Venezia 76: Collective. Intervista al regista del film, Alexander Nanau

Partendo dall'incendio di un locale notturno in cui morirono decine di giovani, costringendo il governo a dimettersi nel Novembre del 2015 per le proteste dei cittadini scesi in piazza per denunciare la corruzione della politica romena, Collective racconta una delle indagini giornalistiche più rischiose e sconvolgenti di sempre con una forma cinematografica che non si vedeva dai tempi di Citizen Four. Di seguito l'intervista al regista Alexander Nanau

  • Anno: 2019
  • Durata: 109'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Romania, Lussemburgo
  • Regia: Alexander Nanau

Incominciamo dall’inizio e, in particolare, da Catalin Tolotan: come sei riuscito ad arrivare a lui?

Il punto iniziale era quello di capire, assieme ai miei partner principali – i produttori della HBO Europe -,  quale sarebbe stato  il modo migliore per fare un film sui fatti che seguirono l’incendio del Colectiv, a seguito dei quali la società romena si ribellò contro la corruzione del governo, prendendo coscienza della maniera in cui la questa li stava uccidendo. Per far questo ho creato un team di lavoro, con a capo la co-sceneggiatrice Antoaneta Opriş,  la quale mi disse che saremmo dovuti andare da Catalin Tolontan, un giornalista sportivo diventato famoso per aver condotto inchieste capaci di scoperchiare le malefatte dei nostri politici al punto di indurne alcuni a dimettersi. Dopo l’incendio del Colectiv, Tolontan iniziò a investigare su questo sistema, per cui se volevamo capire qualcosa su di esso avremo dovuto farlo assieme ai giornalisti che ne conoscevano nel profondo il funzionamento. Era impossibile iniziare a fare un film sulla società romena se non attraverso un giornalista.

Vorrei parlare della realizzazione del film, perché mi sembra che, come in  Citizen Four di Laura Poitras, la funzione della macchina da presa non è solo quella di testimoniare la realtà, ma di contribuire ai tentativi di cambiarla rivelandone le parti più oscure e meno conosciute. Che responsabilità ti sei preso e come hai girato il film?

Durante gli ultimi lungometraggi ho sviluppato un mio linguaggio che parte dalla convinzione di poter catturare in maniera cinematografica le cose che capitano nella vita di tutti i giorni. Questo permette alle persone normali di identificarsi con quelle presenti sullo schermo. Ad un certo punto, alla scuola di cinema, dopo aver visto i film dei fratelli Maysles, primo fra tutti Salesman, ho avuto una sorta di rivelazione, pensando che si potesse far sì che lo spettatore si identificasse con le persone di tutti i giorni senza per forza girare una fiction. Così ho sviluppato anche il mio Toto and his Sisters. Volevo entrare nella vita dei personaggi e trascorrere del tempo con loro, catturando la vita come un fotografo di strada. È per questo che sono io a girare i miei film. Come quelli, il mio lavoro consiste nell’aspettare il momento in cui si verifica il conflitto o il dramma. Per questo motivo è importante che sia io a riprenderlo, perché, come un fotografo, vedo le emozioni delle persone e riesco a catturarle e a renderle in maniera cinematografica. Ogni individuo ha un qualcosa legato alle emozioni, alle situazioni e alla propria personalità. Il fotografo è colui che cerca di far uscire la personalità di chi gli sta di fronte e ne cattura l’attimo. È quello che faccio io, costantemente. Trascorro del tempo con le persone, anche cinque ore, e cerco di catturare con la macchina da presa i loro sentimenti più nascosti. Il montaggio è molto lungo, dura quasi sempre un anno, in quanto cerco di veicolare i contenuti in una lingua che riesca a comunicare con lo spettatore, facendogli sentire che io non sono lì. Per me è molto importante che in un documentario lo spettatore riesca a sentire che sta vivendo nello stesso ambiente dei personaggi, che si senta fisicamente vicino a loro; insomma, deve sentire che ha vissuto per un po’ con loro per poi potersi identificare.

A parte il processo di inchiesta e di ricerca, quanto è stato importante per te trovare l’equilibrio tra un punto di vista giornalistico e umano?

