Intervista a Federico Mattioni: T U N D R A e altre scoperte

In occasione di una serata interamente dedicata al suo cinema, abbiamo incontrato il giovane e brillante cineasta capitolino

Dalle parti di Astrid, suo esordio al lungometraggio, ha rappresentato il “portale” che ci ha fatto entrare in contatto con la poetica così peculiare di Federico Mattioni, cineasta giovane brillante e decisamente autarchico. Poi è venuto T U N D R A, film in cui lo sperimentalismo e una forte dichiarazione d’amore per la sala cinematografica vanno a braccetto. Oggi, 9 ottobre, al Cine Teatro Flavio di Roma è previsto addirittura un Mattioni Day: verrà cioè proiettata, a ingresso libero dalle ore 19 in poi, una selezione a sorpresa di suoi cortometraggi, alcuni dei quali mai mostrati prima in pubblico; circa 2 ore di lavori con a seguire il già menzionato lungometraggio T u n d r a, ovvero un’occasione ghiottissima per conoscere meglio quel coraggioso e interessante percorso filmico, rispetto al quale abbiamo voluto scambiare qualche parola, prima dell’evento, proprio con l’autore

Innanzitutto, Federico, descrivici in breve come si articolerà la serata romana del 9 ottobre, durante la quale sarà possibile vedere diversi tuoi lavori.

Si tratta di una serata dedicata alle fasi essenziali del mio lavoro, dai primissimi home-movies, passando per i corti più compiuti, fino al lungometraggio che complessivamente mi rappresenta di più T U N D R A. Il tutto assemblato come un evento a sé stante dall’interno, seppur fuori concorso per via del fatto che sono tra i giurati, della nuova edizione del festival di cinema rigorosamente indipendente Giano Bifronte, in corso al Cine Teatro Flavio.

E a proposito dei corti, ci saranno anche lavori finora poco visti? Come li hai scelti tra quanto girato finora? Se c’è qualche cortometraggio cui ti senti maggiormente legato, aggiungi pure qualche dettaglio in più …

Sì, è mia intenzione mostrare senza timori anche lavori di pura sperimentazione, poiché il miglior modo d’imparare e crescere è soprattutto quello di mettersi in gioco e cominciare a girare, senza pensare che esista un solo modo d’intendere, di volere e di mettere a punto il cinema. Voglio mostrare corti molto diversi gli uni dagli altri, proprio per offrire una visione il più possibile eterogenea ed esaustiva della prima fase del mio percorso da cineasta. Sicuramente sono pochi quelli di cui sono pienamente soddisfatto, considerato il fatto che li ho realizzati in anni di primo apprendistato e sempre a zero budget. Ce ne sono alcuni però dove messaggio e forma coesistono in maniera più efficace, su tutti credo Sensual code e Black is the color of my soul. E non è un caso forse che abbia scelto proprio due corti muti o comunque senza parlato, dialogo. L’importanza conferita agli aspetti audiovisivi nei miei film me la sono portata appresso fino ai lungometraggi.

Il piatto forte della serata è senz’altro T U N D R A, lungometraggio che ha debuttato nel gennaio scorso e che ha già lasciato suggestioni in chi lo ha visto, alimentando discussioni di natura estetica e non solo. Come è nata ad esempio l’idea di fare una ricerca sui generis sulle sale cinematografiche che hanno chiuso, nella capitale, durante un arco di diversi anni?

Nasce dal desiderio di preservare l’esperienza della sala come qualcosa di magico e d’insostituibile, di conseguenza deriva anche dalla paura che questo tipo di esperienza fondante si disperda una volta per tutte dietro mille altre soluzioni a portata di mano. Mi sono guardato attorno e ho cominciato a riflettere sullo stato delle cose, non solo sulla salute del cinema e delle sale. Ma anche a riflettere sul peso della mia stessa coscienza, delle esperienze vissute, riguardo lo stato dell’umanità. E il viaggio dentro la città di Roma che racconto nel film serve non solo a scoprire il contenuto della pellicola nel tentativo di ridar luce e linfa vitale alle sale, ma anche a testimoniare una realtà allo sbando, all’interno della quale però perseverano pulsazioni creative, persino nei focolai di protesta.

Quali sono invece le valenze propriamente estetiche (e il conseguente apparato citazionistico, riferito anche a determinati generi) che hai voluto mettere in gioco, nella realizzazione del film?

