72 Locarno Film Festival: Giraffe. Conversazione con la regista del film, Anna Sofie Hartmann (Fuori concorso)

Come in un romanzo di James Joyce, Giraffe fa delle immagini un flusso di coscienza in cui passato e presente si fondono per raccontare, attraverso la memoria, il legame che unisce i luoghi alle persone. Presentato in anteprima mondiale alla 72esima edizione del Locarno Film Festival, il film di Anna Sofie Hartmann appassiona e sorprende per una messinscena che utilizza al meglio le possibilità del linguaggio cinematografico

  • Anno: 2019
  • Durata: 87'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Germania, Danimarca
  • Regia: Anna Sofie Hartmann

Nel tuo film ti capita spesso di riprendere i dialoghi tra i personaggi con piani molto ampi che includono la realtà circostante. Quello che lo spettatore sente non è solo lo spazio fisico ma anche quello interiore. Mi sembra che i carrelli con cui la macchina da presa si sposta da un personaggio all’altro e da un’ambiente all’altro siano un modo per materializzare tutto questo come pure per metterli in relazione.

(Ride, ndr ). Prima di tutto sono felice che tu l’abbia notato, perché ho cercato di dire molte cose contemporaneamente e non ero sempre sicura che ciò potesse funzionare. È vero che ho provato a raccontare la storia su più livelli di percezione, ed è per questo che a volte la cinepresa si spostava dall’inquadratura principale per inglobare spazi più ampi. I corpi e lo spazio si relazionano tra di loro e io ne sono sempre stata interessata. Le immagini del cinema mi permettono di far vedere questo rapporto attraverso i campi lunghi, i primi piani, lo spazio. È qualcosa di naturale e ne sono sempre stata interessata.

Infatti in Giraffe utilizzi a fondo il linguaggio cinematografico, ivi compreso il montaggio, in cui il sovrapporsi delle voci crea sovrapposizioni cronologiche diverse. A proposito di altri livelli di narrazione: seguendo la lezione di Tarkovskij, il tuo obiettivo cattura il passato facendolo vivere nei segni lasciati sulle pareti delle case abbandonate o attraverso le fotografie ingiallite delle persone che le hanno abitate. Una caratteristica che si ripete anche nella sequenza conclusiva, perché la presenza nel video del protagonista è fantasmagorica.

Mi sono chiesta spesso come riuscire attraverso il montaggio a mettere assieme il passato e il presente nella considerazione che lo spazio a un certo momento ha contenuto una vita che ora non c’è più. Il mio obiettivo era di riportarla indietro in maniera semplice, non sofisticata. Una casa vuota, come quella che si vede nel film, fa andare indietro la memoria riportando a galla immagini e voci, e io  cercavo di trovare il modo per rappresentare questa immagine. C’è una scena dove la casa è vuota e attraverso la musica lei ritorna indietro nel tempo a immagini e a emozioni vissute con queste canzoni. Il montaggio mi ha aiutano non poco per riuscire a visualizzare il ricordi della memoria.

Come un romanzo di Joyce, Giraffe in certi passaggi diventa puro flusso di coscienza. Ciò che affascina nel tuo film è la possibilità di avere all’interno dello stesso fotogramma realtà materiale e spirituale, materia e ricordo. Due antipodi non facili da mettere insieme.

Non è semplice, infatti. In fase di montaggio abbiamo lavorato molto su questo e non è stata una passeggiata assicurarci che quello che è accaduto prima si collegasse agli eventi successivi e riempire gli spazi vuoti con la memoria degli eventi passati. Le immagini, i materiali e le fotografie cercati dalla protagonista devono collocare le cose nei loro spazi per ricreare le storie delle case, delle persone, della vita precedente su cui la donna sta indagando.

In alcune di queste scene tu parli del passato attraverso la memoria della persona che lei sta cercando e questo ti serve per commentare il presente che la donna sta vivendo.

Si, si esatto!

Si tratta di un espediente efficace, perché ti permette di eliminare il superfluo. Non hai bisogno di aggiungere o sottolineare, laddove la tua cinematografia riesce a parlare su differenti livelli. D’altronde, questo è il cinema. Immagini, montaggio…

Mi fa piacere che tu lo abbia notato, perché come regista non sono mai sicura che la forma scelta per comunicare allo spettatore riesca in realtà a farlo. La voce narrante del diario a cui ti riferisci peraltro è la mia. Non avrebbe dovuto esserlo, ma dal momento che continuavo a modificare il testo la praticità mi ha suggerito di utilizzare la mia.

La complessità del tuo lavoro si nota specialmente all’inizio di Giraffe, ma anche verso la fine, nel senso che alla fiction utilizzata per girare la relazione tra i due protagonisti si contrappone il documentario costituito dalle interviste ad alcuni dei personaggi che compaiono nel film. Immagino che siano vere e soprattutto raccontino esperienze realmente vissute.

Certo che lo sono! Sia le interviste che i loro contenuti.

Rispetto alla tua filmografia, Giraffe che cosa rappresenta in termini di messinscena? Il fatto di mescolare documentario e finzione era una cosa che avevi già fatto o è un esperimento inedito?

Questo è il primo film nel quale sperimento questa cosa delle interviste. Nel mio lungometraggio d’esordio ho utilizzato attori non professionisti. Qui ho fatto la stessa cosa, eccezion fatta per i due ruoli principali.

