Festa del cinema di Roma: 483 Days, intervista al regista Jesper Ganslandt, allo sceneggiatore Peter Birro e all’attore Matias Varela

Nel raccontare la vera storia dei giornalisti Martin Schibbye e Johan Persson, catturati in Etiopia mentre indagano sul colpevole operato delle compagnie petrolifere in quel paese, il regista svedese Jesper Ganslandt riesce a coinvolgere lo spettatore senza venir meno alla documentazione dei fatti. Presentato con successo alla Festa del cinema di Roma, di 483 DAYS abbiamo parlato con il regista, lo sceneggiatore Peter Birro e con l'attore Matias Varela

  • Anno: 2019
  • Durata: 124
  • Genere: Drammatico, Thriller
  • Nazionalita: Svezia
  • Regia: Jesper Ganslandt

Penso che 483 Days sia un’ulteriore testimonianza di come dopo l’undici Settembre il cinema tenda a raccontare storie legate alla realtà. Lo si vede anche dal genere mainstream, laddove anche i film più spettacolare sentono il bisogno di accreditarsi presso il pubblico rifacendosi a fatti accaduti e personaggi esistiti. Anche il tuo, pur essendo un film d’autore, in qualche modo ricalca questo schema a conferma di come per parlare dei problemi del mondo non si possa prescindere dal dato reale e storicamente accertato.

Jesper Ganslandt: Quello che dici è molto interessante. Ho fatto alcuni documentari tempo fa e penso che questi mi abbiano dato modo di approfondire maggiormente la questione rispetto a se avessi fatto un film. È vero però che adesso i lungometraggi di finzione oggi tendono a parlare di storie vere e a essere il più possibile vicini a ciò che accade, a come parla la gente, a quello che fa, ossia a essere il più autentici possibili. Non ho analizzato la cosa, ma questa trasformazione che sta avvenendo è affascinante e personalmente la aspettavo da anni. Ho fatto film legati al realismo sin dall’inizio, in modo classico, ma per parlare di questo progetto c’era la necessità di insistere sul reale, ossia sulla cruda verità; non di meno per una storia che ti portava in luoghi diversi, abitata da personaggi che riesci a sentire interiormente, in riferimento a politiche di cui sono note le dinamiche, diventava quindi importante appoggiare lo svolgimento degli eventi non solo sui personaggi.

483 Days viene sviluppato attraverso diversi generi essendo allo stesso tempo un film d’avventura, un procedural movie, un dramma, un road movie, un biopic. Dal vostro punto di vista come si ottiene l’equilibrio che protegge l’autenticità dell’opera ma che la rende comunque emozionante presso il pubblico?

J.G: Penso che ciò sia dovuto all’idea di voler usare elementi appartenenti a generi narrativi diversi. Il trucco sta nel riuscire a combinarli assieme: noi li abbiamo mescolati e bilanciati fino alla fine. Anche nel montaggio abbiamo continuato a lavorare in questa direzione.

Peter Birro: È un buddy movie? Sì lo è, ma è anche un film molto politico. Una delle cose più importanti nella mia scrittura è che mi piace la complessità, la fusione tra dramma e commedia; amo quando la storia prende una piega pericolosa e termina con un certo humour. Penso di aver preso molto di tutto ciò dal mio background italiano e dal fatto di aver visto per gran parte della mia vita un certo tipo di film. Il mix tra tutto questo e la mia coscienza politica, la collaborazione con questi uomini fantastici e il gruppo degli attori rendono la storia sì politica ma pure molto umana. Siamo cioè riusciti a toccare livelli che davvero colpiscono gli spettatori allo stomaco.

Nei ruoli dei protagonisti figurano Gustaf Skarsgard, già protagonista di Evil – Il ribelle, candidato all’Oscar come miglior film straniero, e Matias Varela, già attivo nella serie Narcos e prossimamente nel nuovo film di Ridley Scott.  Perché proprio loro?

