Venezia 76: Se c’è un aldilà sono fottuto – Vita e cinema di Claudio Caligari. Intervista a Simone Isola e Fausto Trombetta

Ancora cinema italiano protagonista alla Mostra del cinema di Venezia. Questa volta grazie a Simone Isola e Fausto Trombetta, i quali nel dedicare un tributo alla vita e al cinema di Claudio Caligari realizzano un documentario che assomiglia a un film per la capacità di riportare in vita e davanti alla macchina da presa il regista di Non essere cattivo. Di seguito l'intervista ai registi di Se c'è un aldilà sono fottuto - Vita e cinema di Claudio Caligari

  • Anno: 2019
  • Durata: 105'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Simone Isola, Fausto Trombetta

La sequenza iniziale introduce in maniera coerente il vostro film. In essa c’è innanzitutto il protagonista della storia e cioè Claudio Caligari, presente nella lettera indirizzata da Valerio Mastandrea a Martin Scorsese. Ci sono i contenuti riguardanti la costante produttiva che ha impedito al regista di realizzare un numero maggiore di lungometraggi. C’e, soprattutto, il documento che prende forma e, dunque, la mescolanza di linguaggi e materiali che vi ha permesso di riportare in vita l’esistenza umana e professionale dell’autore. Un’unità di intenti, quest’ultima, simile a quella messa da tutti coloro che si sono messi a disposizione di Caligari per aiutarlo a realizzare Non essere cattivo.

Simone Isola: Si, diciamo che ci sta come chiave di lettura, perché Se c’è un aldilà sono fottuto – Vita e cinema di Claudio Caligari è stato fatto con lo stesso spirito, e cioè nel tentativo, spero riuscito, di mettere insieme elementi di diversa natura. Poi diciamo che se il documentario è cosi ricco di contenuti è dovuto al fatto che c’è stata un’unione di forze tra me e Fausto Trombetta, che per primo aveva intrapreso un documentario su Caligari. Lui è di Ostia e vive negli ambienti dove è stato girato il film, dunque è bello che sia partito da quei luoghi, anche dal punto di vista dell’ispirazione.

Io sono entrato in gioco nel momento in cui sono arrivati da me per intervistarmi a proposito di Non essere cattivo, di cui avevano già girato venti, trenta interviste autoprodotte sulla spinta di un grande e contagioso entusiasmo. Da lì, abbiamo deciso di unire le forze per fare qualcosa di più ambizioso che oltre alle interviste contenesse anche altro materiale: abbiamo preso il backstage delle riprese di Non essere cattivo e abbiamo scritto un progetto nuovo che dalla lavorazione del film – e quindi dalla lettera di Valerio Mastandrea – arrivava alla presentazione del film a Venezia, dopo aver raccontato la vita e il cinema di Caligari attraverso delle tappe che sono quelle della lavorazione del suo ultimo lungometraggio. Quindi, se non ci fosse stata questa unione di intenti sicuramente il documentario non sarebbe venuto cosi bene perché, come detto, una parte del lavoro era stato  già avviato da lui.

Lo stato di salute di Caligari insieme alla consapevolezza su quella che poteva essere la sua ultima volta sul set ha conferito ancora più forza al vostro lavoro, come dimostrano le immagini raccolte nel backstage del film.

Fausto Trombetta: Si, questo ha creato una vera e propria unione di intenti, ed è da li che nasce la famosa “banda Caligari”, passata alla storia proprio perché l’intenzione era quella di rimettere Claudio sul luogo dove per lui era più naturale stare e cioè sul set. Abbiamo sempre pensato che fosse giusto e doveroso fare così.

La sensazione è che Se c’è un aldilà sono fottuto si possa considerare un po’ come il quarto film di Caligari, quello in cui per la prima volta troviamo il regista e il suo universo davanti alla macchina da presa. Come si diceva, Caligari vi prende corpo all’interno di un  flusso che fa degli umori, dei modi di essere e dello sguardo del regista la materia fondante del vostro racconto.

F.T.: Questo succede perché fondamentalmente non c’è distinzione tra cinema e vita di Claudio; uomo e regista attengono uno all’altro, tant’è che il sottotitolo del nostro film è appunto vita e cinema di Claudio Caligari. Le due cose sono indistinguibili perché lui ha vissuto della sua idea di cinema. Lo dice anche la madre nell’intervista contenuta all’interno del documentario. Noi, in qualche modo, con questo lavoro vogliamo restituire almeno in parte qualcosa a Claudio. Ciò che gli è stato tolto dalle dinamiche della sua vita e da quelle interne al mondo del cinema.

Mescolate finzione a documentario, passato e presente per confrontare il paesaggio dei film di Caligari con quello reale e contemporaneo delle immagini di oggi. In più, sovrapponete alcuni dialoghi delle sue opere a istantanee del presente,  come capita nella bellissima sequenza dedicata a Pasolini e alla lapide a lui eretta.