Dunque, a parte loro gli altri sono persone del luogo che vivono realmente in quella zona e nelle condizioni di cui raccontano? 

Si! certo. Mario e l’equipaggio polacco vivono nelle case che vediamo nel film. Mi interessano le persone vere di cui voglio raccontare le storie intime e personali. Mescolare personaggi reali ad attori veri e propri mi consente di accompagnare lo spettatore attraverso il film in modo molto realistico.

Negli andirivieni temporali di cui il tuo film è ricco c’è qualcosa che mi ricorda l’eterno ritorno di Nietzsche: nel tuo film le persone sono differenti ma le le storie sono le stesse, la vita si ripete attraverso le persone. Il tuo film è pieno di questa filosofia, o almeno così a me pare?

Se devo dirti la verità non ho mai letto Nietzsche. Per la verità ogni cosa passa e scompare. Il film si rifà piuttosto alla filosofia di Marco Aurelio, lo storico imperatore. Conosci Marco Aurelio?

Certo! tra l’altro sono nato da Roma….

Avevo quindici anni e leggere nei suoi scritti che tutto passa e diventa polvere e che dunque nulla è importante mi diede un gran sollievo.

È molto interessante tutto questo. Quello che suggerisci nel film, oltre agli effetti dello scorrere del tempo, riguarda anche le caratteristiche degli esseri umani che rimangono essenzialmente sempre se stessi.

C’è qualcosa di universale in tutto questo. Ho letto recentemente un libro di uno scrittore australiano pubblicato quasi 10 anni fa, nel quale si afferma che noi non ripetiamo le azioni e che c’è come una rottura rispetto a questo eterno divenire. Dunque, rispetto a ciò che dicevi, la mia idea è che le cose si ripetono ma le condizioni cambiano. Per esempio, quando ci innamoriamo le cose cambiano, i sentimenti operano cambiamenti simili alle altre volte, ma ci si comporta diversamente. Come dice Marco Aurelio, le cose cambiano nella loro ripetizione. Detto questo è difficile rispondere a questa domanda, commettiamo continuamente gli stessi errori.

È l’istinto umano, desideriamo sempre le stesse cose: vogliamo stare con qualcuno, vogliamo avere successo, una posizione e altre cose. Il tuo film riflette molto su tutto questo e fa riflettere anche lo spettatore. Un altro aspetto del film è che le vicende dei suoi personaggi sono paradigmatiche rispetto a quelle dei migranti che arrivano dagli altri continenti.

In effetti, mentre scrivevo ci avevo pensato. Per risponderti meglio, dico che c’era più che altro l’idea degli altri. Ho girato il film in Danimarca, in questo luogo così piccolo ma che già nel 2015, quando ho iniziato le ricerche per questo film, aveva un campo con circa 12000 rifugiati. Si trattava, però, di un argomento che richiedeva un’attenzione troppo grande da non poterlo inserire in questo film, già così pieno di tante cose. Giraffe, in qualche modo, ne parla attraverso l’idea di noi e di loro, degli altri e di noi, sebbene alcune delle persone intervistate vivano lì da più di 10 anni.

Hai parlato di molte cose, di massimi sistemi, filosofia, passato, presente e racconti una storia nella quale si comprende che c’è molto altro al di là dell’inquadratura. Questo ti permette di  farlo sentire senza ulteriori spiegazioni, lasciando al film la corposa leggera di cui è dotato.

Ne sono felice!  E’ molto difficile sapere se si e` rimasti in tema dopo aver letto cosi tanto e non aver fatto un montaggio a caso  con tutte quelle immagini girate il rischio è di metterle insieme senza una sequenza logica. Durante le riprese c`era sempre l’idea della vita oltre l’inquadratura. La scelta era se contenere l’intero spazio all’interno del campo di vista oppure se lasciarlo andare oltre lo spazio e la musica

Venendo ai personaggi, tu non racconti molto di loro eppure è come se li conoscessimo gia’. Non sappiamo quasi nulla delle loro vite, ciononostante li sentiamo vicini. Volevo chiederti come hai lavorato con i due attori.

Li ho amati. E’ stato un lavoro molto intimo. Lisa Lowen è norvegese non danese, e con lei abbiamo parlato molto. Si è molto appassionata al ruolo e ha dato molto al film. Per quanto mi riguarda lavoro bene quando mi sento vicino alle persone. Sono molto fisica, sensibile  (ride, ndr) Ed ho bisogno di entrare in contatto emotivamente con gli attori.

I quali, mi sembra, sullo schermo si mettono a nudo con le loro fragilità.

– oh si!

Non sono sempre davanti alla camera ma quando lo fanno è come se si potesse toccarli, farsi partecipi della loro esistenza.

Si sono fidati di noi. Ho cercato di avere la loro fiducia. Dicevo loro: “sono qui, vi tengo,  potete essere anche stupidi o altro ma va bene”. Durante le prove dicevo loro di non preoccuparsi perché  ero io a prendermi le responsabilità e loro dovevano solo aprirsi e avere il coraggio di far vedere chi erano veramente.  E’ stata un grande incombenza; mi sono molto concentrata nel prendere per mano queste persone e dire loro: “io ti ho, ti vedo, ti conduco”. Potevo leggerli dentro ma  non e’ stato facile.

Per la traduzione dall’inglese all’italiano si ringrazia Cristina Vardanega.

Utlima modifica: 15 Agosto, 2019



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