Coscientemente, nel mio profondo amore per il cinema, ho pensato bene d’inserirvi piccoli omaggi a generi passabili per questa storia, giocando con gli stessi e finendo per omaggiare anche la suprema arte della poesia e l’altro amore per il teatro, attraverso l’utilizzo espressivo e molto diretto, frontale direi, dei diversi monologhi presenti.
Ho cercato nel mio piccolo, con quei miseri mezzi che avevamo, di fornire delle suggestioni visive, sinestetiche, nei meandri degli innumerevoli contenuti toccati, a partire dalle modalità di comunicazione. Ho pensato andassero bene per il tipo di film, a livello citazionistico, innanzitutto il noir perché è un genere che nasce proprio dal profondo disagio sociale dei tempi di guerra, dove il mistero e il crimine si celano dietro la facciata apparentemente rassicurante di una metropoli che si pavoneggia a colpi di intrecci criminosi tra affari e politica, il tutto volto in chiave umoristica, a tratti grottesca, immaginando qualcosa che accadeva anche nel film di Woody Allen La rosa purpurea del Cairo, con l’attore principale che fuoriesce dal grande schermo nel tentativo di cambiare, là la condizione di una donna sola, qua per un vezzo opportunista condizionato dalla presenza di una maliziosissima femme fatale. C’è una citazione palese al film Tom Jones (la scena del pasto seduttivo), ad esempio. Poi ho pensato all’horror, però in chiave sociale, immaginando quanto potrebbero essere vicini a certi esseri umani i morti viventi (vi sono dei blandi riferimenti all’artigianato d’alta scuola di Herk Harvey con Carnival of Souls), vittime consapevoli o inconsapevoli di abitudini di vita sbagliate che hanno fritto loro il cervello, a livello di un Randle McMurphy di sovrana memoria cinefila. Ho pensato ad un omaggio al musical molto personale, inserendo sia il canto che il ballo, in una grintosa chiave di coinvolgimento emotivo, negli spazi dove solitamente si sfila per protestare creando problemi anche alle persone oneste, quasi sempre senza ottenere risultati. C’è tanta commedia, nonostante il tema di base sia fondamentalmente drammatico. Il cardine della storia è legato al road-movie e l’impostazione del film è configurata sulla falsariga del mockumentary con l’eroina intervistata per dare testimonianza di quanto vediamo, genere molto americano che ha preso sempre più forma nel nuovo millennio e che in Italia è purtroppo ancora molto poco conosciuto. Poi, come mi è stato fatto notare, ci sono persino elementi associati al melodramma, al teatro dell’assurdo, al trash all’italiana. Non è facile assemblare tutti questi toni di base antitetici, ma la grande scommessa del film consisteva proprio in questo, la sua natura permetteva di osare e abbiamo osato, tant’è che la sensazione primaria che si prova guardando il film è quella di fare un percorso sballottato dentro un vasto luna park di magnetismi e umori diversi.

Che dire, poi, del modo in cui l’interessantissimo ed eterogeneo cast del film è stato assemblato?

Assicurarsi un buon casting attraverso un fitto e articolato processo di selezione garantisce almeno un buon 60% di riuscita del film, poi chiaramente subentrano tanti altri fattori. Però è fondamentale curare questo aspetto, al pari della direzione degli attori che contrariamente a quanto pensano molti in Italia, comincia già nel momento in cui incontri un attore o un aspirante tale, a seconda del bisogno intrinseco all’opera, lo guardi negli occhi e cominci ad aprirti nella speranza che sia anche lui a farlo. Bisogna dialogare e creare una sintonia amichevole per quanto possibile, specie con i protagonisti e co-protagonisti. Fortunatamente alle innumerevoli sessioni di casting hanno partecipato davvero in tanti, in modo tale da avere un’ampia gamma di scelta e in alcuni casi avevo bisogno di caratteristi. Sono rimasto soddisfatto del risultato dei singoli, nonostante i tempi di dialogo e lavoro effettivo sul set siano stati ridotti al lumicino con la maggior parte di essi ma per fortuna la maggior parte hanno seguito con dedizione e passione le mie sentite e aperte direttive.

Come descriveresti l’evolversi del tuo linguaggio cinematografico, dall’esordio nel lungometraggio con Dalle parti di Astrid a questo nuovo lavoro?

Il primo film l’ho realizzato in una fase della mia vita molto incerta e complicata. Non che ora non lo sia. Non è cambiato poi molto. Ma nel primo, oltre a una maggiore inesperienza, specie nel gestire troupe abbastanza estese e nel far fronte alle imprevedibilità del set, ho infuso nella storia del film molto del mio sentimento nei riguardi di una città che aveva cominciato ad andarmi sempre più stretta. Da lì è partita la suggestione primordiale del film. Una suggestione che si è fatta sintomo nel momento in cui ho scoperto che mi mancava troppo la natura, ambiente in cui sono cresciuto in adolescenza. Motivo per cui Astrid lo va ricercando nella sua immaginazione terrena, nelle sue possibilità di ascendenza verso il cosmo. Riuscirci una volta, nonostante i ripetuti problemi imprevisti con persone inaffidabili, logicamente infonde la spinta propulsiva nel riprovarci di nuovo. E mentre ero intento a cercare di mettere in piedi un film più ambizioso è venuta fuori l’articolata idea di T u n d r a e ho deciso di virare là, mettendo da parte un film al quale tengo molto ma che si è complicato considerevolmente nel processo di selezione, logistico ed economico. Parte di quelle suggestioni le sto utilizzando ora per mettere in piedi un altro film (Breve Idillio) in forma più semplificata, di quello che poi è il tema cardine su cui mi vorrei maggiormente concentrare nei miei prossimi lavori: la complessità dei legami tra uomo e donna, il sentimento, il significato dell’amore, la sessualità. In chiave poetica, da dramedy se vogliamo, ma pur sempre metafisica.

