Fulci for Fake: conversazione con il regista Simone Scafidi

Parafrasando il titolo di un film di Orson Welles, Simone Scafidi ci consegna un ritratto inedito e privato dell'autore de L'aldilà e Non si sevizia un paperino  attraverso un'operazione cinematografica in cui il vero e il falso si uniscono nel delineare un racconto intimo che emoziona e sorprende. Di seguito la conversazione con il regista di Fulci for Fake

  • Anno: 2019
  • Durata: 92'
  • Distribuzione: Paguro Film
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Simone Scafidi
  • Data di uscita: 31-October-2019

Partiamo dalla scelta di sviluppare il documentario a partire da un contesto di finzione. Fai una scelta estetica ben precisa, immaginando che le conseguenze delle interviste e di tutto quello che apprendiamo su Fulci sia frutto della ricerca che fa l’attore chiamato a interpretare il regista. L’effetto è quello di immergere il documento all’interno di una simulazione. Partiamo da qui.

Hai colto decisamente nel segno. Fulci for Fake esce nelle sale come un  documentario, ma per me è un film di fiction venduto come documentario. Il racconto dell’attore (Nicola Nocella, ndr) che si deve preparare per interpretare Lucio Fulci naturalmente fagocita tutto il materiale documentaristico da lui filmato andando in giro con la mini troupe messagli a servizio dalla produzione del film. Le interviste che fa, il materiale di repertorio che vede, le stesse fotografie inedite che ci sono nel film è come se fossero filtrate attraverso il suo punto di vista. Questa scelta diciamo che nasce prima di tutto dal fatto che Fulci fu definito in vita il terrorista dei generi, perché pretendeva di aver portato qualche elemento eversivo in tutti i tipi di cinema da lui realizzati, dalla commedia all’horror, dal giallo al western. Per aderire al personaggio mi serviva un altrettanto intervento a gamba tesa sul genere del biopic documentaristico. Questa è stata la prima scelta. Dall’altra parte, posso dire che Fulci è sì conosciuto da fan sparsi in tutto il mondo, ma non lo è per il resto del pubblico, per cui creare un personaggio come quello dell’attore che lo deve interpretare, non sapendo nulla di lui e che per questo ne deve scoprire caratteristiche umane e cinematografiche, mi permetteva di identificare i dubbi del pubblico con le riflessioni, le domande e le scoperte del mio personaggio.

Tu fai un’operazione ancora più metacinematografica, nel senso che come lui amava creare effetti volutamente posticci all’interno di un contesto verosimile – e il film ce lo dice parlando di Non si sevizia un paperino –, così fai anche tu  in Fulci for Fake, non nascondendo il falso ma anzi enfatizzandolo anche con il fatto dell’attore che all’inizio della scena si leva la maschera che nasconde il suo vero volto. Così facendo non vieni meno allo scopo del film, che in questo caso non è quello di mettere paura al pubblico ma di cercare di scoprire chi è veramente Fulci, cosa di cui il gesto dell’attore è in qualche modo metafora. 

