Rome Independent Film Festival: intervista al direttore Fabrizio Ferrari

A partire dalla prima edizione del 2002, il RIFF è diventato sempre di più un appuntamento seguito con interesse dal pubblico di Roma e un riferimento per i filmakers di tutto il mondo. Abbiamo incontrato lo storico direttore del festival, Fabrizio Ferrari

La concezione di film indipendente è da tanto sul mercato e, per questo, si è inevitabilmente usurata nel corso del tempo, modificandosi. Non a caso si può parlare di film indipendente sotto vari aspetti. Questo festival che tipo di indipendenza propone?

Si tratta di un discorso globale. Il film indipendente è inteso come un film a basso budget dove non ci sono partecipazioni di televisioni o distribuzioni major. Spesso e volentieri nei progetti che andiamo a presentare o che ci arrivano lo sceneggiatore, il produttore e il regista sono la stessa persona anche per i lungometraggi. Alcuni riescono ad avere un piccolo sostegno dal ministero o da alcuni enti pubblici. L’importante è che non ci siano televisioni e che non abbiano già avuto distributori nazionali.

C’è un festival, internazionale e non, al quale il Riff si ispira?

All’inizio avevamo tratto ispirazione dal Sundance, ma vent’anni fa quando abbiamo iniziato. Poi questo festival ha cominciato a selezionare film prodotti e distribuiti da grandi major. Perché tutti i festival cambiano, così come cambia il direttore artistico e, di conseguenza, i vari temi. Adesso vediamo altri festival più piccoli americani, ma anche festival come l’IDFA ad Amsterdam che ha una selezione di documentari che spesso troviamo nel Riff. Senza contare che anche quest’anno troviamo opere che sono state presentate anche alla Berlinale e a Cannes. Non andiamo a selezionare opere già viste nei festival italiani perché cerchiamo solo anteprime e quindi tentiamo di scoprire e trovare nuovi talenti. Per esempio quest’anno abbiamo in concorso un lungometraggio giapponese, 37 secondi, che ha avuto vendite su Netflix e su altri canali ed è stato a diversi festival. Siamo contenti, però, perché è stato inviato al nostro festival dal momento che la regista Hikari vi aveva già partecipato con un corto. E ci piace pensare e prenderci il merito del fatto che sia stato anche grazie a noi, che l’abbiamo scoperto due anni fa. Questo succede anche con alcuni lungometraggi italiani.

Il Riff è un festival che si è affacciato sul panorama cinematografico ormai da diversi anni. È cambiato qualcosa nel corso di questi anni? Se sì, in meglio o in peggio? E, soprattutto, anche a livello di come il pubblico recepisce i vari film?

Sicuramente è cambiato, spero in meglio per quanto riguarda la nostra organizzazione perché, crescendo, siamo riusciti ad avere più ospiti e una giuria più selezionata. Inoltre, è cambiato a livello qualitativo perché ormai da 10 anni con l’avvento del digitale è molto più facile girare un lungometraggio e, quindi, da parte delle produzioni italiane è stato più semplice presentare progetti. Prima c’era una sezione unica (lungometraggi italiani e internazionali); da alcuni anni stiamo cercando di promuovere il cinema italiano e una sezione esclusiva di documentari che ogni anno presenta circa una decina di titoli. Il pubblico purtroppo è andato via via calando, ma non solo al Riff. Da qualche anno, però, fortunatamente, si sta riprendendo nonostante la crisi del cinema dovuta anche e soprattutto all’avvento dello streaming e al fatto che ormai i ragazzi non vanno più al cinema, ma stanno sempre al telefonino. Quest’anno, a tal proposito, sono arrivate diverse sceneggiature su questo tema e, infatti, presentiamo un cortometraggio fatto completamente su Instagram Stories e altri due che trattano storie di dipendenza dai social che poi finiscono tragicamente con omicidi e suicidi a causa di persone completamente assuefatte.

Qual è il pubblico al quale il Riff si rivolge? È un pubblico eterogeneo, selezionato, giovane?