Quando inizio un qualsiasi progetto parto sempre dall’idea che non so nulla e che voglio imparare qualcosa. C’è un processo di apprendimento molto personale che riguarda i protagonisti, di cui cerco di capire come sono riusciti a gestire la loro vita, a superare le crisi, affrontandone i contraccolpi emotivi. Per me si tratta di capire come agiscono le persone di fronte ai vari accadimenti. Ho sempre letto molti quotidiani; in Germania la stampa è di alta qualità, ma mi sono reso conto che non sai mai chi c’è veramente dietro questi articoli, chi sono le persone che dedicano la loro vita professionale al bene della società e dei suoi cittadini. Così, quando incontrammo Tolontan, pensai “ecco, lui è uno di questi uomini, uno di quelli che vive giorno e notte pensando a come poter essere utile alla comunità”. Raccontarlo è stato affascinante per la dedizione che ha rispetto ai fatti del proprio tempo e alla società in cui vive. La missione che si era prefissato era davvero rischiosa e a me interessava comprendere cosa significasse per un essere umano dedicarvisi in maniera totale, al fine di fornire un’informazione reale e veritiera. Tolontan mi disse “ Io sono solo il tramite, raccolgo le informazioni e le rendo pubbliche”. Con grande ammirazione e rispetto volevo sapere come poteva farlo, come poteva dedicarvisi in maniera così appassionata.

Vivendo in una società dove dal punto di vista della comunicazione anche i giornalisti tendono ad essere come personaggi dello spettacolo, cogliendo ogni pretesto per cercare di apparire e diventare degli influencer, Collective ci presenta due reporter vecchio stile, la cui presenza si coglie dalla firma apposta ai loro articoli.

Esattamente, questo è uno dei pregi di Tolontan. Lui è veramente un grande giornalista; scrive gli articoli in prima persona, ma poi vuole che sia sempre il suo team a firmarli. Non desidera apparire ma rimane nell’ombra il più possibile; è molto timido e non vuole in alcun modo essere scambiato per un eroe. Come fosse un artista, si immedesima talmente tanto nelle situazioni che finisce per deprimersi a causa della negatività assorbita dalle notizie che riesce a scovare.

Quello che tu dici di Tolontan mi ricorda molto l’altro protagonista del film, Vlad Voiculescu, il ministro della salute che subentra a quello coinvolto nella corruzione e rispetto al quale cerca di fare luce sui fatti, cercando di opporsi al sistema. Entrambi incarnano l’idea della professione come servizio. Credo che questo concetto sia centrale nel tuo modo di rappresentare i personaggi.

Tutti i personaggi hanno questo concetto. Vlad Voiculescu (il ministro della salute subentrato a quello dimissionario, ndr) lavora in banca, ma allo stesso tempo ha avuto l’idea di aiutare i malati di cancro creando un network per portare medicine in Romania, mentre a casa dei suoi genitori ha organizzato un campeggio e ogni estate ospita bambini malati, a cui offre i migliori dottori, e ai loro genitori mette a disposizione alloggi per poter stare vicino ai figli. Avevo voglia di conoscere tutto questo. Avere il coraggio – come lui ha fatto – di andare contro le bugie dell’intero sistema è qualcosa che va al di là della semplice umanità. Non a caso lo sentiamo dire: “oramai non siamo più esseri umani ma solo medici interessati ai soldi”. Ci è stato chiesto come sia possibile liberarsi dalla corruzione e ritornare ad essere una società normale, ebbene, penso che la risposta stia nel coraggio e nella devozione con cui ci applichiamo nella ricerca della verità. Tutti noi dobbiamo imparare da questo ministro che ha la forza di dire nei palazzi del potere e in quelli del suo ministero: “siete tutti corrotti e a qualunque costo tutto questo finirà. Volete attaccarmi, attaccatemi pure. Io rappresento un’istituzione e devo servire il popolo non la vostra rete di corruzione e la rete di industrie farmaceutiche “. Anche gli altri personaggi del film si comportano allo stesso modo a cominciare da Tedy Ursuleanu (una delle vittime sopravvissute al rogo del Colectiv, ndr). Attorno a lei tutte le altre vittime erano tristi e depresse, ma lei si è chiesta “come posso trasformare quello che mi è capitato in qualcosa di positivo. Volete farmi sparire o nascondermi? Allora mi faccio vedere”. Anche lei ha scelto di dedicarsi alla società e alle altre persone. Il grande insegnamento che ho appreso nella realizzazione di Collective è l’esistenza di una grande umanità.