Sì, è assolutamente così! Posso dire che il discorso dell’attore, oltre al parallelismo assolutamente corretto da te citato, è anche il segno dell’elemento metacinematografico che c’era in Fulci; dello svelare la falsità all’interno della finzione come succede nel suo film testamento, Un gatto nel cervello, in cui il regista interpreta un se stesso falsificato, a partire dal fatto di farsi doppiare da un altro attore e quindi  di non parlare nemmeno con la sua voce. E poi perché se è vero che in quel lavoro impersona un regista di film dell’orrore come quelli girati da lui, le avventure del suo personaggio sono assolutamente irreali rispetto a quella che era invece la sua vita vera. Quindi Fulci è stato davvero un falsificatore, un manipolatore, un creatore della sua stessa vita all’interno dei suoi film. Da qui quella che mi sembrava una delle chiavi per leggere e raccontare la sua storia. La difficoltà di fondo è quella che su Fulci non è mai stato fatto un film. Su di lui esiste una bellissima intervista di circa 30 minuti realizzata da Antonietta De Lillo con la collaborazione di Marcello Garofalo, La notte americana del dottor Lucio Fulci, mentre nel corso degli anni sono comparsi tantissimi montati che sono diventati i contenuti extra dei dvd relativi ai suoi film. La sua storia, quella che va dalla a alla z, è stata raccontata in questo modo e attraverso i libri. Da qui la convinzione che il pubblico non avesse veramente bisogno di questo tipo di racconto, tanto più in presenza di un audience che guarda un film avendo lo smartphone in mano e che la storia di Fulci se la può andare a guardare su Wikipedia senza che sia io a raccontargli della formazione al centro sperimentale di cinema e dei lungometraggi con Franco e Ciccio. Non è questo il punto importante. In Fake for Fulci lo spettatore può trovare quello che altrove non potrebbe scorgere, cioè l’indefinibilità del personaggio Lucio Fulci.

Tanto che per esempio il regista non appare quasi mai, se è vero che la maggior parte delle interviste non riguardano lui ma le persone a lui care. Tranne in qualche caso neanche le immagini dei suoi film sono parte in causa dei contenuti. In qualche maniera sottrai il conosciuto del personaggio per mettere in primo piano ciò che non si conosce.

Sì, e direi anche per cercare di rendere il conosciuto ancora più interessante, come succede negli home movie appartenenti alla figlia Antonella. A parte l’apertura in cui si presenta con una affermazione delle sue – “sono qua a girare un film demenziale che ci porterà tutti alla rovina” – il regista appare qua e là, parlando di tutto, tranne che dei suoi film. Anche qui perché se uno volesse sentirlo interloquire di questi argomenti basterebbe andare su YouTube e per trovare un sacco di interviste di questo tipo, mentre quelle più nascoste realizzate dalla Rai giustamente le tira fuori molto bene la trasmissione Stracult. Per quanto riguarda il discorso dei film, il motivo è che volevo evitare di mostrare scene di film appena citati perché questo avrebbe tolto spazio agli intervistati. Una cosa che mi sono sentito dire tanto da chi non conosce il cinema di Fulci è “a parlare di quei film lì mi hai fatto venire voglia di vederli”. Dunque, si tratta di una scelta che funziona. Poi avrai notato che gli intervistati sono relativamente pochi.

Proprio in relazione al numero così esiguo, stavo per domandarti com’è avvenuta la loro selezione?