Per finire, vorresti dirci qualcosa sugli stimoli e sulle evidenti difficoltà cui deve relazionarsi chi tenta di fare un cinema autenticamente libero e indipendente in Italia?

Ho scritto molto su questo e tanti altri hanno fatto lo stesso. L’ho fatto a volte in maniera focosa, com’è spesso nella mia indole, essendo molto diretto, viscerale, passionale, anche se riflessivo e naturalmente sensibile nei riguardi del prossimo, dei particolari esistenziali. Sono decenni che si parla sempre delle stesse cose ma la verità è che in Italia il cinema indipendente non ha una giusta collocazione all’interno del mercato, anche perché quello spetta sempre a chi riceve fondi pubblici, seguendo poi determinati canoni produttivi e realizzativi. I cineasti veramente indipendenti sono pochissimi, molti di loro si limitano a dialogare con le limitate possibilità del documentario, essendo arduo cimentarsi con i soggetti di finzione. Il vero cinema indipendente è quello americano ma in pochi lo sanno. Si pensa che il cinema americano sia solo mainstream, sia Hollywood in sostanza, ma la tradizione, fin dagli anni ’40-’50, rivela tutt’altro. In America solitamente si viene incentivati a fare film con quel che si ha e non si tenta di ridicolizzare gli autori che non fanno parte delle grandi famiglie della cosiddetta casta o di quelle associate alla stessa per vie traverse, politiche perlopiù. Semplicemente devono avere il diritto, specie grazie alla democrazia del digitale, di fare film anche coloro che non appartengono alla medio-alta borghesia, consapevoli che i maggiori privilegi spettano sempre alla frangia della nobiltà che in certe città come Roma, tutt’ora clamorosamente permane. In America, dove esiste comunque la raccomandazione, vige maggior meritocrazia. Chi non fa parte del mainstream ha comunque ampi e adeguati spazi e può provare comunque a vivere del proprio appassionato mestiere. E proprio perché si offre di più al marginale, anche in termini di possibilità festivaliere, ecco che il budget sale su un altro livello rispetto ai film più piccoli italiani. Ma non è certo la miglior scusante per tutti quei film italiani che dentro o fuori dalle sale, tentano goffamente di avvicinarsi a certi film americani, senza averne i mezzi. Fare cinema indipendente significa anche capire fin dove ci si può spingere, osare senza azzardare troppo. Riconoscere i propri limiti fattuali. Puntare all’action-movie senza avere assicurazioni, stuntmen, veicoli, permessi, soldi, può comportare enormi rischi, in primis produttivi, tanto per fare un esempio. Del cinema indipendente italiano, il pubblico sa poco e niente, perché non viene pubblicizzato attraverso i media principali e quindi gli ignoranti danno per scontato che sia di bassa qualità o lo rifiutano pregiudizialmente perché non accettano l’idea che una persona sconosciuta possa essere capace autonomamente di creare opere che funzionano e che finiscono per raccogliere i favori degli addetti ai lavori e a volte di una frangia del pubblico più curioso. Esistono poi tante sottospecie di produzioni che si spacciano per indipendenti pur avendo preso fondi dalle film commission. E preferisco non andare oltre. Sta di fatto che i cineclub che andavano per la maggiore una volta, sono rimasti pochi e quei pochi cercano di mantenersi a galla dando maggiore spazio al più noto, spacciandolo erroneamente come qualcosa di nicchia, laddove fa tendenza. Molti indipendenti puntano direttamente alle piattaforme digitali o cercano, e a volte trovano, l’appoggio di nobili associazioni che decidono d’impegnarsi a trovare degli spazi idonei ai film nei quali consapevolmente credono. C’è sempre da scontrarsi con determinate realtà distributive e con le idiosincrasie di esercenti che il più delle volte non vogliono vedere i film che proiettano, non amano poi tanto il cinema, cercano di spillarti soldi con noleggi sala proibitivi e dimostrano anche là che certi posti di lavoro finiscono il più delle volte in mano a persone che dovrebbero stare altrove. Credo che derivi soprattutto da questo il malfunzionamento di quasi tutti i settori in Italia, un Paese pieno di ricchezze artistiche e di risorse, purtroppo mal sfruttate da troppo tempo e la deriva della politica dagli anni ’80 in poi ce lo dimostra. Forse è solo attraverso i film che possiamo pensare ancora di salvare il mondo, almeno il nostro mondo. Gli indipendenti, da un po’ di tempo a questa parte, stanno seriamente pensando a un modo per salvare se stessi dal baratro culturale, civile e umano. Vogliono provare ad innamorarsi ancora guardandosi attorno con ponderatezza.

Utlima modifica: 9 Ottobre, 2019



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