60 Festival dei popoli: Mister Wonderland. Intervista al regista Valerio Ciriaci

Pochi lo sanno, ma uno dei più grandi impresari teatrali e cinematografici negli Stati Uniti, ai tempi della prima Hollywood degli anni ’20 e ’30, era un emigrato italiano, di origini poverissime: Zeffirino Poli. Mister Wonderland di Valerio Ciriaci ne rievoca la figura. Ne abbiamo parlato con il regista

  • Anno: 2019
  • Durata: 53'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italiana
  • Regia: Valerio Ciriaci

Da cosa nasce la decisione di trattare un argomento del genere e ripercorrere la storia di Zeffirino Poli?

La decisione è nata dopo un incontro con Luca Peretti, che ha aiutato con la produzione e il soggetto del film. Luca stava svolgendo un dottorato presso la Yale University e, facendo una ricerca sui cinema dell’epoca, ha scoperto la figura di Zeffirino Poli. Ne abbiamo parlato insieme perché abbiamo capito da subito che si prestava particolarmente bene alla realizzazione di un film. Purtroppo, è un personaggio di cui si conosce davvero poco, sia negli Stati Uniti che in Italia. Quindi, abbiamo voluto incentivarne, in qualche modo, la conoscenza, senza contare che ci dava anche la possibilità di raccontare altro. Abbiamo, infatti, usato la sua figura per parlare di altri argomenti e temi, come, ad esempio, l’immigrazione italiana negli Stati Uniti, ma anche la deindustrializzazione di alcune zone che ha portato alla distruzione di molte sale cinematografiche. Poi, un altro tema è l’evoluzione del mondo dell’intrattenimento, perché Poli inizia come scultore della figurina, poi lavora nei musei della cera. Soltanto in seguito arriva il primo teatro. E, quindi, attraverso la sua figura raccontiamo anche com’è nato il cinema: lui è stato uno dei primi a prendere i film dei fratelli Lumière e di Edison e poi proiettarli nelle sue sale. Inoltre, da lui si sono esibiti negli anni ’10 del ‘900 tanti grandi artisti come Charlie Chaplin, Buffalo Bill, Houdini.

Qual è l’intento di questo documentario? Quello che si percepisce è, sicuramente in primis, la volontà di ricreare la storia del protagonista e rendergli omaggio, ma c’è anche una sorta di elogio alla storia del cinema.

Ci sono vari intenti. Quello che volevamo fare era, prima di tutto, raccontare la storia di Zeffirino Poli. Poi, tutto si è susseguito in maniera naturale in base alle persone che abbiamo avuto modo di incontrare. Un pezzo importante era il presente, cioè visitare i luoghi, le sale, nello specifico le zone in cui Zeffirino è nato e ha vissuto, ma sicuramente fondamentale è stato anche l’elemento storico. L’altro aspetto che abbiamo voluto sottolineare è il fatto che i suoi spettacoli riuscivano a dare veramente sollievo al pubblico. Erano un momento di svago per tutti quei lavoratori delle fabbriche di quella zona molto industrializzata del nord est. Tra gli operai la maggioranza era costituita da immigrati. Zeffirino, aprendo le sale a queste persone, a prezzi accessibili, ha dato un senso di svago e di divertimento. Senza considerare che questo era anche un modo per gli immigrati di entrare in contatto con la cultura americana. Quindi sì, la nascita del cinema è uno dei temi principali. Un altro macro tema è quello dell’immigrazione.

Com’è stato ripercorrere i passi di Zeffirino Poli girando tra l’America e l’Italia?

Difficoltoso, perché sono stati quattro anni di produzione. Abbiamo fatto tanti viaggi Italia-Stati Uniti. All’interno dell’America era più semplice spostarsi, abitando lì. In generale, comunque, è stato un percorso produttivo lungo perché abbiamo fatto spesso riprese nei “ritagli” di tempo. Venivamo in Italia per una serie di progetti e cercavamo di unire le cose.

La musica va proprio a braccetto con il film e le immagini, quasi come se fosse la colonna sonora della vita di Zeffirino. Ha qualche valenza particolare?

Il lavoro delle musiche è di Francesco Venturi, un compositore che ha lavorato anche al nostro primo film. Quello che volevamo sottolineare è questo aspetto favolistico della storia e della vita di Zeffirino. Tutta la storia di Poli è una favola e, oltre che dalla musica, questa è stata sottolineata anche dalle animazioni. La musica è come se si fosse scritta da sola in base il materiale a disposizione, “ispirandosi” ai vari luoghi ed entrando in questi meravigliosi teatri abbandonati. Siamo stati contenti del lavoro di Francesco. In generale, però, si può dire che questo documentario è molto più musicato rispetto agli altri nostri lavori.

La scelta di inserire la figura di Zeffirino come personaggio animato è legata ai suoi inizi o ha anche un’altra valenza?

L’idea di utilizzare delle animazioni è venuta quasi da una necessità: la mancanza di foto di Zeffirino. Ne avevamo circa una decina, quindi poco materiale. Volevamo raccontare, parallelamente alla sua vita, anche il periodo storico (del quale avevamo tanto materiale). C’era, quindi, la necessità di inserirlo in questo contesto. Una volta trovato il materiale (in parte digitale e in parte cartaceo) in vari archivi, ce lo siamo immaginato sul nostro tavolo. E l’idea dell’animazione è stata realizzata da uno studio di Milano, Avansguardi. Si vede il materiale un po’ sparpagliato alla rinfusa e noi che praticamente “voliamo” quasi sulla storia. Poi compare questo segnalibro rappresentante Zeffirino che esce fuori da un libro e, in qualche modo, guida lo spettatore, a volte su cose che lo riguardano, altre su paesaggi, fabbriche, etc. Zeffirino animato è legato, di nuovo, all’aspetto favolistico. Si tratta, quindi, di un elemento che nasceva da una necessità, ma che poi è diventato un vero e proprio valore aggiunto del film.

Utlima modifica: 9 Novembre, 2019



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