Festa del cinema di Roma: Marco Polo, conversazione con Duccio Chiarini (Alice nella città)

Le contraddizioni e le speranze dell'universo scolastico filtrate attraverso l'originale esperienza educativa dell'istituto Marco Polo di Firenze, tra dialogo e integrazione. Come già ne L'ospite, anche in Marco Polo il cinema di Duccio Chiarini preferisce sollevare dubbi e riflessioni anziché fornire delle risposte

  • Anno: 2019
  • Durata: 86'
  • Distribuzione: Stensen
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia

Il titolo oltre a riferirsi all’omonimo istituto tecnico, e dunque a un documentario di ambientazione scolastica, suggerisce anche un altro tema, quello che, attraverso la presenza del grande esploratore veneto, riguarda l’incontro e l’accoglienza delle diversità. Paradossalmente ma non troppo, l’Italia diventa la meta di un viaggio opposto in cui è possibile trovare protezione.

In realtà, il titolo di questo documentario nasce da un approccio molto semplice e lineare che deriva dalle scelte fatte insieme ai miei collaboratori. Marco Polo è il nome dell’istituto tecnico e del turismo in cui siamo stati e che, ovviamente, porta con sé un’idea di viaggio e di incontro. Ci sono in particolare delle scene dedicate al contatto con i ragazzi che arrivano via mare dall’Africa e che vanno in quella scuola a imparare l’italiano. È l’incontro di nuove culture e nuove lingue. In particolare, il tema della lingua è quello su cui si apre film: ciò che davvero colpisce è vedere questi ragazzi che imparano il cinese, idioma sempre più importante nel mercato economico mondiale. Però, ecco, non l’ho scelto per la sua simbologia ma più che altro per l’aderenza alla realtà. Ovviamente, è un aspetto evocativo e penso che sia sinteticamente il titolo più giusto.

Il film ha il pregio di riportare la scuola al centro del problema. Borsellino diceva che per cambiare i modi di fare della gente bisogna partire dalle idee. Dunque, la scelta di questi contenuti è di per se politica. Rispetto ad altri registi tu non esci fuori dall’ambiente scolastico e neanche prendi in considerazione il singolo personaggio, perché a essere protagonista è la scuola, e le persone che noi vediamo sono elementi costituenti della funzione educativa.   

Esattamente. Quando entri in un ambiente così grande come una scuola, in particolare quella scuola, devi fare delle scelte molto precise per evitare di perderti. La mia è stata quella di non uscire mai da quell’ambiente: quando l’ho fatto, per girare la scena di un’assemblea, poi ho deciso di non montarla, per rimanere fedele a questa linea. Soprattutto, ho cercato di raccontare la storia non come elemento finale di un discorso ma come quello di partenza. Cioè di andare a intercettare all’interno del film tutti quei momenti in cui la scuola seminava un dubbio, generava una domanda, faceva nascere una riflessione negli studenti o, quantomeno, in me che li osservavo diventare un coacervo di tematiche, di domande che poi sentivo non risolte o da affrontare. C’è un autore che amo in particolare modo e che si chiama Karl Ove Knausgård. In apertura del suo romanzo La morte del padre fa una riflessione sul tabù della morte, che è stata relegata nelle periferie e negli ospedali. Questo è un  tema centrale per una società che sembra vivere a compartimenti stagni. Voglio dire: tu entri in un ambiente, ci vivi, ne vieni completamente influenzato e poi a 13 anni esci e non ci hai più niente a che fare, a meno che tu non decida di fare il professore. Ecco: io penso che la nostra sia una società che vive la scuola solo nell’emergenza, quindi nella cronaca, cioè nei casi tristissimi che popolano i giornali, oppure quando si ha un figlio dentro, ma se questo non accade finisci per non curarti più di quella che dovrebbe essere la fucina del futuro del paese. Tu hai citato Borsellino, che io ritengo innanzitutto un  intellettuale. Io ci aggiungo Gesualdo Bufalino, il quale diceva che il futuro di un paese viene determinato dai maestri di scuola elementare. Allargando un po’ questa sua affermazione, penso che tale esito sia determinato da tutti i professori che incontriamo sul nostro cammino.

La macchina da presa, quindi il tuo sguardo, più che intervenire osserva e fa sorgere dei dubbi e, diciamo, delle discussioni. Questo mi pare che a livello cinematografico sia uno dei punti più forti del film, una scelta rigorosa, perché tu la porti fino in fondo delineando nei suoi risultati finali la domanda su cosa sia più utile alla società: ragazzi capaci a relazionarsi o essere dei “soldati napoleonici”.