S.I.: I tre film di Claudio sono tre cult e a me ha sempre molto colpito il discorso sul tempo, perché quando un regista fa un film a distanza di quindici anni è chiaro che cambiano i paesaggi e le persone. Inoltre, mi incuriosiva molto che un uomo nato sul lago maggiore di sponda torinese, tramite il cinema e la letteratura, si fosse così appassionato a quei luoghi che definiva pasoliniani e che per lui erano il simbolo delle periferie del mondo. Quindi, ci piaceva tornare in quei posti e vedere gli scheletri di ciò che ne era rimasto. Il monumento a Pasolini è sempre lì, rinnovato rispetto all’originale, ma sempre uguale nel disegno. I quesiti che esso pone sono sempre attuali e politici ma a cambiare sono luoghi e paesaggi. Dopodiché, portare i dialoghi dei suoi film – che secondo sono tra i più belli che siano stati fatti – sui luoghi di oggi ti dà quella sensazione di stacco temporale che li fa sembrare come se arrivino da un’altra dimensione. La particolarità vuole che essi siano talmente fusi con quegli ambienti da creare unione anche nella distanza. Sono audio dei film, però i luoghi sono gli stessi e così pure le dinamiche. Non cambieranno mai, ed è per questo che abbiamo pensato a questo tipo di collegamenti.

Se lui indagava la trasformazione del corpo sociale nel corso degli anni voi fate lo stesso con il vostro film, perché andate nei medesimi luoghi per dare conto di come sono diventati.

F.T.: Claudio come Pasolini sostenevano che il vero cambiamento all’interno di una società e, in particolare, di una città si vede nelle periferie perché bene o male il centro storico, nel corso degli anni, rimane sempre uguale a se stesso. Quindi, una delle chiavi di lettura del nostro lavoro è stata quella di rivisitare i luoghi prima pasoliniani e poi caligariani per riscontrare che effetti si sono prodotti con il passare degli anni. Per esperienza personale posso dire che le piazze di spaccio che si vedono in Amore tossico oggi sono molto diverse da trentacinque anni fa. A mancare è quel tessuto sociale che paradossalmente prima pur nella povertà e nella disperazione c’era ed era forte.

Pasoliniano lo è Non essere cattivo e voi lo fate vedere nella presa di coscienza di come anche le borgate abbiano acquisito le distorsioni della mentalità capitalistica a discapito del primordiale vitalismo incarnato in questi luoghi.

S.I.: Il messaggio di Non essere cattivo l’ho capito leggendo la sceneggiatura. In questo senso, sono contento che tanti ragazzi abbiano visto il film perché contiene un messaggio profondo ma non complesso che è quello che Cesare non è un cattivo ma un disperato. La sua rapina è un tentativo di farsi ammazzare perché quello è l’unico modo per ribellarsi a un sistema che ti fa lavorare in un cantiere senza darti i soldi che ti servono per coprire i tanti richiami consumistici. In quegli anni anni ’70 e soprattutto ’80, in cui la coscienza politica era sfumata, l’unica ribellione era quella di andare incontro alla morte. Cesare muore mentre Vittorio affronterà una vita difficile e complicata, cercando di proteggere il figlio dal richiamo dello spaccio e della droga, per la quale i soldi non bastano mai. E, quindi, il messaggio è che lo stare nella società porta a questo tipo di atteggiamenti e che per questo è necessario andare oltre la semplice divisione tra buoni e cattivi. Parlo di un avvertimento comune a tutti e tre i film, anche nel secondo, dove c’è questo gruppo di pirati che viene dalla periferia per andare a rubare in centro. Si tratta di un messaggio fortemente politico reso in una chiave particolare.

Ne La parte bassa del 1978 gli studenti invocavano l’utilizzo delle bombe come forma di contestazione. In Amore tossico gli attori sono essi stessi tossicodipendenti. Ne L’odore della notte i poveri escono dalle borgate per derubare i ricchi. Potrebbe essere questa la risposta al fatto che Claudio non riusciva a fare i suoi film, ovvero che il suo cinema metteva paura al sistema perché troppo in anticipo sui tempi?

F.T.: Sul perché Claudio non riuscisse a fare film ci si potrebbe scrivere un trattato. È il quesito che accompagna tutto il nostro lavoro. Noi certe risposte ce le siamo date, ma di certo non esauriscono la complessità della vicenda umana e professionale di Claudio Caligari.

S.I.: Lui non è arrivato a realizzare i suoi film, ma nel frattempo ha continuato a scriverli. Il problema era che i temi trattati erano sempre in anticipo sui tempi. Dodici anni fa scriveva delle baby prostitute dei Parioli con sguardo diretto e spudorato, quindi per un produttore immaginare di fare un film del genere nel 2007 non era una passeggiata. Altre volte è capitato che lui non sia sceso a compromessi, quindi come diceva giustamente Fausto sono tanti i motivi. Certo, poi se lui fosse nato ventenni prima di certo avrebbe fatto più film, ne sono quasi sicuro. Esordire a metà degli anni Ottanta non era come farlo negli anni settanta.

