Festa del cinema di Roma: Mystify: Michael Hutchence, conversazione con Richard Lowenstein

Con le cadenze di un film noir, Mystify: Michael Hutchence racconta la parabola del cantante australiano in una continua alternanza tra il pubblico e privato dell'artista. A uscirne fuori è un viaggio intimo ed emotivo che non lascia indifferenti. Del film e di Michael Hutchence abbiamo chiesto al regista Richard Lowenstein

  • Anno: 2019
  • Durata: 102'
  • Distribuzione: Wanted
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Australia
  • Regia: Richard Lowenstein

Mystify: Michael Hutchence descrive il percorso tipico delle star hollywoodiane la cui fama era assicurata dal fatto di morire giovani e famosi.

Come si diceva prima, ci sono stati personaggi quali Marilyn Monroe e James Dean che si sono avvicinati troppo al sole, finendo per bruciarsi alla maniera di Icaro. Qui, però, si tratta di un mito diverso e mi riferisco a Zeus, che sembra essere stato geloso di questo ragazzo, lanciandogli i fulmini che ne hanno segnato il destino. Ricordiamoci che l’incidente subito da Michael, quello che gli ha causato diversi problemi psicofisici, non si è verificato perché era ubriaco o guidava troppo veloce. Lui stava semplicemente andando in bicicletta e, all’improvviso, ha battuto la testa sul selciato dopo essere stato spinto a terra da un’automobilista impazzito.

Mi sembra che Mystify oltre ad essere il titolo di una delle  canzoni più famose degli INXS stia a indicare il confine che separa pubblico e privato del protagonista. Da una parte c’è il sex symbol e la star musicale, dall’altra la persona sensibile e intellettualmente vivace, molto distante dall’idolo delle folle che abbiamo conosciuto nel corso della sua carriera.

Abbiamo scelto di intitolare il film Mystify: Michael Hutchence perché conoscendolo molto bene sapevo che lui e il suo personaggio sarebbero stati molto difficili da riassumere o considerare come una cosa sola. Si trattava di una personalità molto variegata, costituita da elementi complessi e frammentati e, comunque, molto lontani dall’idea che avevano di lui i media, portati a vederlo in maniera semplificata e come il classico sex symbol da palcoscenico, con i capelli lunghi, i vestiti eccentrici e così via. Quello che abbiamo fatto è stato di ricostruire una sorta di puzzle, ricollocando nella giusta maniera i pezzi del carattere e dell’esistenza di Michael.

A proposito della forma, volevo soffermarmi sull’uso insistito dello split screen. La moltiplicazione delle immagini ti permette non solo di mostrare quanto più possibile di Michael Hutchence, ma anche di sottolineare la sua duplice natura, quella dell’uomo e l’altra, attribuitagli dallo star system.

Premesso che a me è sempre piaciuto il documentario stile Woodstock, proprio per l’uso di questa tecnica, ciò che volevo fare era creare l’alternanza tra immagini del personaggio che ce lo facessero sentire più vicino ed altre di più ampio raggio per distinguere il pubblico dal privato. Questa tecnica mi permetteva di evidenziare la contrapposizione delle due versioni, come se lo osservassimo nella sua intimità e poi sul palco, dove i fan lo vedono da lontano o sugli schermi dello stadio.

Scegli di organizzare un flusso visivo sovrapponendo ad esso le parole del cantante e di chi gli è stato vicino nel corso degli anni. In più, evitando di ricorrere alle cosiddette talking heads e quindi di interrompere il racconto principale con la visione degli intervistati, mantieni intatta l’empatia suscitata dal fatto di restare sul protagonista dal primo all’ultimo minuto.

All’inizio volevamo semplicemente aggiungere dei video, ma poi nel momento in cui abbiamo raccolto le testimonianze a livello di foto e filmati abbiamo visto che ne derivava un ritratto sempre più intimo, con dei frammenti magari girati a casa sua da famigliari e amici. Quindi, tornando a quello che abbiamo detto prima, è stata una sorta di processo di creazione organico, perché il film ha voluto rappresentare quello che era un viaggio intimo verso la figura di Michael Hutchence, anziché guardare la sua vita dalla prospettiva dei suoi amici. In più ho cercato di non realizzare un film in cui ci fosse una spaccatura temporale o cronologica tra come lo vedevano loro e quello che lui veramente era. La mia intenzione è stata di portare lo spettatore in un viaggio temporale che lo accompagnasse nella prospettiva del personaggio Michael Hutchence, dunque non poteva che essere un traiettoria intima e sentimentale. Quello che invece volevo evitare era dare un’immagine clinica o fredda che sarebbe venuta fuori nel momento in cui avessi semplicemente intervistato chi lo aveva conosciuto: riprendere questi ultimi nel loro vestito perfetto all’interno di uno studio di registrazione sarebbe risultata una cosa troppo impostata, che non avrebbe permesso di fare questo viaggio intimo nei ricordi del cantante. Mettici, inoltre, che ripensando a lui molti di loro si sarebbero messere a piangere e quindi sarebbe stata una cosa molto diversa. Così, invece, Hutchence risulta quello che era nel suo intimo e non la rock star planetaria.

Intimo al punto che tre o quattro volte la macchina da presa sembra fermarsi sugli occhi del protagonista, quasi a volerne coglierne i conflitti interiori. 