Per me questo film è un sasso gettato in uno specchio d’acqua, che poi siamo noi quando ignoriamo la tematica della scuola fino a quando non ci capita di avervi una persona cara come un figlio o un nipote. Ed è un film che nasce dal desiderio di portare delle domande e di far scaturire una riflessione e un approfondimento, togliere un velo da un ambiente che viene ritenuto ai margini della discussione. All’interno di questo gesto e di questa provocazione, ho cercato di portare sullo schermo tutte le scene dove nascono delle riflessioni e dove emergono  tematiche e domande diverse. Una è quella della didattica, è la riflessione del professore su se stesso, su come intercettare e creare l’attenzione e l’entusiasmo, su cosa significhi il proprio lavoro di insegnante e come si debba insegnare. Inoltre, quali sono gli strumenti per andare a parlare a delle generazioni le cui relazioni con l’esterno sono condizionate da cellulari e computer, ma anche portatrici di valori diversi dai propri: ossia l’eterno dilemma del tempo che passa e del rapporto padri/figli. Da questo tema principale nascono delle domande, tipo “è più importante insegnare la relazione umana, vivere in un contesto pacifico, aprirsi, ascoltarsi o tramettere nozioni ?”. Non ho una risposta, penso che porsele sia già un punto importante. Cosa significa insegnare la storia più recente, ad esempio, cosa significano gli eterni scontri che anche oggi continuiamo ad avere rispetto al cosiddetto ventennio e che, tra l’altro, non abbiamo ancora risolto. Questa domanda, posta da un professore di storia agli insegnanti, la vediamo subito messa in scena attraverso accese discussioni tra studenti in merito alla questione fascista.

Il film si sofferma sulla materie umanistiche e sulla lotta al fascismo. In un certo senso, si rappresenta un’idea politica che va contro ciò che si ricerca in Marco Polo. Del resto, materie come filosofia e letteratura sono alla base della formazione delle idee. Era dunque voluto questo soffermarsi su di esse?

Ho passato un mese senza telecamere e audio-registratore, osservando quello che quell’ambiente aveva da offrirmi e sulla base di questa attività ho fatto delle scelte. Da subito ho deciso di seguire le materie umanistiche perché conducono direttamente al tema a me caro della cittadinanza, ossia al panorama politico attuale. Discipline come, appunto, storia e letteratura creavano naturalmente questo nesso, mentre la matematica e le scienze in generale non lo avrebbero consentito. Stabilito questo, ho scelto dei legami forti tra professori e allievi. Inoltre, ho selezionato le classi in base alla vitalità che ho sentito stando insieme a loro e da questo punto in poi è stato abbastanza semplice svolgere il lavoro, sempre con l’idea che dovessi cogliere cose che interessavano me per primo, senza però prendere mai parte diretta, ossia cercando di scomparire.

A proposito dell’estetica del film, tu osservi un intero anno scolastico e ce ne accorgiamo dalle aule vuote all’inizio e alla fine del percorso narrativo. D’altra parte, la luce non cambia colore, rimanendo quasi sempre monocorde, non sottolineando il passare delle stagioni, per mantenere l’attenzione sul divenire del discorso e dei ragionamenti. Esisteva questa scelta da parte tua?

Tendenzialmente mi ero detto che avrei seguito le stagioni. Poi, per la caratteristica climatica di questi tempi – è stato un Giugno di grandi temporali, per esempio – e un po’ per scelte non fatte a priori, mi sono trovato ad affrontare un materiale che, a parte alcune scene particolari di ingressi all’alba in cui la luce era diversa, mi ha indotto a non dare troppa importanza a questo passaggio. Se uno lo vuole notare, si accorge che nell’ultima scena in cui i ragazzi stanno preparando gli esami indossano delle magliette perché è estate. Per me più della temporalità era importante ancora una volta il significato e le questioni sollevate dal vivere la scuola come un’ambiente fucina di creazione e di riflessione.

Del tono del Chiarini regista Marco Polo utilizza la leggerezza per parlare di un problema drammatico. Alcuni argomenti potrebbero cioè respingere lo spettatore, invece il tuo sguardo lo fa avvicinare.

Sì. Io porto con me uno sguardo, quello di una persona che se lo è formato con gli anni. Non è il punto di vista tipico di un regista, ma qualcosa di personale che influisce su tutto quello che osservo, penso e faccio. Quindi l’ironia che si legge nel film è quella che mi caratterizza e che forse stimola la mia attenzione alla ricerca di quei momenti divertenti anche nell’amarezza o dei momenti più tristi nel divertimento.

Utlima modifica: 4 Novembre, 2019



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