Sono pochi perché volevo evitare di averne venti, trenta, per poi farli parlare pochissimi secondi. Volevo in qualche modo renderli protagonisti e per fare questo si trattava di farli comparire in lungo e in largo all’interno della narrazione, in modo che nel momento in cui scomparivano il pubblico potesse essersi già affezionato a loro. Oppure farli intervenire in singoli blocchi; penso a Michele Soavi, che ne ha uno, a Berenice Sparano, la moglie di Sergio Salvati (direttore della fotografia, ndr), che entra giusto come parentesi per raccontare quella che è stata la vita del principale compagno di lavoro di Fulci. Va detto che, per contrasto, Salvati al contrario di lui ha avuto la fortuna di avere una vita familiare e coniugale molto più riuscita. Nella scelta degli intervistati da una parte volevo averne alcuni di completamente inediti, come si è verificato nel caso di Camilla Fulci, che non aveva mai rilasciato alcuna intervista in video e che in qualche modo diventa la vera protagonista del film, insieme alla sorella Antonella, che compare solo alla fine. Quest’ultima si è sempre spesa tanto per il padre, per cui i Fulciani penso si siano chiesti che fine avesse fatto e io, con un colpo di scena, la mostro all’ultimo, filmandola mentre racconta il padre non nella solita maniera aneddotica ma riflettendo sull’eredità che questi ha lasciato, nella sua vita e in quelle di chi ama il suo cinema. Quindi Camilla e Antonella sicuramente sono state scelte per questo motivo, ma anche perché sono il sangue fulciano. È vero che non c’è Lucio Fulci, però ci sono le sue figlie. A un certo punto l’attore che l’intervista dice: “Camilla mi ha detto che lei parla come se fosse vostro padre a farlo” ed è una cosa che Camilla effettivamente mi ripeteva continuamente per telefono o quando ci vedevamo. Mi diceva: “è papà che mi parla, è papà che mi dice che devo fare questo film”; lei, che era diventata una sorta di rappresentazione stessa del padre. Camilla era una ragazza molto bella e curata – questo raccontano tutti quelli che ci hanno lavorato insieme-, e invece alla fine purtroppo, causa malattia, è finita su una sedia a rotelle, invecchiata più dell’età che aveva e con una tale parlata romana da figurare nell’immagine e nell’eloquio simile  al Fulci dell’ultimo periodo, anche lui molto malato. Il regista negli ultimi anni era così, veloce di mente però in grandi difficoltà fisiche per cui molte delle cose che lei ha detto le vengono non solo dal fatto di averle vissute, ma di averle viste attraverso l’occhio del padre. Tornando agli intervistati, altri inediti sono stati quelli di Enrico Vanzina. Nessuno ha mai pensato di andarlo a intervistare, eppure lui essendo figlio di Steno ha conosciuto benissimo Fulci. Tra l’altro, essendo una persona di straordinaria capacità nel ritrarre le figure di cinema, credo che abbia dato molto al film. C’è poi Michele Romagnoli, che è stato il vero biografo di Fulci. Ha scritto l’unico libro su di lui quando ancora era in vita. Michele era completamente scomparso dalle scene: non è sui social, non scrive su riviste o altro. È rimasto nel settore ma è stato abbastanza difficile riuscire a recuperarlo. Eppure mi piaceva l’idea di questo uomo che all’epoca era un ragazzino desideroso di fare cinema e che dopo aver conosciuto Fulci raccolse delle parole di lui ancora oggi citate in qualsiasi libro e in qualsiasi testo dedicato al nostro autore. Mi sembrava interessante sentire il suo punto di vista,

A proposito di interviste, sappiamo che lui spesso si inventava delle storie, manipolando i contenuti delle sue affermazioni. Questo crea un altro corto circuito con il titolo che si rifà a Orson Welles, e al suo ultimo film, anch’esso incentrato sulla mescolanza tra verità e apparenza. Anche in questo aspetto “saboti” il tuo film.

Sì, anche perché l’obiettivo del documentario, tanto più di quello autobiografico, dovrebbe essere di raccontare il vero. In questo film ci sono tante verità, però c’è anche un tentativo di assecondare, non voglio dire un mito, ma l’immagine di Fulci che lui stesso aveva creato. Capitava spesso sentirgli dire di essere stato un cardiochirurgo prima di diventare regista, cosa mai accaduta. Però è un fatto che non conta perché Fulci era un creatore e la sua fantasia si muoveva senza soluzione di continuità tra il set e la vita reale. Spesso, e questo me l’ha raccontato Antonella, lui riusciva anche a uscire da situazioni complicate inventandosi personaggi inesistenti, come raccontato nel film da Paolo Malco (attore per Fulci in due film, ndr) riguardo alla telefonata dell’avvocato, con quest’ultimo che si finse tale per salvare Fulci da una relazione diventata pericolosa. Il titolo, invece, è stata una di quelle illuminazioni casuali che arrivano a un certo punto. Non volevo uno dei titoli dei suoi film ma qualche cosa di più azzardato. Il significato di Fulci for Fake non è immediato e poi lo coglie chi naturalmente conosce il film di Welles, anche se “per fortuna“ grazie alle fake news il termine è diventato di dominio pubblico e, quindi, anche se uno non coglie il riferimento ne percepisce il significato. Però, ecco, la menzogna Fulci è quella dei grandi bugiardi, da Federico Fellini in avanti, con la differenza che Fulci diceva: “Fellini è bugiardo come me e forse ancora di più”. Però sono stati in qualche modo due talenti creativi, curiosamente tutti e due con la F come prima lettera del cognome. Entrambi hanno saputo creare mondi incredibili, falsificare la realtà, naturalmente con un successo completamente differente.