Non conoscevo Gustaf, né Matias, gli attori che nel film ricoprono rispettivamente il ruolo del giornalista Martin Schibbye e del fotoreporter Johan Persson. Parlando con loro sono venuto a sapere che i due sono amici dall’infanzia, che si volevano bene pur tra molti contrasti, cosa che mi riguarda di persona perché anche io ho delle amicizie di questo tipo che vanno avanti da anni. Ero intenzionato a usare qualcuno legato da un rapporto simile, perché tra Johan e Martin era nata un’amicizia molto forte, di aiuto reciproco e, in tal senso, sentivo di dover innescare le reazioni tipiche dell’amicizia, ossia qualcosa al di fuori della pagina scritta, ben dentro l’universo dei rapporti umani. Per quanto riguarda la storia, poi, uno degli aspetti politici che mi ha affascinato maggiormente ancora prima di iniziare il film è stato che in Svezia la gente aveva così tante e diverse opinioni su questi due giornalisti. Alcuni erano convinti della libertà di andare ovunque a fare servizi giornalistici, mentre altri si chiedevano perché erano proprio lì (in Etiopia dove vennero catturati con l’accusa di essere terroristi, ndr): erano cioè sospettosi sulle loro intenzioni. E tutto questo avveniva in un paese in cui il dibattito politico è sempre acceso, dove il ministro degli Esteri dell’epoca era addirittura soggetto di una loro indagine (sugli abusi della compagnia petrolifera Lundin), e forse non era un caso che fosse tra quelli che sostenevano il punto per cui loro non dovevano esserci, in quel paese. Per tanti aspetti la situazione era strana perché queste persone avevano iniziato a indagare, a fare onde sull’acqua, come si dice, ed è ciò che dovrebbero fare sempre il giornalismo e i reporter.

In precedenza avevi girato documentari e film sperimentali. Qui adotti uno stile classico che mi pare sia ottimale per mantenere l’equilibrio tra gli aspetti emotivi e quelli legati alla necessità di testimoniare la realtà dei fatti.

Come hai detto, prima ho fatto cose che si possono considerare sperimentali. C’era per la verità un’idea con il direttore della fotografia Sofia Olsson. Le riprese con la macchina a mano per noi non trasmettevano più la realtà dei fatti, così abbiamo deciso di utilizzare il digitale in direzione di una maggiore aderenza alla realtà. Per Sofia all’inizio è stato un po’ difficile andare in quei luoghi, ma a me l’idea piaceva perché solo così avremmo potuto raccontare questa grande storia. Voglio dire che ho cercato di fare un film che fosse allo stesso tempo narrazione classica e possibilità di mantenere integra la testimonianza di una voce forte. Alcuni autori fanno questo. Per esempio Denis Villeneuve, che è bravissimo e verso il quale nutro grande rispetto proprio per questa sua attitudine. Stessa cosa per Roman Polanski.

Una scena del film, quella in notturna in cui i giornalisti e la loro scorta avanzavano nella pianura africana, ricorda molto Sicario. D’altro canto, i film indipendenti, tipo quelli che si vedono al Sundance fanno uso di questo genere di riprese oramai al limite del manierismo.

Un po’ come in Avengers quando Thanos va verso Iron Man (ride, ndr). Usano la camera a mano, adattano lo stile ma non riescono a renderlo reale. Quel continuo traballare sul serio non aiuta.

Tu fai l’opposto, perché la Marvel usa la camera a mano e tu no. Questo tra l’altro si ricollega a quanto dicevamo rispetto alla spasmodica ricerca di realismo e verosimiglianza anche da parte dei prodotti blockbuster

Esatto, sembra un paradosso, ma è vero, noi facciamo esattamente il contrario.

Immagino che questo sia un problema che ti sei posto anche in termini di scrittura, per cui ti volevo chiederne come hai proceduto?

P.B: Sono entrambe due facce molto politiche, ma per poter raccontare una storia di tale tenore e che riscuota l’attenzione del pubblico devi essere molto personale. Io mi sono concentrato sui giornalisti e il livello politico è per me il fatto che, all’epoca, il ministro degli Esteri svedese aveva un enorme conflitto di interessi dal momento che, in precedenza, era stato membro del consiglio di amministrazione della compagnia petrolifera su cui i giornalisti erano intenzionati a investigare. Per poter far sentire al pubblico l’urgenza di una storia simile bisognava far conoscere i protagonisti, cioè i giornalisti e quindi credo che questo sia in fondo il segreto.

Penso che la tua performance sia notevole, perché non enfatizza i sentimenti dei protagonisti e allo stesso tempo lavora molto sul fisico. Per esempio questo è un tipo di buddy movie dove uno degli attori mostra caratteristiche intellettuali che l’altro media attraverso una rappresentazione maggiormente fisica (spesso lo vediamo a torso nudo). Quindi: com’è stato recitare privilegiando il lato materiale del ruolo ma allo stesso tempo preservandone i risvolti emotivi?

Matias Varela: Non ci sono state sfide particolari. Decisivo è stato ricordarsi che quando interpreti un personaggio che si basa su una persona esistente devi rispettare il fatto che essa vive all’ombra di quello che rappresenti. Questo è il limite, qualcosa che devi metabolizzare, ossia il fatto che si stratta di una persona reale. Bisogna bilanciare l’interpretazione senza entrare in situazioni non desiderate e dare la tua versione della persona. Questo è, allo tesso tempo, interessante e molto stimolante.

Si sono sempre sottovalutati gli attori dal punto di vista fisico, ma ci sono alcuni che interpretano in scena loro stessi e questo è molto importante.