Prima accennavi al modo in cui hai trasformato la realtà in forma cinematografica. I tuoi film sono collegati all’osservazione, per cui  volevo chiederti se Wiseman fosse tra i riferimenti di Collective. Inoltre, attraverso il montaggio riesci a creare all’interno del flusso narrativo una tensione che di solito si ritrova nelle fiction. Certamente, hai avuto in mente i grandi film di investigazione giornalistica.

Il mio riferimento è stato Spotlight. Quando ho iniziato le ricerche del film e mi sono avvicinato ai giornalisti ho riguardato quel film. Spotlight non è Tutti gli uomini del presidente, vale a dire un’opera che gira attorno alle star. Il regista Tom McCarthy mi ha fatto vedere che si può realizzare un film sul giornalismo e farlo veramente bene. Il suo lungometraggi filma la vita reale. Per quanto mi riguarda voglio comunicare con il maggior numero di persone possibili: non ha senso fare documentari solo per una cerchia limitata di appassionati e per sentirsi dire che si, è un bel lavoro e che sei un grande artista ma che alla fine hai fatto una cosa noiosa. Così mi sono rifatto alla fotografia in cui per raccontare una storia devi decidere cosa inquadrare e cosa lasciare al di fuori della cornice. Si può procedere come il fotografo di strada che scatta istantanee della vita reale e poi le elabora, così che il pubblico possa comprendere più a fondo la vita dei personaggi e identificarsi con le loro vite. Collective è un mix di riferimenti, ma parlando di grandi documentaristi ti dico che prima di Wiseman ci sono i fratelli Maysles.

Il tema di Collettive era di per sé scottante e coinvolgente per cui mi pare che con il tuo modo di girare, in qualche modo, cerchi di raffreddarlo, tant’è che la fotografia pulita ed asettica tende a restituire la sensazione di avere a che fare con un esposizione dei fatti simile a quella di un referto medico. A questo concorre anche il fatto di lasciare fuori campo sia l’opinione pubblica sia le scene del crimine. Scelte fatta in chiave anti retorica.

Il film è il risultato di scelte e limitazioni. Le restrizioni in ogni film ti portano a fare scelte migliori. Durante il montaggio c’era la possibilità di inserire scene emotivamente molto più forti di quelle presenti nella versione finale. Considerando che la fantasia dello spettatore è sempre maggiore di quello che si fa vedere, abbiamo cercato di bilanciare le emozioni facendo di tutto per innescare in chi guarda il senso di partecipazione alla storia, derivante dal fatto di trovarsi nelle medesime condizioni dei genitori delle vittime, costrette ad ascoltare qualcuno che mentendo gli impedisce di salvare la vita ai propri figli. Si tratta di qualcosa di universale, che non ha bisogno di essere mostrato.

C’e qualcosa di veramente forte nel film ed è la fluidità con cui ti muovi da un personaggio all’altro. Inoltre, stabilisci una forte continuità tra i due protagonisti per cui volevo chiederti come sei riuscito a far funzionare una struttura del genere.

Questa è stata una delle sfide di questo film. La prima parte riguardava il giornalista, la seconda il ministro e nel frattempo avevamo le vittime. Come potevamo unirli tra di loro, dargli una forma capace di renderli una cosa unica? La risposta l’abbiamo trovata in fase di montaggio, constatando che le relazioni tra le parti potevano funzionare in maniera organica. Onestamente, anche adesso sembra che il centro che li unisce sia l’umanità di cui abbiamo parlato prima, la stessa che li collega agli altri personaggi. È questo valore, presente in ognuno di loro, che ci ha permesso di passare da uno all’altro. Quindi a unirli non sono i vari colpi di scena di cui si la storia è ricca, ma piuttosto la profonda umanità che li caratterizza e di cui desideriamo sapere di più per capire fino a che punto riusciranno a mantenere intatti i loro valori di fronte alle prove che devono affrontare. Nel mio ultimo film ho raccontato di persone che riescono a mantenersi integre anche di fronte al rischio che lo stato possa liberarsi di loro, una volta che essi decidano di non non scendere a compromessi. Anche io ho cercato di non farlo, ed è per questo che mi affascina capire come le altre persone riescano a non farlo.

