Stasera in tv su Rete 4 alle 23,45 L’isola dell’ingiustizia, con Christian Slater, Kevin Bacon e Gary Oldman

Agli antipodi rispetto al fin troppo famoso e celebrato Le ali della libertà di Darabont, L'isola dell’ingiustizia di Marc Rocco è un ottimo "film carcerario", uno straordinario biopic, sintesi di complessità e semplicità, del tutto scevro dagli spettri di qualsivoglia manicheismo e retorica. Con Christian Slater, Kevin Bacon e Gary Oldman

  • Anno: 1995
  • Durata: 122'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Marc Rocco

Stasera in tv su Rete 4 alle 23,45 L’isola dell’ingiustizia – Alcatraz (Murder in the First) è un film del 1995 diretto da Marc Rocco. La pellicola narra in maniera romanzata fatti realmente accaduti riguardanti il famoso penitenziario statunitense di Alcatraz, nella baia di San Francisco, a cavallo del 1940. Nel processo ad un carcerato accusato di aver ucciso un altro detenuto, si denunciò pubblicamente la brutalità dei trattamenti impartiti in quel carcere, con conseguenze che segnarono la storia dei penitenziari statunitensi. Il film si basa su fatti accaduti agli inizi degli anni Quaranta al detenuto Henri Young. Nella realtà però Alcatraz, come sostenuto dalla storica Joelene Babyak, era solitamente l’ultimo di una lunga serie di carceri, e Young non faceva eccezione: aveva alle spalle una lunga sequela di crimini, anche violenti. Con Christian Slater, Kevin Bacon, Gary Oldman, Brad Dourif.

Sinossi
Ripreso dopo un tentativo di evasione da Alcatraz, Henry Young, che era finito in carcere per un reato di poco conto, passa anni nelle spaventose segrete della famosa prigione e poi uccide l’uomo che lo aveva tradito. Ora rischia la sedia elettrica, ma il suo giovane legale d’ufficio trasforma il processo in un’accusa della disumanità di Alcatraz, del sadismo del direttore, delle colpe delle autorità.

L’isola dell’ingiustizia – Alcatraz è il capolavoro impareggiabile che non t’aspetti. Agli antipodi rispetto al fin troppo famoso e celebrato Le ali della libertà di Darabont (e Stephen King), l’opera del compianto Marc Rocco è un ottimo jail movie, uno straordinario biopic, sintesi di complessità e semplicità, del tutto scevro dagli spettri di qualsivoglia manicheismo e retorica. Il melodramma lascia lo spazio alla tragedia nuda e cruda, il patetismo a profondissime riflessioni trasmesse in maniera così diretta che, al confronto, potrebbe sfigurare persino un trattato di psicologia sociale. L’atroce vicenda di Henri Young è l’esemplare riprova della non condannabilità d’un soggetto, dal momento che, secondo una concezione deterministica degli eventi, i suoi atti sono causati dall’ineluttabile catena comportamentale (“ad ogni tipo di azione corrisponde una reazione”). Come mostrato nel corso del film, il detenuto Young (un Kevin Bacon al vertice delle proprie capacità attoriali) è costretto a vivere tre anni maltrattato peggio d’una bestia, nello spazio buio e angusto d’una cella d’isolamento, il che lo spossessa della lucidità mentale al punto da ridurlo ad arma omicida eterodiretta. Non era lui, dunque, il responsabile dell’orribile delitto, quanto l’intero sistema che, privandolo della dignità e dell’integrità psicofisica, ne ha fatto un “assassino senza dolo”. Ma c’è di più: se noi siamo il risultato delle esperienze accumulate durante la nostra vita, ciò significa che non esistono individui migliori o peggiori di altri, bensì soltanto più o meno fortunati a seconda di quel che il Caso ci attribuisce nell’inestricabile rete di relazioni e situazioni costitutive delle nostre storie.

Pensa se casa mia era vicina alla tua, e se ci avessero scambiati da piccoli: io sarei diventato come te, e tu saresti finito nella fossa” dirà il carcerato al suo avvocato, evidenziando nel contempo la base di “correità” che li accomuna (il furto di cinque dollari) e le conseguenze opposte che ne sono derivate. Un’analisi tanto potente da far giungere alla conclusione che, volendo emettere una sentenza, allora o tutti rei oppure assoluzione piena accordata senza la minima distinzione di sorta. L’avvocato Stamphill racconterà che Henri Young ha avuto la fortuna di non vivere invano, poiché la sua disavventura, il suo martirio e il suo coraggio hanno fatto sì che ad altri disgraziati venisse risparmiata la barbarie dei sedicenti metodi riabilitativi di Alcatraz, ergendosi pure a monito verso tutti i sistemi carcerari. Questo è l’insegnamento che il personaggio di Christian Slater eredita dal suo assistito, un insegnamento che assume la portata d’una conquista della civiltà così come sembrerebbe attestare l’ultima sequenza: la camera scorre riprendendo di fianco il detenuto mentre procede arrancando e curvo quasi alla maniera d’un ominide, ma poco alla volta si raddrizza sino ad assumere fieramente la postura eretta. Ciononostante, niente e nessuno a tutt’oggi può risarcire il calvario di Young, restituirgli l’esistenza negata, indennizzarlo consegnandogli il bene infinito che gli spettava di diritto e a priori. Le ali, non “della libertà” ma dell’albatros, traduzione di “alcatraz”, finora restano brutalmente spezzate. Lo stesso Stamphill affermerà che “quando pensi solo a vincere, puoi perdere di vista l’obiettivo”. Nello specifico, l’obiettivo era la salvezza di Henri: e quale vera salvezza è mai concepibile, se non quella che conduce alla cancellazione integrale d’ogni martirio, sia passato che eventualmente futuro?

L’ineffabile struggimento suscitato dalla vicenda narrata, con il senso d’impotenza completa, pure sessuale, d’un uomo schiantato dall’accanirsi d’una cieca ingiustizia, assurge a rappresentazione del male subìto da chiunque, mitigato a malapena dalla promessa d’una amicizia sincera che dissolve pregiudizi e discriminazioni e ripudia gli ipocriti legami di sangue retti dal mercimonio della rispettabilità sociale (cfr. il rapporto tra i due fratelli avvocati). Purtroppo l’epilogo del film costituisce l’ennesima testimonianza di quanto il corrotto ordine precostituito prevalga sui buoni propositi. Young era stato aiutato dal giovane legale poiché questi era appena un debuttante, un esordiente, quindi non ancora contaminato dalle sudice logiche della sua casta: vale a dire la massima espressione di quel mercimonio professionale che proprio il fratello maggiore di Slater, potente e politicizzato avvocato, incarna. Invece, la riconciliazione dei consanguinei segna il definitivo e pieno reintegro dell’”iniziato” nelle marcescenti strutture comunitarie (il nucleo familiare, il sistema forense, la collettività nel suo complesso), a discapito del patto stretto col povero carcerato che terminerà nuovamente abbandonato al suo tragico destino.

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Utlima modifica: 20 Novembre, 2019



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