Terni Pop Film Festival: intervista a Simone Liberati, protagonista di L’amore a domicilio

Cuori Puri, La profezia dell’Armadillo e adesso L’Amore a Domicilio di Emiliano Corapi. Ogni volta diverso, Simone Liberati scompare all'interno dei personaggi in virtù di un metodo che ricorda quella del primo Elio Germano. Con l'attore romano abbiamo parlato del suo nuovo film, facendo il punto su una carriera fin qui ricca di soddisfazioni

  • Anno: 2019
  • Durata: 90
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Emiliano Corapi

Nel cinema di oggi collezionare uno dopo l’altro tre ruoli da protagonista è il segnale di una carriera che inizia a farsi importante.

Sì, è anche questione di fortuna perché poi non è è detto che le cose siano così facili. L’aspetto più complicato non è tanto organizzarsi e   scegliere una certa direzione, ma far sì che quello che ti proponi possa in qualche modo proseguire. Quindi, di sicuro fare bene di volta in volta i film è importante, ma andare avanti dipende molto da te e anche dalle circostanze. Nulla è mai scontato, soprattutto all’inizio di una carriera cinematografica, però sicuramente sono molto contento di quello che ho fatto fino adesso. Cuori Puri, La profezia dell’Armadillo e adesso L’Amore a Domicilio di Emiliano Corapi sono film molto diversi e a loro modo impegnativi.

Il segno della tua recitazione è quella di scomparire all’interno del personaggio. Volendo fare un paragone con un attore della nuova generazione ricordi in questo il  primo Elio Germano. Come capitava con lui succede anche con te e cioè si fatica ogni volta a riconoscerti. In questo processo c’entra molto l’uso del corpo.

Intanto, ti ringrazio per il paragone con Elio, che spero non si arrabbi per l’accostamento (ride, ndr). Ciò che dici mi fa piacere perché lui è un attore che amo moltissimo e con cui sogno da sempre di poter lavorare. Ciò detto, ovviamente lui fa quello che vorrei fare io ma lo fa molto meglio di me. Per quanto mi riguarda, prima ancora che dal corpo, parto dal tentativo di individuare quelle che sono un po’ le circostanze che muovono i sentimenti della persona che interpreto. Alla fine un personaggio altro non è che un essere umano con un vissuto che tu vai a raccontare attraverso un piccolo segmento di vita. Quest’ultimo è chiaramente la conseguenza di tutto ciò che di significativo e importante gli è successo prima del film. Così, alla fine, più che agire il personaggio reagisce alle cose della vita e allo sviluppo della sceneggiatura che racconta un momento particolare della sua esistenza. C’è poi il modo con cui quest’ultimo – e mi riferisco al personaggio de L’amore a domicilio – si muove nello spazio circostante e, dunque, lo studio su come cercare di calibrare la sua confidenza con le cose, su quanta risonanza abbia il suo essere timido anche dal punto di vista fisico. In sostanza, bisogna cercare un po’ di capire cosa calibrare e come: io cerco di affidarmi a quelle che sono le indicazioni del regista e che mi viene dal confronto con gli altri attori. Spesso mi ritrovo a scoprire delle cose che non avrei mai pensato prima e di cui divento consapevole sul set, mentre sto girando una determinata scena. A volte è qualcosa che ti dice il regista o il tuo collega. In fondo quello dell’attore è un lavoro che prevede uno scambio continuo, non si sta mai soli ma sempre in più persone.

Riferendomi a L’amore a domicilio e al personaggio di Renato mi sembra che l’uso dei vestiti non sia fine a se stesso: da una parte, infatti, gli abiti celano la tua fisicità, aiutandoti a costruire quella timidezza che è un tratto tipico del personaggio, dall’altra imprigionandone il corpo diventano metafora dei blocchi mentali ed emotivi che impediscono al protagonista di essere felice.

È andata proprio così, ma ti dirò di più, era anche così che il regista voleva raccontarlo, quindi è stato un processo portato avanti assieme alla costumista. Abbiamo chiaramente cercato di nascondere la mia fisicità per cercare di ingrigire il personaggio, facendolo sembrare come se indossasse una divisa. Non a caso, indossa quasi sempre lo stesso completo, salvo in alcuni momenti in cui si ritrova a casa con Anna, la ragazza (interpretata da Miriam Leone, ndr) che incontra all’inizio della storia. Con lei, tanto per usare una metafora, lui si “sbottona” e getta la maschera. Quella giacca e la cravatta sono un po’ la sua coperta di Linus, una sorta di divisa istituzionale che utilizza per cercare di vendere polizze assicurative.