Il pubblico è vario. Ci sono molti operatori del settore, registi, attori, la troupe dei film in concorso. Il pubblico è comunque molto giovane rispetto ad altri festival. Inoltre, noi stiamo cercando di lavorare da 2/3 anni a educare il pubblico a ritornare in sala, anche perché il festival, rispetto a qualsiasi proiezione, si differenzia per la possibilità di interagire e incontrare il regista. L’idea con cui è nato il festival è stata quella di portare a Roma un’atmosfera che all’epoca (nel 2000) mancava: molto familiare, dove si ha la possibilità di incontrare operatori del settore. In questo senso, il Nuovo Cinema Aquila ci dà un sostegno perché si presta a una cosa del genere, con tre sale, un bel foyer e un’isola pedonale che diventa il centro del festival. E poi stiamo cercando di fare un lavoro capillare sui temi, cercando di avere tematiche molto varie, dall’ambiente ai cambiamenti climatici, dalle mafie alla sperimentazione, con anche una sezione di animazione. Quest’anno, nello specifico, abbiamo una giornata dedicata al Queer e alla comunità LGBTQ, dal titolo “Love & Pride day”, nella quale presentiamo quattro documentari, un lungometraggio e tre cortometraggi e un lungometraggio fuori concorso. Stiamo anche cercando di coinvolgere le scuole e le università per attirare i giovani e portarli al cinema. E quest’anno sembra ci sia molto più interesse dal momento che già diversi istituti hanno prenotato alcune proiezioni che sono già quasi sold out prima di cominciare.

A proposito di tematiche rispetto all’attualità (politica ed ecologia in primis), quali sono i film che in questo festival si sente di consigliare?

Ci sono molti titoli interessanti da questo punto di vista. Si inizia subito il primo giorno con Il santuario e Antarctic traces, che parlano di ambiente. Avremo in sala il direttore della comunicazione di Greenpeace Italia. Poi abbiamo un focus sull’Ucraina con quattro cortometraggi e due lungometraggi e, nello specifico, ci sarà in sala Nadia Zavarova che farà anche un panel e poi alcuni documentari biografici: uno su Anita Ekberg in anteprima mondiale, uno su Luigi Di Gianni e uno su Dave Grusin, un musicista americano ancora vivo che ha vinto due Oscar ed è stato candidato a 70 Grammy, vincendone 30 e lavorando alle colonne sonore di alcuni dei film più belli.

In generale come funziona il festival? Cosa si può dire a chi non ha vi mai partecipato? Come ci si approccia e com’è articolato?

Abbiamo sezioni che vanno dai cortometraggi ai film sperimentali, a quelli di animazione, ma anche dai documentari italiani e stranieri ai lungometraggi. Tutti i film sono sottotitolati in italiano e quindi in lingua originale. Noi cerchiamo di selezionare sempre film che possono essere visti e goduti da tutti. Si tratta di titoli indipendenti che, però, non hanno nulla in meno di quelli che troviamo in sala. L’unica differenza, andando a un festival, è che, oltre a poterli vedere in anteprima, sarà anche difficile ritrovarli nelle sale o in televisione perché alcuni non hanno un grandissimo cast. Ma, a livello qualitativo, si possono reputare al pari di quelli in sala. Per noi è interessante scoprire nuovi registi (perché noi presentiamo solo opere prime e seconde) e, andando a vedere la storia del Riff, abbiamo presentato registi che poi sono diventati famosissimi in tutto il mondo. La cosa più bella è vivere l’aria del festival. Mi auguro che i titoli piacciano a tutti.

Quali ospiti ci saranno? Sono previsti eventi speciali?

Per quanto riguarda gli eventi speciali, abbiamo due masterclass: una sulla musica con Stefano Ratchev, che tratterà proprio le colonne sonore, e un’altra con Andrea Maguolo, che ha vinto il David di Donatello con il film Lo chiamavano Jeeg Robot. Oltre a queste masterclass, ci sarà un focus sull’animazione spagnola, uno sull’Ucraina e poi questa giornata dedicata alla diversità che capita proprio alla vigilia del transgender day. Avremo pochi film fuori concorso perché sono già molti (circa 90) i titoli selezionati. Ci sarà anche Di tutti i colori di Max Nardari, una commedia molto simpatica. Riguardo agli ospiti diversi registi stranieri e tutti i registi italiani.

Se dovesse accompagnare lo spettatore all’interno del festival quali film consiglierebbe?

A me è piaciuto molto sia Dave Grusin che il documentario su Peter Lindbergh, fotografo di molte modelle famose e morto lo scorso 3 Settembre. C’è anche un documentario molto bello sulla musica cubana: Bakosó: AfroBeats of Cuba. In generale, io sono più per i titoli leggeri, di attualità e divertenti. Però potrei citare anche il film 37 secondi o i cortometraggi sia stranieri che italiani che sono molto interessanti: anche lì abbiamo commedie dark, thriller. C’è anche un documentario sul presidente di Amazon, la più grande multinazionale al mondo per far capire come è nata.

Utlima modifica: 10 Novembre, 2019



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