Un attore pensante: conversazione con Vinicio Marchioni

Ospite al Magna Graecia Film Festival, Vinicio Marchioni appartiene alla categoria degli attori pensanti. A dimostrarlo sono le scelte di una carriera artistica in cui lo stesso è stato capace di non farsi condizionare dal successo e, soprattutto, dall’immaginario di un ruolo, quello de Il Freddo di Romanzo criminale,  che rischiava di rimanergli attaccato per il resto della vita

Partiamo dall’inizio e, dunque, da Romanzo criminale. Si tratta di uno di quei lavori che possono dare grande visibilità ma anche imprigionare in un ruolo.

Come accade per tutte le serie che funzionano il rischio c’era. Affezionandosi a personaggi destinati a entrare nell’immaginario collettivo diventa poi difficile per il pubblico vedere l’attore interpretare un altro ruolo, fare un’altra cosa. Insomma, penso che lavorare in una serie televisiva abbia questo inconveniente, che ne sia il rovescio della medaglia. Detto questo, è anche vero che un serie come quella diretta da Sollima ti dà la possibilità di farti conoscere, di raggiungere un bacino di pubblico altrimenti impossibile da avvicinare: alla notorietà presso lo spettatore si accompagna l’opportunità di farsi conoscere da addetti ai lavori che prima non sapevano neanche chi fossi. Sta poi agli attori cercare di capire come mettere a frutto questi vantaggi nel corso degli anni, perché o si decide di cavalcare l’onda oppure si cerca di strutturare la carriera facendo altre scelte.

In effetti le tue scelte ti hanno permesso di ribaltare l’immaginario da cui eri partito.

Quando è arrivato il grandissimo successo della prima serie, per la carta stampata, gli addetti ai lavori, per il pubblico e anche per le persone che mi conoscevano molto più intimamente era come se fossi nato con quel personaggio. Per il grande pubblico non può essere altrimenti ma per me non era così. Avendo una carriera teatrale più che avviata, ho avuto l’impressione che quel meccanismo potesse travolgere e addirittura cancellare ciò che avevo fatto prima d’allora, il che voleva dire azzerare tutto quello che mi aveva costruito come attore. Così, è stato per una forma di protezione da quell’onda gigantesca che mi sono rinchiuso nel luogo da dove avevo cominciato, e cioè nel piccolo teatro dove avevo fatto La più lunga ora, ovvero la vita di Dino Campana, che a distanza di dieci anni ancora porto in giro insieme a Michela Mancini che fa il ruolo di Sibilla Aleramo. È anche per questo che sono affezionato a quello spettacolo. Se non fossi tornato a chiudermi in un teatrino da novanta posti, cercando di mettere in scena la prima cosa che avevo scritto, forse avrei fatto delle scelte che oggi non mi avrebbero portato a parlare con te.

Tra l’altro, il ritorno a luoghi più appartati, dopo essere stato sotto la luce dei riflettori, è una modalità che si riscontra anche nella tua filmografia in cui a film più commerciali alterni opere d’autore, spesso girate con registi esordienti.

Si, è una costante per il semplice fatto che l’unico metro di giudizio che ho nel scegliere un film è la sceneggiatura e cioè il ruolo, le motivazioni e i temi in essa contenuti. Poi, come essere umano mi auguro sempre che una parte mi possa far scoprire cose nuove. Mi piace molto crescere come uomo attraverso i film che faccio. Sai, è molto più facile, ahimè, trovare dei ruoli interessantissimi nelle opere prime perché in esse senti che ci sono delle motivazioni fortissime dietro quella scrittura. Nei film più commerciali, a parte qualche raro caso, è molto difficile sentirsi proporre un protagonista strutturato, tridimensionale, con delle sfaccettature. Purtroppo in una stagione di ruoli del genere ce ne sono quattro o cinque e ovviamente sono tantissimi gli attori che se li contendono.

Romanzo criminale inaugura una stagione – non solo italiana – in cui ci si trova per la prima volta di fronte a prodotti che in fatto di qualità sono in grado di competere con quelli del grande schermo. Sul set eravate consapevoli di ciò che stava accadendo? E, ancora, il fatto di girare dopo l’uscita del film di Placido e, quindi, dopo aver visto la versione del tuo stesso ruolo interpretata da Kim Rossi Stuart cosa ha comportato nella costruzione del tuo personaggio?