Il film non manca di sottolineare la personalità del protagonista, burbero sul set e tenero con il nipote e gli altri bambini. Il fatto che nei suoi lavori si infierisse spesso sul corpo delle donne gli fece valere l’accusa di fare un cinema misogino.

Questo è un tema molto complesso e delicato. Inevitabilmente il cinema di Fulci e in particolare alcuni suoi film sono stati accusati  di misoginia, a cominciare da Lo squartatore di New York, primo nella lista di titoli appartenenti alla categoria. In realtà, poi se uno lo va a rivedere oggi è tutt’altra cosa perché di fatto è la storia di un padre che soffre perché la figlia sta male e per questo si rivale contro chi può vivere una vita felice e senza problemi. Fulci amava le donne, le amava di un sentimento fatto di grande generosità, come pure di estremo desiderio. Io non ci vedo niente di male in questo e come Sergio Salvati racconta “lui non era uno di quei registi che sul set ti diceva: questa attrice è mia, questa costumista è mia o altro”. Fulci bramava la donna, ma non ne prevedeva in alcun modo il possesso. L’esempio raccontato da Michele Soavi a proposito della crudeltà mostrata nei confronti di Antonella Interlenghi non era indirizzata verso il genere femminile, ma era frutto di una mal sopportazione del divismo. Non sto assolutamente sostenendo che la Interlenghi avesse avuto simili atteggiamenti, ma solo che la reazione di Fulci non dipendeva dall’avere a che fare con un uomo o una donna, perché si sa benissimo che è stato molto più duro con gli attori. Ciononostante, questo è quello che emerge di più. Sul suo rapporto con le figlie, Fabio Frizzi (musicista, ndr) dice “ io non conosco cosa abbia fatto veramente per loro, ma so che ha fatto del suo meglio”. Probabilmente, tutto quello che poteva magari non è stato abbastanza, ma a suo discolpa va detto che dopo la morte della moglie si è ritrovato solo con due bambine piccole. In più, era sempre sul set e quindi lontano da casa. Sono sicuro che abbia davvero dato il massimo per le figlie, sbagliando perché purtroppo essere padre è più difficile che essere regista.

Di fronte alla sua sterminata cinematografia, il film sposa la tesi di Davide Pulici, soffermandosi solo su quelli realizzati a cavallo degli anni Ottanta e, dunque, del filone horror e splatter. È stata una necessità quella di non allargare il discorso al resto della produzione, oppure anche tu condividi  il punto di vista di Pulici?