Visto l’argomento e i notabili coinvolti nello scandalo, hai trovato difficoltà per ottenere le autorizzazioni a poter girare?

Si, perché non erano abituati a tutto questo. Dunque, siamo stati fortunati a incontrare una persona dalla mentalità aperta come Vlad, diventato nel frattempo il nuovo ministro della salute. Lui ha capito immediatamente la situazione e non mi ha mai detto di smettere di girare. Sapeva che era un’opportunità per essere completamente trasparente. Era consapevole che questo era qualcosa di necessario per una democrazia che tale voleva considerarsi. Se le persone che abbiamo eletto non la ritengono necessaria sono sospette.

Quanto è stato importante per te incontrare le persone del Collectiv e osservare con quanto coraggio sono stati in grado di affrontare il potere, riuscendo a metterlo in difficoltà? Stiamo parlando di un fatto epocale nella storia recente dell’Europa dell’Est.

Penso si tratti di una corrente che sta attraversando l’Europa dell’Est di questi anni, un fenomeno paragonabile a quello che è successo nel ’68 nel resto del continente. La Germania, per esempio, dopo la seconda guerra mondiale e il nazionalsocialismo ha vissuto un periodo di rieducazione. Da noi il potere si è dimenticato di riflettere su ciò che è stato il comunismo, le morti che ha causato e i danni prodotti in oltre cinquant’anni di regime. Ora in questi paesi c’è una nuova generazione che ha le stesse attese che si avevano nell’Europa dell’Ovest a metà dello scorso secolo. Possiamo dire che siamo come i nostri genitori, ma a differenza di loro stiamo cercando di creare un mondo libero. Spero che la gente capisca che i paesi come il nostro potrebbero costituire un modello per combattere quello che sta avvenendo nel mondo occidentale con Trump e il populismo.

Dal punto di vista del reperimento dei finanziamenti, ma anche per i rischi che avete affrontato ,quanto è stato difficile girare questo film?

La cosa più importante è stata quella di far apparire le cose in maniera semplice. Le scene sono state sempre girate sul momento. All’inizio della giornata non sapevamo mai come sarebbe andata, se saremmo riusciti ad ottenere i permessi o se dovevamo mandare gli avvocati nei cinque minuti successivi e non il giorno dopo. Bianca (Oana, produttrice del film, ndr) era presente anche nel mio film precedente ed è stata a capo di tutto l’apparato che mi circondava e che era chiamato ad agire in tempi brevissimi. Se lei non fosse stata sempre pronta e reattiva non saremmo arrivati al giorno successivo. Alla mia assistente alla regia – che è meravigliosa – ho pure insegnato a fare le riprese, perché c’erano cosi tanti imprevisti e cose da fare che poteva capitare di doverci dividere e filmare contemporaneamente in luoghi diversi.

Ci puoi raccontare il tuo incontro con Tedy Ursuleanu, la quale ha prestato l’immagine del suo corpo ferito dall’attentato per denunciare la corruzione del sistema?

All’inizio era molto timida ed era sempre coperta, tanto che anch’io avevo timore nell’avvicinarmi a lei, avvertendo come un confine che non si poteva oltrepassare. È stata Teddy a trasformarsi e dopo un po’ di tempo a prendere la decisione di aprirsi. Questo mi ha permesso di stabilire un collegamento con lei, di esporle il nostro progetto e chiederle se ci permetteva di riprenderla nella sua vita quotidiana. Siamo stati fortunati, perché è stata una sua decisione. Non si è trattato di una cosa immediata, ed è stato difficile avvicinarla anche per me.

Potresti dire che il cinema le ha dato forza.

Si, è questo è vero per tutti i miei personaggi. Si sono aperti nel momento in cui hanno capito che non intendevo solo girare un film ma vivere veramente un anno assieme a loro, condividendone le conseguenze belle e meno belle. Un po’ ha aiutato anche il fatto che conoscevano i miei precedenti lavori.

Utlima modifica: 24 Settembre, 2019



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