Stanotte su Rai 3 (Fuori Orario) Il club di Pablo Larrain, con Alfredo Castro

Il club è un film disturbante, che mette alla berlina, ponendovisi di fronte, il declino di una realtà non emendabile. Pablo Larraín, nonostante l’età (1976), è divenuto uno dei cineasti più influenti della sua generazione, capace di restituire al pubblico quanto non può essere destinato impunemente alle fornaci dell'oblio

  • Anno: 2015
  • Durata: 98'
  • Distribuzione: CG Entertainment
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Cile
  • Regia: Pablo Larraín

Stanotte su Rai 3 (Fuori Orario) Il club, un film del 2015 diretto da Pablo Larraín. È stato presentato in anteprima italiana il 23 Ottobre 2015 nell’ambito di una retrospettiva dedicata al regista al Festival di Roma. Il film è stato distribuito nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 25 Febbraio 2016. Il club ha vinto l’Orso d’argento, gran premio della giuria al Festival internazionale del cinema di Berlino del 2015. Con Roberto Farías, Antonia Zegers, Alfredo Castro, Alejandro Goic, Alejandro Sieveking.

Il regista ha detto del suo film: “Il Club parla dei sacerdoti esiliati e per questo motivo potremmo definirlo come il club dei sacerdoti perduti. Poiché racconta operazioni che la Chiesa cattolica svolge in maniera segreta, ho raccolto materiale attraverso indagini dai metodi inusuali, dal momento che internet o inchieste di stampo classico erano del tutto inutili. Ho intervistato ex membri del clero, ex sacerdoti e/o operatori religiosi, che mi hanno indicato l’esistenza delle case di riposo per sacerdoti con “problemi”. Ho dovuto indagare attentamente le ragioni per cui un prete viene inviato a una vita di pensionamento e di penitenza. Ho scoperto anche che negli Stati Uniti esiste una congregazione internazionale, chiamata “i Servi del Paraclito”, che negli ultimi sessant’anni si è dedicata esclusivamente alla cura dei sacerdoti che non possono più continuare a esercitare per motivi diversi, dal momento che gran parte di essi hanno commesso dei crimini“.

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Pablo Larraín riesce, come pochissimi altri cineasti contemporanei, a scavare nell’animo umano, andando a scandagliare le zone più oscure e facendo emergere ciò che normalmente viene celato allo sguardo, ma, soprattutto, sa innescare un decisivo processo di universalizzazione, laddove l’esperienza soggettiva diviene, nel suo cinema, paradigma di una relazionalità in cui i diversi attori si fanno portavoce di istanze sociali più ampie, rappresentando un panorama antropologico che rispecchia in pieno la situazione comunitaria. Ne Il club il regista cileno sofferma la macchina da presa su un contesto limite, e i miserabili preti confinati in una dimora aurea per espiare gli ignobili peccati commessi nei confronti di innocenti vittime si fanno metafora di una dialettica ‘persecutori-perseguitati’ che tanto rievoca la abbastanza recente vita politica di un paese che ha visto perpetrare crimini a ripetizione, e, dunque, interrogare chi si è macchiato di tali delitti diviene il modo per dare espressione alla coscienza di una nazione ferita a morte.

La vita tranquilla di quattro ex sacerdoti (tra cui l’attore feticcio Alfredo Castro) e una ex suora (anch’essa resasi colpevole per i maltrattamenti inferti al figlio adottivo) viene scossa dall’ingresso di un quinto prelato che porta con sé gli strascichi di un agghiacciante passato, tant’è che il film inizia con una sequenza fortissima, in cui un giovane, un tempo frequentatore dell’anziano signore, grida a squarciagola, appena fuori dalla casa, tutti gli inenarrabili abusi sessuali da questi subiti, e l’impatto di tale rivelazione è talmente devastante che l’uomo, non potendo sopportare l’emersione di un rimosso così irredimibile, si spara un colpo in testa. In seguito all’accaduto, il cui contesto viene sapientemente occultato dai quattro conviventi, che depistano le indagini della polizia, viene inviato un prete-psicologo per cercare di fare chiarezza sullo sconcertante avvenimento e valutare l’ipotesi di chiudere la casa per far sottoporre gli abitanti a un giudizio penale per i crimini commessi.

Sconvolge tutto il processo di ricerca del giovane sacerdote, il quale, man mano che gli interrogatori proseguono, vede emergere un passato annichilente, e il doverselo sobbarcare, in quanto terapeuta, è un compito difficilissimo; lo spettatore comprende in pieno dal suo volto impietrito la mal celata difficoltà di sostenere tanto orrore, davvero arduo da elaborare. L’omertà dei quattro, la loro complicità, ma anche e soprattutto la difficoltà insita del linguaggio di riferire fatti abominevoli sepolti sotto la coltre degli anni trascorsi, forniscono al film un’atmosfera di rarefazione e sospensione egregiamente restituita dalla fotografia nebbiosa e tendente al grigio-violetto di Sergio Armstrong, e tutto è avvolto da un velo che occulta ciò che per sua natura è osceno (nel senso letterale, ovvero fuori dalla scena).

Larraín dimostra, dunque, ancora una volta, di possedere una profonda coscienza dei limiti del filmabile, e, infatti, nonostante l’urgenza di testimoniare col mezzo cinematografico l’oppressione esercitata dai ‘persecutori’ (viene in mente in tal senso anche l’ottimo Tony Manero), resiste alla tentazione di mostrare, alla smania della messa in scena scioccante e gratuita, pur non cessando di segnalare quanto di nefasto è accaduto. Ma il suo è, per l’appunto, un pungolare, un invitare a non dimenticare ciò che ha fortemente influito sulla costituzione di un mondo che non può smettere di fare i conti con un passato di difficile elaborazione.

Il club è un film disturbante, che mette alla berlina, ponendovisi di fronte, il declino di una realtà non emendabile, ma non osa togliere il velo che ricopre, rivelandone le escrescenze, il caotico magma di un’aberrazione che probabilmente ha inferto ferite non sanabili. È un film fortemente meditato, ogni inquadratura è sostenuta da una ferrea riflessione che ne detta le coordinate, e ciò non può sfuggire a un occhio che sia minimamente attento.

Pablo Larraín, nonostante l’età (1976), è divenuto uno dei cineasti più influenti della sua generazione, capace di restituire al pubblico più giovane quanto non può essere destinato impunemente alle fornaci del dimenticatoio. Un occhio acuto il suo, capace cioè di andare ‘oltre l’immagine’.

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Utlima modifica: 14 Settembre, 2019



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