In realtà, sul set non avevamo questo tipo di consapevolezza, ed è solo dopo l’uscita della prima serie che ce ne siamo resi conto. Allora non c’era la visibilità e l’attenzione che oggi si danno alle serie televisive. Non c’era neanche questo uso spasmodico dei social, perché se Romanzo Criminale fosse uscito due giorni fa, forse avremmo veramente fatto il giro del mondo in maniera molto più rapida. Senza  questi mezzi di diffusione, e soprattutto senza Netflix e Amazon, la serie è stata comunque venduta in ottanta paesi, riscuotendo enorme successo. Sul set eravamo inconsapevoli di cosa sarebbe successo. Da parte mia c’era la preoccupazione di dar fondo all’esperienza accumulata durante le tournée teatrali e attraverso lo studio con Luca Ronconi e con gli atri registi, nel tentativo di affrontare al meglio un ruolo che aveva un arco di vita narrativa molto lunga. Senza quelle esperienze e senza la conoscenza di lettura dei testi non sarei mai stato in grado di approfondire la sua interpretazione come credo di aver fatto. Ed è per questo che ritorno sempre all’importanza – almeno per me – della formazione teatrale ma, soprattutto, dello studio, per l’approfondimento che si ha nel momento in cui si affronta un ruolo. Per quanto riguarda il fatto che c’era stato già un precedente, ovviamente ne eravamo tutti un po’ schiacciati, nel senso che poi gli attori di quel film avevano già iniziato ad avere una grande carriera, mentre noi eravamo degli emeriti sconosciuti. Interpretare un ruolo fatto altri, com’è successo confrontandomi con quello fatto da un attore incredibile come Kim Rossi Stuart, è stata una cosa che si è verificata altre volte, soprattutto nel teatro, perché sul palcoscenico mi sono ritrovato a fare il personaggio di Brando in Un tram chiamato desiderio, poi quello di Paul Newman in La gatta sul tetto che scotta; quest’inverno farò I soliti ignoti e interpreterò la parte che fu di Vittorio Gassman. Sono, come dire, delle cose ovviamente difficilissime in cui da parte mia non c’è nessun tipo di paragone, né la volontà o l’utopia di volersi mettere anche lontanamente vicino a questi mostri sacri. Siccome i grandi ruoli fanno parte di una tradizione che si ripete da centinaia d’anni, averne interpretato uno che è entrato così tanto nell’immaginario collettivo e, perché no, che potrebbe diventare un classico nel campo delle serie televisive, mi spinge a viverli come qualcosa destinata a sopravvive a ciascuno dei suoi interpreti. Quindi uno cerca di fare il meglio possibile, ma senza nessuna ansia da prestazione nei confronti di chi l’ha preceduto.

Come in Romanzo Criminale anche in 20 sigarette avevi l’onere e l’onore di portare in scena un personaggio realmente esistito ma di segno opposto rispetto a quello del Boss della Magliana. Tra l’altro, nel film di Aureliano Amadei si esplora la dimensione della guerra da un punto di vista simile a quello di un altro film a cui hai preso parte, e cioè Venuto al mondo di Sergio Castellitto.   

Si, guarda, in realtà penso che ogni ruolo abbia in sé una grandissima responsabilità, perché ognuno di essi porta con sé dei contenuti e soprattutto una scelta che si comunica al pubblico prima ancora di interpretarlo. 20 Sigarette è ancora oggi il film a cui sono più emotivamente legato perché è stato quello che mi ha dato la patente per il cinema, il primo da protagonista assoluto. La candidatura ai David, il premio Biraghi, il Nastro d’argento per i miglior esordiente: insomma, si tratta di un’opera a cui mi sento vicino anche perché con Aureliano c’è stato uno studio, un approfondimento, una ricerca che difficilmente mi è capitato di fare con altri ruoli altrettanto complessi. Lì c’era il fatto che si raccontava la sua storia, il suo vissuto e che lui stesso era il regista del film. Si tratta di una coincidenza abbastanza irripetibile, poi mai dire mai nella vita, ma, insomma, in quel frangente un sacco di cose si sono messe insieme per dare al film e a quella parte una stratificazione maggiore.

Prima si parlava di responsabilità: il successo di Romanzo criminale ha aperto diverse discussioni rispetto alle ripercussioni della serie sul mondo giovanile e al rischio di imitazione da parte degli  spettatori più giovani.

Sai, io mi preoccuperei di questo fatto – e sono dieci anni che rispondo alla stessa domanda – se i personaggi di Romanzo criminale fossero finiti tutti quanti alle Hawaii, felici e contenti fino a novantacinque anni. Al contrario nessuno di loro ha superato i trent’anni di vita. Capisci bene che da imitare c’è molto poco e la domanda ha poco senso.

Sulla strada di casa di Emiliano Corapi ti ha dato la possibilità di proporti al pubblico in maniera diversa. Nei panni del protagonista appari fragile e disarmato, pur avendo a che fare con un ambiente, quello malavitoso, simile a quello della serie televisiva, in cui, al contrario, eri determinato e sicuro di te. In più questo film inaugura un’altra caratteristica presente nella tua filmografia, ovvero il fatto di girare lungometraggi come anche Il sud è niente o Drive me Home, caratterizzati dal fatto di essere ambientati – o di occuparsi – della Calabria, la tua terra d’origine.

