non trovi’”. In genere ha ragione lui.

Utlima modifica: 21 Novembre, 2019



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