Operazione Budapest – Il furto del secolo di Gilberto Martinelli

Docu-film davvero appassionante, in cui la ricostruzione del clamoroso furto di opere d’arte è propedeutica a indagini non meno profonde sull’animo umano e sulle relazioni tra i popoli

  • Anno: 2019
  • Durata: 50'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia / Ungheria
  • Regia: Gilberto Martinelli

Al Nuovo Cinema Aquila la stagione è ricominciata, con una serie di anteprime che si stanno rivelando una più stuzzicante dell’altra. Dal thriller nostrano Pop Black Posta di Marco Pollini all’estetica così naïf di Diamantino – Il calciatore più forte del mondo, surreale parabola ambientata da Gabriel Abrantes e Daniel Schmidt in un Portogallo caricaturale, instabile sul piano sociale, le cui supposte spinte sovraniste e populiste costituiscono il pretesto di un racconto cinematografico deliziosamente sopra le righe. Ma è con ogni probabilità la proiezione di Operazione Budapest – Il furto del secolo quella che ci ha lasciato le suggestioni più forti.

Presentato in anteprima l’11 settembre (data in sé particolarmente evocativa) alla presenza del regista Gilberto Martinelli e di altri ospiti, sia italiani che magiari, che hanno reso ancor più sapida la successiva discussione col pubblico, tale docu-film evidenzia personalità nell’inserirsi in quello che con un po’ di fantasia si potrebbe definire un filone vero e proprio: il cinema relativo ai furti di opere d’arte. Filiazione assai specifica del Robbery Movie. Ossia una lunga lista di gialli-rosa, noir e movimentate commedie, tra cui si possono annoverare titoli come Furto su misura (1961) di George Marshall con Rita Haywhort e Alida Valli o il più recente Una storia senza nome, lungometraggio di Roberto Andò datato 2018 ed ispirato al furto della Natività, la tela di Caravaggio sottratta nel 1969 dalla Mafia all’Oratorio di San Lorenzo a Palermo e mai più ritrovata. Sempre in anni a noi più vicini la dimensione socio-politica della spoliazione di opere d’arte nei paesi occupati, portata avanti con fervore dai Nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, è stata oggetto d’indagine sia nel campo della fiction (Monuments Men di George Clooney) che in quello prettamente documentaristico (Hitler contro Picasso e gli altri, diretto da Claudio Poli con la voce narrante di Toni Servillo).

Prodotto da Gian Gabriele Foschini, Operazione Budapest – Il furto del secolo ricostruisce invece da una molteplicità di prospettive, che può anche lasciare a bocca aperta, l’incredibile furto messo a segno nel Museo delle Belle Arti di Budapest il 5 Novembre 1983, ovvero durante gli ultimi anni dell’Europa divisa in blocchi, con l’inevitabile giallo internazionale che ne scaturì; anche perché fu un commando di cinque italiani che gravitavano intorno a Reggio Emilia, all’epoca epicentro di varie imprese criminali, a sottrarre al museo sette importantissimi quadri del Rinascimento. Tra di essi anche la «Madonna Esterházy» di Raffaello. Poi la picaresca fuga dei ladri, l’altrettanto rocambolesco recupero della refurtiva con polizie di diversi paesi europei impegnate in una serrata caccia all’uomo e, soprattutto, l’affiorare di quel groviglio di reti criminali, politiche e di Intelligence che, vedendo il coinvolgimento della Camorra, dei servizi segreti rumeni (tradizionalmente ostili allo stato ungherese) e di qualche magnate greco, a distanza di 35 anni rende ancora problematico e persino rischioso ficcare il naso in tale vicenda.
Con una modestia di fondo non priva di sfacciataggine il regista Gilberto Martinelli, al quale Anna Nagy ha offerto un aiuto fondamentale sin dalle prime ricerche e che già da anni ci risulta impegnato in lavori documentaristici (generalmente di marca più “istituzionale”) sui rapporti tra Italia e Ungheria, si è azzardato a definire “basic” l’esito del lungometraggio. Limitandone in un cento senso l’effetto alla funzionalità del racconto. Noialtri dissentiamo con decisione. Innanzitutto perché Operazione Budapest – Il furto del secolo è un docu-film molto ricco e riuscito pure sul piano squisitamente formale: agendo quasi sottotraccia le immagini di repertorio, molto ben selezionate, vanno a costituire un sostrato in cui si inseriscono con estrema naturalezza (e scorrevolezza) le riprese effettuate oggi, i brevi inserti animati e soprattutto le interviste ai protagonisti dell’epoca, i cui spigliati interventi traboccano di umanità, come a ribadire il notevole grado di confidenza e intimità stabilitosi con l’autore. I ritratti degli investigatori ungheresi si alternano a quelli dei ladri italiani ancora in vita, visto che alcuni di loro sono scomparsi in circostanze non proprio cristalline; il che riporta, indirettamente, ai contorni in parte misteriosi del caso, cui si è già fatto cenno. Guardie e ladri. Neanche fosse una gigantesca partita a Cluedo. E ad alternarsi sullo schermo sono anche lampi di ironia, serissimi aggiornamenti sull’iter delle indagini e altri spaccati di vita, da cui emergono progressivamente sia gli aspetti più inquietanti dell’inchiesta che un vivace feedback della Budapest anni ’80, in cui le coloriture pop del rapporto tra italiani, greci e ungheresi non fanno altro che accrescere il senso di verità dell’intera operazione, condotta dal cineasta con innato senso dell’affabulazione ed un ritmo parimenti apprezzabile.

Utlima modifica: 14 Settembre, 2019



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