La tesi di Pulici rispecchia la mia. Giustamente Fulci era paroliere, ha diretto i musicarelli, ha scritto 24000 baci,  Il tuo bacio è come un rock, ha scritto Un americano a Roma, però questo oramai è aneddotica che andava bene nei coccodrilli scritti al momento della sua morte. Si dava poco spazio ai film, per cui ora è conosciuto e si scriveva “E’ stato aiuto di Steno, ha diretto Totò, ha lavorato con Orson Welles etc”.  Il resto veniva invece relegato a poche righe, come si fa per le cose poco importanti. Oggi negli Stati Uniti – che poi non nascondiamocelo è in fondo l’unico mercato occidentale che ha un vero peso – Fulci è conosciuto per Zombie 2, per L’aldilà, per Quella villa accanto al cimitero. Secondo me, quando si parla di lui bisogna sì menzionare Zanna Bianca, perché in Italia fu l’unico suo grandissimo successo, però oggi chi è che se lo ricorda? E comunque se te lo rammenti lo fai pensando a un film sui cani, dimenticandoti chi l’ha diretto. Io penso che l’essenza di Fulci sia in quel gruppetto di film horror a cui aggiungo thriller quali Non si sevizia un paperino e Sette note in nero. Quei film lì sono qualche cosa di unico per quanto magari derivativi, ma tutti i film lo sono. I suoi hanno uno stile davvero originale che sopravvive al tempo. Dunque, la mia è stata una scelta precisa, poi chiaramente anche necessaria per il fatto che Fulci ha fatto sessanta film ed era impossibile raccontarli in novanta minuti. Avrebbe voluto dire ridurli a pochissime battute e questo non mi interessava. C’è un bellissimo libro Il terrorista dei generi di Albiero e Cacciatore in cui tutti i film sono trattati lungamente, come è giusto che sia.

Mantenendo fede al rigore della tua impostazione rinunci alla parte più glamour della faccenda, ovvero alla celebrazione di Tarantino e di tutto il cinema americano nei confronti di Fulci. Questo spinge il tuo resoconto verso un’intimità che altrimenti non sarebbe stato possibile raggiungere, di cui Camilla, che è una persona dolcissima, rappresenta l’emblema.

È vero, è un racconto intimo in cui il dramma entra come elemento di genere: la morte della moglie di Fulci o l’incidente occorso a Camilla sono indubbiamente commoventi e comunque costruiti per portare lo spettatore in quella direzione. Mi interessava questo perché c’è stata una sorta di pudore nel raccontare Lucio Fulci sia su carta che negli extra dei dvd, come se non si volesse andare a fondo. In Fulci for Fake la stessa Camilla e la sua storia viene raccontata; la sua malattia viene messa davanti alla macchina da presa, per quanto in questo caso devo dire nel massimo rispetto. Lei mi diceva che era la prima volta che succedeva e le dispiaceva non essere più bella come una volta, cosa comprensibile per lei come per ogni essere umano. Mi interessava quello, anziché il discorso su Quentin Tarantino o altro. Quando si è parlato del film alla stampa, una delle prime cose da me raccontate è che Zombie 2 nel suo quarantennale è uscito negli Stati Uniti restaurato e presentato da Guillermo del Toro. Mi chiedo oggi quanti registi italiani possono vantare la presentazione di un premio Oscar alla regia. Probabilmente pochissimi, però questo non mi interessava dirlo nel film perché la forza del cinema di Fulci è arrivata agli spettatori statunitensi come a quelli inglesi o tedeschi o francesi molto prima che ci pensassero Tarantino o lo stesso Del Toro. In più Quentin è un rivalutatore ma a blocchi, a “pacchettate” di registi; ogni volta dice “il mio regista preferito è Sergio Martino, Umberto Lenzi o i registi filippini e tedeschi del passato”. Secondo me lascia il tempo che trova. Lui è un entusiasta di un certo tipo di cinema più che di singoli autori. Il cinema di Fulci regge perché in America vengono fatte convention sui suoi film e a me è capitato di vedere filmati in cui ci sono madri quarantacinquenni o cinquantenni con figli e figlie di quindici/vent’anni con la maglietta di Zombie 2. Ecco, questo per me vuol dire che lui oggi ha un peso specifico nel mondo del cinema e di chi lo guarda.

Nel film emerge molto forte il pregiudizio di un certo tipo di critica e, per contrasto, il fatto che al di là dei suoi film Fulci in realtà era un fine intellettuale. E poi, volendo trovare un filo rosso tra il tuo ultimo lavoro e quello su Zanetti volevo chiedere se era l’interesse per due personaggi anomali rispetto al proprio mondo?

I pregiudizi non so quanto emergano nel film, anche perché io non non do nessuna colpa alla critica e all’industria del cinema per non aver capito Fulci. Secondo me lui stesso non è stato capace di andare al di là delle sue opere, che peraltro sono di grandissimo valore.