Sempre a proposito di Renato, ho trovato davvero calibrata il tono della tua recitazione, caratterizzata dal sottofondo di ansia e di agitazione con cui il protagonista reagisce alla decisione di ignorare le proprie paure per gettarsi anima e corpo nella relazione con Anna. Immagino non sia stato facile trovare la misura giusta per rendere questa fibrillazione emotiva.

No, non lo è stato, però una volta che ingrani e capisci qual è la cifra caratteriale poi non ti resta che trovarti lì e vivere le emozioni del personaggio. Si cerca sempre di intuire che cosa è accaduto un istante prima di girare una certa scena per capire che tipo di calore emotivo scandisce l’interazione tra i due personaggi. Rispetto a quello interpretato da Miriam c’era da parte di Renato una paura evidente data dal fatto che questa giovane donna in qualche modo sgretola tutte le tensioni di cui Renato si fa forte prima di incontrarla. Per Anna lui si scrolla di dosso tutta la sua impalcatura mentale, perdendo ogni tipo di riferimento. Questo cambiamento gli dà lo stimolo per mettere in discussione il rapporto con se stesso e con il mondo.

Prima hai parlato del rapporto tra spazio e personaggi. In effetti, nei tre lungometraggi sopracitati l’ambiente risulta determinante per la caratterizzazione dei ruoli. In quei film ti ritrovi a recitare in spazi circoscritti, ma al di là di questo gli ambienti rappresentano allo stesso tempo un luogo fisico e mentale. In Cuori puri tale dialettica segna la diversità sociale dei protagonisti, ne La profezia dell’armadillo la stessa è la discriminante che separa la realtà dalla fantasia. Ne L’amore a domicilio, in particolare, gli interni dell’appartamento – che nel film è il luogo dell’apprensione e del disagio, quello in cui gli uomini vengono lasciati – dialogano con il fuoricampo rappresentato dal mondo esterno che è quello della libertà  e della possibilità. Volevo chiederti in che modo tutto questo entra a far parte della tua performance?

Sì, in realtà questo è vero, è una cosa a cui non avevo pensato e ora che mi ci stai facendo riflettere; in effetti è curioso. Lo spazio in qualche modo si evolve e modifica in base alla narrazione delle storie. Mi viene da pensare che hai citato tre film girati a Roma, una città che detta un po’ le regole narrative. È una metropoli che si fa sentire: girare lì non è come farlo in altre parti d’Italia o del mondo. È una città che ha dei ritmi tutti suoi e un certo tasso di difficoltà (ride,ndr), per cui secondo me la sua spazialità è molto presente e predominante nei lungometraggi che vi vengono realizzati. Questo per dirti che anche ne L’Amore a domicilio, girato quasi tutto in interni, a essere tale non era solo l’abitazione ma l’intero quartiere, dove il reticolo di case e palazzi tende a schiacciare i personaggi. Loro due si incontrano in questo appartamento che sembra un luogo a sé, un non luogo, distante e lontano rispetto a quella città che invece Renato attraversa tutti i giorni cercando di vendere queste assicurazioni. La casa è un ambiente più stranamente privato ma di base molto inscatolato.

I tuoi personaggi si fanno spesso portatori di un’ossessione amorosa e in quanto tali diventano fautori di un romanticismo tout court. Volevo chiederti di questo anche in relazione al film Qualcosa di travolgente di Jonathan Demme, che mi è venuto in mente nel corso della visione. Per impersonare Renato che tipo di  ispirazione cinematografica hai avuto, se l’hai avuta?

Più che altro nella costruzione del personaggio ho cercato di immaginare poco il cinema ma di pensare di più a una persona, tentando di riconoscerla tra quelle incrociate per strada. Da queste ho cercato di capire perché una e non l’altra riuscisse a darmi certi effetti, se era più per il modo di camminare o per come tenevano la borsa in mano o, ancora, per la maniera di parlare al telefono. Quando rifletto su un personaggio cerco di evitare riferimenti cinematografici proprio per impedirmi di essere troppo manierato. Chiaramente ti passano davanti agli occhi certe immagini di film: a me più che Demme veniva in mente certi film di Troisi e Verdone, il loro modo di raccontare certe fragilità.

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Utlima modifica: 14 Ottobre, 2019



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