Al Perso Social Film Festival Erased – Ascent of the Invisible e Pugni in faccia

Due visioni documentaristiche apparentemente opposte, ma intrinsecamente personali.

Durante il Perso Social Film Festival è stato presentato, del regista libanese Ghassan Halwani, già in concorso a Locarno 2018 nella sezione Signs of Life, Erased – Ascent of the Invisible. Siamo a Beirut, una città bloccata in un circolo vizioso fatto di distruzione e ricostruzione, in cui le persone scomparse durante la guerra civile libanese fanno ritorno per affermare la loro presenza; rappresentando così i nuovi ideali della città.

È lo stesso regista che esplicita il suo lavoro scaturito da un incontro: un volto mai scordato che emerge dalla memoria, una memoria ormai fragile, quasi dimentica, fatta di strati di carta sui muri di Beiurut. Dai poster strappati si fanno avanti patinati volti di uomini, spariti nel nulla, dimenticati e senza un certificato di morte o una tomba. Unico elemento che li ricorda è un monumento che, paradossalmente, li inquadra, ancor più, in una dimensione di morte in quanto incapace di movimento, totalmente spersonalizzato. Il film si pone l’obiettivo ossimorico di fare dell’assenza una nuova presenza, andando così alla ricerca dell’origine, restituendo dignità a chi non ne ha mai avuta. Ecco quindi che il mezzo cinema si fa immobile e se, talvolta, alcuni momenti si fanno quasi estenuanti, l’intento rimane nobile e non possiamo non tacere o rimanere passivi di fronte al lavoro di ricerca dello stesso regista; prefigurandosi un totale seppellimento della concezione monumento si fa quindi avanti una dimensione poetica, che vada oltre il discorso politico libanese, facendosi umano e antropologico.

L’intento di Halwani è la ricostruzione, attraverso l’indizio, il frammento e avviando un processo di profondo ricerca etica e politica. Il regista fa rivivere, tramite il disegno e il superamento, strato dopo strato, il ritrovamento dei volti e di quella libertà offuscata dalla patina nera dei muri. Lo scavare nella carte sulle parete diventa l’essenza del film, in quella volontà di ragionare, rivedere, ridiscutere e far riemergere quella vita scomparsa. Perché come lo stesso Halwani afferma durante il corso del film, queste assenze rivivranno soltanto nella celluloide per poi ritornare nuovamente nell’oblio. Del resto, anche la stessa foto scattata durante il massacro di Sabra e Shatila, nella quale due uomini armati portano via a forza un terzo uomo del quale mai più si avranno notizie, è una scena che di fatto non verrà mai mostrata, rimanendo solo negli occhi del regista e dello stesso fotografo, preoccupatosi di cancellare, con la computer grafica, il tutto in maniera imperfetta e sporca. Quello che resta è una scarpa, un elmetto, un alone effimero di fantasmi ormai scomparsi.

La macchina da presa, i lucidi animati, il cutter e la matita di Halwani si fanno avanti verso quella riappropriazione di nomi, volti, vita, storie; verso una realtà sociale e umana a cui si tende all’omertà e all’ambiguità di un conflitto scorretto. Lo scavare si fa nudità e dolore in cui, sotto gli strati di carta e colla, emergono volti e quelle pieghe di un crimine di guerra. Certo gli anni sono passati e il Libano è mutato, ma rimangono le zone d’ombra da debellare, rompendo quel tragico silenzio assordante. Perché il crimine imperdonabile non è solo l’avere ucciso civili, ma negarlo o peggio ancora minimizzarlo; quel che resta sono solo le foto aeree che mostrano i vari siti di corpi seppelliti frettolosamente e sparsi nella città. Ecco che la soluzione che il film propone, anche se impossibile, è l’incontro dell’uomo scomparso, con la ferma volontà di restituirgli un movimento esistenziale. Ghassan Halwani gira un film consapevole della non lucidità espressiva, che scivola in pure ambizioni estetiche e non, ma il suo stesso esistere diventa un atto etico, umano e politico; in cui quello che conta è la memoria soprattutto quella personale, intima e fatta di speranza.