Il vostro film fa vedere quanto sia stato importante il ruolo di Valerio Mastandrea che in Non essere cattivo è stato il doppio di Caligari, presente sul set dal primo all’ultimo giorno come factotum dell’idea che Caligari aveva in mente per il suo progetto.

S.I.: Diciamo che Valerio ha avuto un rapporto completo con il film, cioè l’ha seguito dalla fase di preparazione fino all’uscita in sala ed è stato una sorta di alter ego del regista, supportandolo anche con difficoltà, perché poi Claudio aveva un carattere molto forte e se qualcosa non gli piaceva non mancava di fartelo notare. Quando dice – tra il serio e il faceto – che in caso di morte il film lo deve firmare Valerio, perché così se sarà venuto male non sarà lui ad assumersene la responsabilità, dimostra come fosse uno che non si fidasse ciecamente neanche delle persone a lui più vicine.

F.T.: Devo dire che Valerio ha fatto un lavoro straordinario prima e dopo perché quando giri un film con un regista che si trova in certe condizioni è un problema sotto tutti i punti di vista. Lui è stato decisivo, si è dato e speso mesi e mesi della sua vita intorno a quel progetto. Se il film si è potuto fare penso che molto del merito sia il suo.

Tra l’altro è bello che Caligari torni a Venezia perché il prestigio del Festival e l’attenzione intorno al vostro film in qualche modo lo ripaga di certe sviste.

S.I.: Venezia è la sede naturale di questo documentario, non poteva essere altrimenti. La città la vediamo più volte nel corso del film e comunque tutti e tre i lavori di Claudio sono venuti qui, dunque il festival mi sembra la destinazione ideale per quello che vuole essere non solo un tributo ma anche la voglia di restituire qualcosa a Claudio.

Alla pari degli altri, anche il suo ultimo film ci dimostra come Caligari fosse uno scopritore di talenti: da Mastrandrea, a cui ha dato dignità di attore drammatico quando ancora non gli veniva riconosciuta, ai vari Borghi e Marinelli, oggi più che mai sulla cresta dell’onda.

Una delle massime di Claudio era: “se sbagli il cast bruci il film”. Evidentemente aveva una particolare sensibilità nel scegliere gli attori. Maurizio Calvesi, che per molti anni ha lavorato a stretto contatto con lui, ci diceva di come Claudio riuscisse a vedere oltre la faccia. Osservava un volto e capiva cosa c’era dietro. In parte ce lo dice proprio Caligari quando parla del primo approccio con un ancora non così conosciuto Valerio Mastandrea. “Ho visto la sua foto”, dice Claudio, “e ho capito che non aveva la faccia da piccolo borghese e che quindi con lui potevo lavorare.” Claudio era uno che responsabilizzava molto gli attori. Non andava da loro per dirgli come fare un determinato gesto. Gli faceva invece vedere molti film e gli dava numerose referenze ma li lasciava anche molto liberi. Per un attore giovane, soprattutto se il film andava bene, tutto questo voleva dire crescere in consapevolezza e autostima.

Nel vostro dispositivo montaggio e fotografia contribuiscono non poco al risultato. Vorrei che me ne parlaste.

S.I.: Questo in parte è un film che è stato anche scritto, nel senso che aveva la possibilità di partire da (molti) materiali già acquisiti, dunque, il lavoro di montaggio è stato davvero eccezionale. Mario Marrone ha fatto un lavoro complesso. Rispetto al mio documentario su Alfredo Bini (Alfredo Bini, Ospite Inatteso, ndr) questo è stato molto più complicato perché c’era molta diversità di materiale, come pure una struttura affascinante ma comunque delicata perché organizzata su più livelli. Fausto al momento del nostro incontro aveva già realizzato 25 interviste. Quindi, facendo la mappatura dei vari materiali il lavoro di selezione e amalgama, si presentava molto articolato. Per la fotografia, invece, dobbiamo ringraziare Maurizio Calvesi per le riprese effettuate nei luoghi caligariani. La sua presenza mi ha davvero emozionato. Lui era molto legato a Claudio e si è messo a disposizione perché anche voleva lasciare il suo contributo. Un pensiero va anche a Paolo Vivaldi, che ci ha dato parte dei brani di Non essere cattivo, e poi a Marco De Annuntis, che ha avuto l’idea del progetto e che ha scritto i brani originali. Hai ragione, forse si sono messi tutti a disposizione come successo al tempo del film; forse era nella capacità di Claudio di tirare fuori il meglio da ciascuno.

Utlima modifica: 13 Settembre, 2019



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