È vero che questo succede, ma era una tecnica che come regista amavo adottare quando mi è capitato di dirigere i suoi video musicali. Mi interessava rendere quella che è stata la mia esperienza con lui e, quindi, di riprodurre il suo modo di rivolgersi alla macchina da presa e di come vivevo il suo essere personaggio. La tua domanda è interessante perché quelli che hanno avuto a che fare con lui menzionavano ogni volta gli occhi di Michael. Da questi resoconti emerge che anche nel backstage tutto quello che era intorno a lui rimaneva all’interno della stanza. Magari non guardava proprio te, ma comunque aveva il potere di far scomparire il resto del mondo e di farti restare solo con lui, come se tu fossi la persona più importante di tutte.

Per come lo ripercorri, il viaggio esistenziale di Hutchence potrebbe essere quello di un personaggio da film noir. A ricordarlo è la traiettoria esistenziale di Hutchence, che parte da una situazione di felicità per poi ritrovarsi con il passare del tempo ad affrontare i fantasmi del proprio passato. Nell’impostazione del film c’era l’idea di una costruzione simile?

Non posso dire che sia stata esattamente questa la mia idea perché non sono una persona religiosa o credente, però posso pensare che ci sia stato qualcosa al di sopra di lui e di noi che aveva scritto la parabola di Michael Hutchence. La storia di una star di Hollywood che era tra le più belle e famose possibili e che poi in qualche modo ha seguito le regole convenzionali di quella che è la struttura di un racconto di quel genere. All’inizio c’era questo ragazzo d’oro, nel senso che aveva vissuto una vita familiare molto semplice; era un giovane affascinante, ma poi è arrivato qualcuno dall’alto, come dicevo prima, una sorta di Zeus che ha lanciato il fulmine che lo ha colpito, cominciando a riempire la sua vita di ostacoli da superare. Un’altra analogia potrebbe essere quella con il Candido di Voltaire. È come se qualcuno avesse scritto la storia di Candido con un po’ di quella capitata a Michael. Anche a quest’ultimo è successo di vedere arrivare tutte queste persone che hanno iniziato a sfruttarlo; lui le voleva rendere e all’improvviso vede la sua vita andare a rotoli. Dunque, ho semplicemente seguito questo copione che appare tradizionale e scritto dall’alto. Non avevo mai pensato alla possibilità di scrivere un film noir, però in effetti ci potrebbe stare perché in esso c’è molta innocenza perduta

Non a caso in Mystify Hutchense appare come un angelo caduto.

Si, esatto.

Con Hutchence hai realizzato Dog Space in cui lui interpretava il frontman tossicodipendente di una rock band. Inoltre hai diretto video degli Inxs e degli U2 e questo fa di te un esperto in materia musicale. A maggior ragione ti chiedo com’è avvenuta la selezione del materiale che è entrato a far parte del film e poi, per quanto riguarda Hutchence, mi piaceva avere da te un giudizio su di lui come frontman. Il suo modo di tenere il palco ricorda certi atteggiamenti di Jim Morrison e Mick Jagger.

Lo stesso Michael Hutchence avrebbe riconosciuto l’influenza che Jim Morrison e Mick Jagger hanno avuto su di lui, perché crescendo con loro era inevitabile rimanerne influenzati, ma per esempio nel ritmo è debitore di Ray Charles e di Aretha Franklin. Michael ha mescolato queste influenze per creare un personaggio unico che era anche tipico delle rockstar degli anni Ottanta. Quando era giovane – anche dal punto di vista della carriera – saltava sul palco ed era una sorta di star punk, cosa che poi ha cominciato ad affievolirsi a favore di un personaggio più sensuale, più padrone del suo corpo. In quella fase più matura della sua carriera si era creato un personaggio unico,  corrispondente a quella di un performer sui generis. La selezione del materiale l’abbiamo fatta insieme a Tayler Martin e Lynn-Maree Milburn con lo scopo di ricreare dei temi emozionali. C’erano, ad esempio, delle sezioni come quelle con Kyle Minogue, che erano piccole e poi sono state combinate insieme. Nel corso del lavoro il nostro obiettivo era tenere ciò che era utile a ricreare una sorta di emozione tematica, di viaggio emozionale che comprendesse nei diversi capitoli l’aspetto sociale, quello eroico e quello relativo all’incidente in Danimarca. Non è stato semplice ma è stato un lavoro alla ricerca della giusta combinazione dei diversi elementi.

Oltre a essere molto bello sotto il profilo estetico, volevo capire se il colore delle immagini è anche frutto di un lavoro di post produzione. Inoltre a proposito del montaggio, quale tra la parte visiva e quella parlata ha avuto la priorità sull’altra? Sono venute prima le immagini e poi le parole o viceversa?

Si, i colori sono una parte essenziale del racconto, anche se abbiamo trattato le voci alla pari delle immagini perché nelle prime cercavamo di trovare riferimenti ai temi del nostro viaggio emotivo. Io stesso vengo dal contesto dell’arte drammatica e quindi dalla scuola cinematografica, per cui per me le immagini sono altrettanto importanti e costituiscono un mezzo comunicativo che va al di là del testo o al di là della voce o del testo orale. In tutto questo il colore e in generale la forma hanno giocato un ruolo essenziale nel viaggio sensuale dentro  la vita del personaggio. Ovviamente il colore è anche il risultato della lunga esperienza di Andrew de Groot. Lui stesso aveva girato diversi video dei concerti degli INXS e insieme abbiano deciso che i colori raccontassero la sensualità del personaggio. A questo ha contribuito anche il sound designer a cui ho chiesto di ricreare sullo schermo l’ esplosione di sensualità capace di far sì che una volta all’interno della sala non ne volessero più uscire.

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Utlima modifica: 25 Ottobre, 2019



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