J.S.: Sì. Quando ho visto il film sono rimasto colpito da come loro hanno dato diversi tipi di relazioni tra i due personaggi. Per quanto riguarda Matias, in qualche modo lui rappresenta il nostro sguardo e c’è come l’anima nella sua performance, tipo quando viene catturato e le sue reazioni sono davvero spontanee. In realtà, non abbiamo discusso molto di questo, però è riuscito a interpretarlo nel modo migliore

Il film mi ha ricordato in qualche modo classici come The Killing Fields di Roland Joffe e, da un altro punto di vista, Spotlight e Tutti gli uomini del presidente. Li ritroviamo nel film, in te come attore, in te come regista e anche in te come sceneggiatore.

J.S.: Esatto. Abbiamo parlato ovviamente di Spotlight e di Tutti gli uomini del presidente e di come potevamo fare un film giornalistico.

P.B.: Mentre scrivevo la sceneggiatura ho guardato dieci volte il film di Oliver Stone, Salvador, perché è una storia di riscatto fantastica riguardante un ragazzo che acquisisce una coscienza politica durante il processo. Ne abbiamo parlato molto.

J.S.: Io sentivo però che avevamo bisogno di qualcos’altro, che dovevamo trarre ispirazione anche da altro. Ricordo di aver discusso anche di Traffic di Steven Soderbergh per molti motivi. Prima di tutto, per avere una prospettiva maggiore, poi perché in molti dei suoi film lui si mostra sicuro di sé nel non dare spiegazioni, andando al contrario direttamente al punto. In particolare, i personaggi spesso risultano divertenti, non commedianti, ma persone reali e tu a volte sorridi per questi malintesi. Ho pensato, cioè, che questo fosse qualcosa di cui avessimo bisogno, altrimenti saremmo rimasti in una dimensione di eccessiva serietà e pesantezza per due ore, cosa che non avrebbe funzionato. Non potevamo quindi fare altrimenti, perché la storia era questa. Così abbiamo cercato di avere qualcosa di più, ad esempio qualche risata, da sistemare in contesto critico quale quello della situazione politica descritta, di per sé già complicata da gestire.

Hai visto anche tu questi film e se si in che modo ti sei ispirato a loro?

M.V.: Ho visto Salvador. In generale, ho sempre un milione di riferimenti. Ho visto tutti questi film di cui abbiamo parlato ma per me la cosa più importante è stato incontrare Johan, l’uomo che interpreto. Questa è stato per me il modo più interessante e stimolante per entrare nel personaggio: incontrarlo e parlare con lui. Inoltre, mi ha aiutato leggere il libro. Voglio dire: non proprio cosa è successo a loro, ma cosa hanno provato e cosa si riesce a intuire tra le righe. Leggendo poi il libro e incontrando Johan ho capito tante cose che non avevano detto, che erano nascoste. Quindi, un po’ come Jesper, ho sentito che la serietà dei personaggi era sempre presente. Ho anche pensato di renderli un po’ più divertenti, nel senso che se si riusciva a far quasi sorridere gli spettatori allora sarebbe stato più semplice far sentire come sono davvero i personaggi. Diciamo, in generale, che mi sono mosso con l’intento di creare situazioni quantomeno divertenti, provando ad accentuare il più possibile questa aspetto.

J.S.: Penso, inoltre, che se si rappresenta l’incontro tra varie culture, di gruppi di ribelli, di soldati e di questi giornalisti svedesi in modo ideologico sembra quasi che tu ti ponga su un piedistallo. Intendiamoci: non penso che sia andata in questo modo, e l’essenza del significato era forse ideologico e profondo, ma ciò che contava era essere presenti in quei momenti, fatti anche di incomprensioni in cui ci si allontana e poi magari ci si riavvicina. Questa è una cosa che mi affascina nel fare film.

La storia accade nel 2011. Rispetto a quei fatti ti chiedo se oggi sia cambiato qualcosa?

J.S.: Credo che la situazione per i giornalisti, per la stampa e per i media in generale sia più difficile ora. Ci sono molti più attacchi verso di loro rispetto a prima. Quindi, si può dire che questa storia abbia più rilevanza ora rispetto a dieci anni fa.

P.B.: Sì, abbiamo discusso anche sulle notizie false e sul fatto che esistano falsi documentari girati in mezzo al nulla.

J.S.: Questo era impensabile allora, alludo alle fake news, e parliamo dei media americani. E poi abbiamo avuto la compagnia petrolifera svedese Lundin Petroleum che è stata processata per crimini contro l’umanità in Sudan, alcuni anni prima del 2011. Tale processo ora fa parte dell’agenda politica. Penso che il film sia uscito nel momento giusto.

Per la traduzione dall’inglese si ringrazia Cristina Vardanega

Utlima modifica: 29 Ottobre, 2019



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