Nella sezione Perso Cinema Italiano è stato presentata la storia vera, fatta di vittorie, ma anche di profonde sconfitte di Mirco Ricci. Pugni in faccia racconta la vita del pugile vista attraverso gli occhi del suo maestro di scuola, Fabio Caramaschi, qui anche in veste di regista. Il film diventa così un racconto in evoluzione, lungo quasi vent’anni, in cui il protagonista, Mirco, è cresciuto in un quartiere povero di Roma, dove droga e violenza erano all’ordine del giorno, e Caramaschi lo segue fin da piccolo, in un pedinamento quasi fra zavattiniano, lungo il corso della sua vita. Il regista inizia così il suo film, quasi sperimentale, partendo dai suoi giorni alla scuola elementare fino al ring, facendo luce anche in quegli angoli bui, nelle zone d’ombra; riprendendone anche i demoni che si celano dietro al pugile italiano.

L’aspetto che colpisce è l’aver fatto del documentario un genere personale e intimo, pur mentendo una vena di oggettività si finisce comunque per domandarci quanto sia reale o fiction. Al regista tuttavia poco importa quanto vero sia il documentario, l’aspetto che emerge è quello di fare del film un vero e proprio atto d’amore verso un combattente, senza veli e senza censure. Il film segue Ricci nella sua vita fatta di risse da strada, notti di sbronze, furiose litigate con la fidanzata e perfino le sparatorie in cui resta ferito. Il regista lo segue fino alla conquista del titolo di campione italiano della sua categoria e poi a Berlino per quello di campione intercontinentale della World Boxing Association. Mirco viene, successivamente, arrestato nel 2016 con la gravissima accusa di sequestro di minore a scopo di estorsione; ritrovatosi in carcere, viene condannato a undici anni di prigione alla fine del 2018.

Pugni in faccia dimostra la caparbietà di un ragazzo che dal nulla ottiene rispetto e a suo modo successo. Il regista con un occhio da insegnante lo mostra durante la sua vita, dimostrando e facendo trapelare come il loro legame non si sia mai dissolto, documentando come questa guida sia andata oltre i banchi di scuola. Una storia d’amore fra due esseri umani molto differenti fra loro, tenuta assieme dalla passione comune per il pugilato. In mezzo a questa componente molto personale e intima, nel film vi è una parte più oggettiva, quella cioè di mostrare un Italia nascosta verso la quale nessuno sembra avere interesse, quella delle periferie in cui si deve fare a pugni per non soccombere alla vita. La sensazione che ne rimane è che nella vita ci sono anime destinate a incrociarsi, storie destinate a essere raccontate: quella di Mirco è una di queste. Mirco è costretto a crescere in fretta e trova nel pugilato un modo per non soccombere alla realtà nella quale vive, ecco quindi che una volta diventato pugile contatta Fabio Caramaschi, invitandolo a un suo incontro. In quel momento il regista capisce che deve riprendere il racconto di Mirco ed è così che inizia a seguirlo, registrando la sua evoluzione professionale ma soprattutto umana e di quel bambino diventato uomo. La vita di Mirco è un susseguirsi di round fatti di alti e bassi e più sembra volersi allontanare dal “buio” e più sembra esserne risucchiato; verso quella che pare essere una spirale autodistruttiva. In tutto questo il maestro è una figura cruciale nella storia che, giorno dopo giorno, si dimostra capace di consigliarlo e di guidarlo, ma è al contempo il regista che deve raccontare senza interferire e costretto ad assistere all’autodistruzione di un ragazzo: Caramaschi si trova quindi a interpretare un ruolo fisicamente invisibile, ma cruciale e da coprotagonista.

Alessia Ronge

Utlima modifica: 11 Ottobre, 2019



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