Venezia 76: Mosul di Matthew Michael Carnahan (Fuori Concorso)

Dietro Mosul di Michael Carnahan ci sono due dei più influenti nomi hollywoodiani degli ultimi anni, Anthony e Joe Russo, registi di Avengers: Infinity War ed Endgame, qui in veste di produttori, ed il loro contributo è evidente

  • Anno: 2019
  • Durata: 109'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Matthew Michael Carnahan

Presentato Fuori Concorso alla 76esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, basato sull’articolo del New Yorker “The desperate battle to destroy ISIS“, Mosul di Matthew Michael Carnahan tratta la vicenda della squadra speciale di Nineveh, un comparto di ex poliziotti che opera al di fuori del circuito ufficiale delle forze dell’ordine e che lotta contro l’ISIS – chiamata DAESH – per la liberazione della città del titolo.

Dietro tale operazione troviamo due dei più influenti nomi hollywoodiani degli ultimi anni, Anthony e Joe Russo, registi di Avengers: Infinity War ed Endgame, qui in veste di produttori, ed il loro contributo è evidente: girato come una sorta di videogioco FPS (First Person Shooting), Mosul è un concentrato di adrenalina ed azione che non ha assolutamente nulla da invidiare ai più celebri e riusciti action movie provenienti da quella che potrebbe essere definita la loro patria d’origine, gli Stati Uniti. Ma non c’è da farsi ingannare, poiché la “semplice” facciata nasconde in realtà una portata narrativa a dir poco impressionante, non solo per le riflessioni suggerite, gli argomenti trattati o le emozioni che letteralmente travolgono lo spettatore, quanto piuttosto per il coraggio e la capacità di portare alla luce la storia di questo manipolo che trascende il concetto di eroi. Composta da uomini a cui l’ISIS ha tolto tutto, l’appartenenza alla squadra permette loro di ritrovare uno scopo, di canalizzare la rabbia e il desiderio di vendetta nella lotta contro un terrorismo sotterraneo, operando in zone ormai abbandonate, dove però vive ancora gente innocente.

In un crescendo vorticoso di sensazioni, Mosul dà il colpo di coda con una rivelazione finale, alla quale si deve uno stravolgimento nel significato dell’intera storia, molto più d’impatto, imprevedibile ed indelebile. Tra un’incursione ed un’altra, lo spettatore viene gettato nella mischia, si sporca insieme ai protagonisti, geme delle loro ferite ed esulta per le vittorie, se di vittorie si può parlare. Nel mezzo c’è sempre una guerra, che causa sofferenze e distruzione, lasciandosi dietro una scia di sangue ed vittime. Nonostante ciò, Mosul lancia in qualche modo un messaggio positivo, di speranza: esistono ancora uomini disposti a sacrificarsi per un bene più grande, spinti da una sete di giustizia ed umanità quasi sovrannaturale. Ed è anche e soprattutto l’amicizia, la solidarietà, l’unione, a indicare la via da percorrere, a permettere loro di andare avanti e continuare a credere. Addestrati, determinati, a tratti incoscienti, i protagonisti sono costruiti ad immagine di soldati realmente esistiti ed esistenti.

Il grande merito del progetto sta quindi nel “mascherare”, dietro un apparenza di film alla Michael Bay, un’opera ben più intensa ed importante, che andrebbe diffusa e valorizzata come merita. E grazie al Festival di Venezia forse riuscirà nell’impresa.

Utlima modifica: 5 Settembre, 2019



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