Venezia 76: J’accuse di Roman Polanski (Concorso)

J’Accuse è un racconto potente, un film d’autore mascherato benissimo da ricostruzione storica, con le tipiche ombre enigmatiche che avvolgono ogni set di Polanski, un sequenza di racconti con echi cinefili

  • Anno: 2019
  • Durata: 132'
  • Distribuzione: 01 Distribution
  • Genere: Drammatico, Storico, Thriller
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Roman Polanski
  • Data di uscita: 21-November-2019

Fondere insieme autobiografia (feroce, dissacrante) e dato storico non è facile, meno ancora rendere tutto grande cinema: e Roman Polanski lo fa indisturbato, mentre continuano a girare all’impazzata voci in un vociare che niente ha a che fare con il grande schermo.
Porta allora a Venezia 76, in concorso, J’Accuse, storia – vera – dell’affaire Dreyfuss, il militare che nella seconda metà dell’Ottocento infiammò la Francia dividendola in due fazioni, non proprio commisurate, di colpevolisti e innocentisti: Alfred Dreyfuss, capitano dello Stato Maggiore, fu accusato di essere un traditore e di passare informazioni al nemico, e solo l’ufficiale di carriera Georges Picquart sospettò che dietro quella fin troppo facile condanna c’era dell’altro.

Lo stile di Polanski è ben noto: un cinema tensivo e corrosivo, implacabile e immanente nel mettere in scena misteri insondabili ed enigmi sfuggenti, oggi più che mai rappreso, acceso e appassionato, dopo la recrudescenza delle accuse al Roman persona, che si riaccendono e si rispengono a seconda delle necessità dello showbiz (e non solo). Non ha avuto problemi il regista a definire il #metoo una sorta di isteria collettiva: come non ne ha avuto scrivendo, destrutturando e ricostruendo la storia di J’Accuse, che parte proprio dalla testimonianza di un artista – Emile Zola, che senza timore di condanne giuridiche si schierò apertamente a favore del probabile innocente, con un articolo apparso sul quotidiano L’Aurore che iniziava proprio con quel “je accuse…” poi divenuto proverbiale – per raccontare un’altra isteria collettiva, quella contro l’ebreo Dreyfuss.

Dal thriller più torbido al soprannaturale che odora di sulfureo, dalla commedia carnale e cinica fino al romanzo storico, Roman Polanski ha sempre raccontato quello che gli interessa maggiormente, ovvero la sua visione spietata e pessimistica del mondo e della natura umana, arrivando fino all’origine del Male, con la M maiuscola che fa assonanza, quasi sempre, con la natura stessa dell’individuo, perché l’uomo è debole e fragile e, quindi, perennemente in balia degli eventi senza controllo. Non solo i forti sopravvivono.

Ed è quindi questo il nucleo ribollente di J’Accuse – le vicissitudini di quegli uomini che tentano di opporsi al destino cinico e baro per difendere la morale e la sopravvivenza di quell’Etica che li aiuta ad andare avanti. J’Accuse è un racconto potente, un film d’autore mascherato benissimo da ricostruzione storica, con le tipiche ombre enigmatiche che avvolgono ogni set di Polanski, un sequenza di racconti nel racconto con echi cinefili (da Hitchcock, padre putativo, fino a tutta una filmografia densa e spettacolare), un gioco di specchi o di scatole cinesi che cerca affannosamente, senza riuscirci, di arrivare alla verità, scoperchiando vasi di pandora e sollevando tutti i veli che coprono il vero, mostrando la blasfemia del potere costituito. Segni e segnali, piccole tracce di un autore che nonostante le 86 primavere sembra lucido e fresco, pronto all’attacco, diretto in una messa in scena precisa e mai consolatoria: riuscendo nel non facile intento di rendere appassionanti vicende già note, enigmi dal finale chiaro, storie già concluse. Facile leggere nella storia una sorta di autoassoluzione del Polanski uomo: ma sarebbe riduttivo e poco costruttivo, fintanto che le opere del regista polacco riescono così bene, ieri come oggi, raccontare le debolezze e le fragilità di chi, nonostante tutto, prova a restare uomo. Resistere come esseri umani: mai come oggi, la prova suprema.

Utlima modifica: 30 Agosto, 2019



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