In realtà, mi riferivo a me perché in quello che mi fai vedere sono io ad accorgermi del mio pregiudizio.

Hai ragione, ma lo stesso Fulci era vittima di questo pregiudizio perché negli ultimi anni diceva che il suo film che preferiva era Beatrice Cenci, che è un bellissimo film ma che veniva scelto perché, in qualche modo, era l’unico da lui diretto non dichiaratamente di genere. In realtà, poi lo era in quanto nel ‘69 in un film storico c’era già la possibilità di far vedere violenza nudità e altro. Per lui, però, quello era come se fosse stato l’unico titolo di genere drammatico della sua vita, di norma riservato solo a chi non fa cinema industriale. Una cosa bella che non dice nel film, ma che ha detto altrove Davide Pulici, è che Fulci è morto senza sapere chi fosse e quanto entusiasmo il suo cinema sia stato in grado di scatenare. Lui è morto nel ‘96, però rispetto a tanti che hanno una rivalutazione immediata, il suo culto continua a crescere, i suoi film sono più influenti oggi rispetto a quanto lo fossero appena dopo la sua morte. Avrebbe potuto fare effettivamente un altro tipo di cinema? Probabilmente si, e Fulci raccontava, vero o falso che fosse, che Luchino Visconti, incontrandolo anni dopo i tempi in cui era stato il suo esaminatore al centro sperimentale, ebbe a dirgli “Fulci, lei mi ha deluso molto”. Si trattava di un complimento ma era anche una coltellata rispetto alla dispersione di quel talento. Io credo che lui abbia sofferto di questo. La critica è stata in certi casi sbrigativa con lui, ma se penso a un film come L’aldilà, che per me è il vero capolavoro di Fulci, mi rendo conto che all’epoca poteva essere davvero difficile coglierne la grandezza, perché la presenza del sangue e della componente horror portava immediatamente al pregiudizio. Pensiamo che nello stesso periodo Stanley Kubrick era stato criticato per aver fatto un film horror come Shining. C’era quindi un condizionamento forte, anche se Kubrick era Kubrick e il parallelismo sta in piedi fino a un certo punto. Tornando alla seconda domanda, Zanetti story è un film mio e di Carlo Sigon, per cui lo considero facente parte di una seconda filmografia presto destinata ad arricchirsi con un altro film girato insieme a Carlo. Il legame è dovuto alla passione, nel senso che da interista Zanetti è sempre stato il mio calciatore preferito, come Fulci lo è stato per il cinema. A volte la fortuna di girare un film è poterlo fare su dei temi che ti interessano. L’altra ragione, e lo dico senza peli sulla lingua, è quella di fare film che abbiano un pubblico. Il pensiero potrebbe essere sbagliato, ma ragionando sul fatto che l’Inter ha tre-quattro milioni di spettatori e che Zanetti è uno dei capitani storici, alla fine ero sicuro che qualcuno lo avrebbe visto e così è stato. Il vero fil rouge credo che sia legato sempre alla forma. Se Zanetti Story era un documentario in cui ci sono come in Fulci for Fake due elementi imprescindibili, le interviste e il materiale di repertorio; lì a narrare la storia è Albino Guaron, scrittore cieco che in realtà non esiste. Mi è piaciuto creare questo espediente per il fatto che Zanetti è un uomo così saldamente ancorato alla realtà che sarebbe stato paradossale farlo raccontare da qualcuno che non esiste e che proprio per questo riesce a coglierne l’essenza. Fulci for fake, come abbiamo detto, è un documentario con interviste e materiale di repertorio, ma con quella parte di finzione che poi finisce per dare la forma e plasmare l’intero film, rendendolo non un documentario ma un film di immaginazione, un film appunto di fiction.

Utlima modifica: 31 Ottobre, 2019



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