Venezia 76: Metri Shesho Nim di Saeed Roustaee (Orizzonti)

Dall’Iran un poliziesco potente, che pur con qualche squilibrio narrativo lascia trapelare forti elementi di instabilità sociale

  • Anno: 2019
  • Durata: 135'
  • Distribuzione: Mohammad Atebbai – Iranian Independents
  • Genere: Drammatico / Poliziesco
  • Nazionalita: Iran
  • Regia: Saeed Roustaee

Sempre più spesso capita che il cinema iraniano, fattosi conoscere a livello internazionale attraverso le poetiche ben definite di autori come Abbas Kiarostami, Jafar Panahi e Mohsen Makhmalbaf, abbassi volutamente l’asticella della ricerca estetica per lasciare ancora più spazio alla drammaticità del presente. Senza peraltro rinunciare a un linguaggio cinematografico stratificato, maturo, assai curato nella messa in scena anche quando ci si orienta in maniera un po’ più decisa verso il “genere. Ed è questo il caso di Metri Shesho Nim, robusto lungometraggio presentato quest’anno a Venezia all’interno della sezione Orizzonti. Ciò cui si è dedicato il regista Saeed Roustaee con evidente fervore è un ruvido poliziesco, in cui l’esplorazione di un ramificato universo criminale coincide con elementi di critica sociale tutt’altro che peregrini.

L’Iran e la droga. La grande città raffigurata quale vespaio in cui povertà, traffici illeciti, corruzione e carceri sovraffollate danno vita a veri e propri gironi danteschi. Dal drammatico inseguimento iniziale al così livido epilogo, in cui è la brutalità delle condanne a morte (come se tale riflessione fosse portata avanti da un aspirante Clint Eastwood persiano) ad occupare minacciosamente la scena, Saeed Roustaee è riuscito in un piccolo miracolo, ovvero ritrarre le basi di un radicato malessere sociale (periferie abbrutite dall’altissimo consumo di droga e da un impoverimento diffuso, ottusità del sistema repressivo, apparato carcerario e giudiziario completamente allo sbando) rispettando al contempo quel contesto filmico, che si nutre anche di sequenze poliziesche e d’azione molto ben congegnate.
Non mancano, è vero, lungaggini, dialoghi troppo insistiti e sub-plot di minor consistenza. L’autore del resto si è avvalso di oltre due ore, per raccontare la contorta vicenda che vede coinvolti Samad, uomo della squadra narcotici visibilmente incattivito dalla tragica fine del figlio, ed il tormentato trafficante di droga Nasser Khakzad, rintracciato infine nell’attico dove aveva tentato il suicidio con la beffarda conseguenza di essere poi condannato a morte dallo Stato stesso, al termine di un’indagine e di un procedimento legale condotti entrambi con inusitato cinismo. Forse troppa carne al fuoco, ma l’impatto emotivo del film rimane e la critica all’instabilità di determinati equilibri sociali pure.

Utlima modifica: 2 Settembre, 2019



Condividi