Sono molto contento che mi chiedi di Sulla strada di casa, che purtroppo non sono stati in molti a vedere e a cui tengo molto, per quello che dici tu, e cioè perché era interessantissimo passare dall’altra parte e mettersi da quella di chi subisce la violenza altrui. Poi, si, c’era la questione che una parte delle riprese sarebbero state fatte in Calabria, che è la regione dov’è nata mia madre e in cui io torno a rifugiarmi, soggiornando in un piccolo paese in provincia di Crotone che si chiama Torre Melissa. Il sud è niente è girato a Reggio Calabria, in un quartiere particolarmente problematico di quella città. Secondo me in quella regione di film così non se ne fanno mai abbastanza, per cui mi auguro che si inverta la tendenza, perché si tratta di una terra straordinaria che però in fatto di tradizione cinematografica è partita un po’ in ritardo rispetto alla Puglia e alla Sicilia. Vedendo come entrambe sono cresciute – soprattutto la Puglia – grazie al cinema e ai progetti lì realizzati, mi auguro che lo stesso possa succedere in Calabria. Parliamo di una terra che ha una grande necessità di crescere e, ancora di più, di “aprirsi” e di farsi conoscere. Quindi, ogni volta che mi capita di lavorare in film che abbiano temi e location riconducibili a questa regione ovviamente mi toccano in maniera particolare. A questo proposito mi sembra strano non aver ricevuto altri ruoli da calabrese; forse nessuno sa che riesco a parlare la lingua locale perfettamente. Mi auguro prima o poi di poterne fare altri di progetti ambientati da quelle parti.

Si diceva del valore de Il sud è niente, opera prima di Fabio Mollo. Oltre a raccontare come pochi cosa significhi essere una persona del sud, il film ha dalla sua quello di proporre un realismo magico da noi poco praticato. 

Ma infatti, guarda, ti ringrazio molto, perché stai parlando di film che per l’appunto non hanno avuto un grande successo in sala, trattandosi  di storie particolari. Però, sono felicissimo di aver fatto due opere prime con registi che poi hanno avuto modo di confermare il loro talento. Fabio Mollo dopo quel film ha realizzato tantissime cose e ha spiccato il volo, mentre di Emiliano sono felice che sia ritornato sul set; lui è un autore puro e mi dicono tutti che anche questo film sia molto bello.

Posso confermarlo avendo visto e poi intervistato Corapi a proposito de L’amore a domicilio.

Tornando a Il sud è niente ti dicevo che sono stato felice di girarlo perché era un modo per affrontare una serie di problematiche legate al meridione da un punto di vista molto intimo, cosa che nel cinema non succede di frequente. È successo per esempio in Anime nere di Francesco Munzi, in cui si affronta un po’ questa magia del sud o, ancora meglio, quel misticismo in cui la religiosità si mischia alla tradizione per dare vita a tutta una serie di credenze popolari che affondano in una storia millenaria. Nel lungometraggio di Fabio c’era un po’ di tutto questo, per cui sono stato contentissimo di parteciparvi. È uno di quei piccoli film che sono orgoglioso di avere fatto e che mi porterò sempre nel cuore.

In questi due film c’è una caratteristica che appartiene al tuo modo di recitare. Mi riferisco ad una fisicità, la tua, molto mascolina, e però usata in un contesto emotivo di grande fragilità. In questa maniera, le tue interpretazioni oscillano di continuo tra questi poli. Pensi sia una descrizione calzante?

In qualche maniera si, nel senso che nella recitazione entra in gioco tutto ciò che sono. La qualcosa è il risultato delle mie frequentazioni teatrali e dalla formazione acquisita in palcoscenico in cui, non essendoci la macchina da presa – e dunque il primo piano -, diventa indispensabile l’utilizzo di tutto il corpo. Sul palco la fisicità e l’uso della figura sono fondamentali nella costruzione del personaggio. Allo stesso modo contribuisce l’uso della voce e dunque il modo di parlare: nel film di Corapi parlavo il ligure, ne Il sud è niente il calabrese. Laddove serve, cerco di rintracciare la fragilità soprattutto nel modo di parlare perché si è come si parla, cosa in cui credo fermamente. Detto questo, nella ricerca del personaggio da una parte mi rifaccio alla componente fisica, dall’altra prendo in considerazione tutti gli altri aspetti. Per Il Freddo, ad esempio, ho cercato di parlare con due toni più giù di quelli che utilizzo nella vita reale, per altri invece li ho alzati, nella considerazione che stiamo parlando di strumenti che dovrebbero essere il pane quotidiano per ogni attore. Non credo si possa andare avanti solo attraverso quello che si è. Penso di essere un uomo abbastanza normale, come ce ne sono tanti, mentre nei protagonisti dei film ci deve essere qualcosa di straordinario sia nelle mancanze che nei pregi, sia che si faccia un eroe o un antieroe. Naturalmente cerco di usare quello di cui dispongo; non credo nei metodi, primo fra tutti quello americano, perlomeno non l’ho mai applicato. Partendo da ciò che diceva Pirandello a proposito del fatto che tutti noi siamo uno, nessuno e centomila, mi rivolgo innanzitutto alle piccole e grandi camere della mia anima, il che, tra l’altro, mi permette di restare lontano da ogni retorica. Come diceva Orson Wells, prima di entrare sul palco o di stare di fronte alla macchina da presa bisogna eliminare quello che non serve, favorendo le caratteristiche che invece necessitano a quel determinato personaggio.

Parlavamo delle scelte lavorative e della necessità di non farsi influenzare da certi ruoli. Rispetto al personaggio di Romanzo criminale quelli interpretati nelle commedie di Genovese e di Milani sono agli antipodi e segnano la definitiva emancipazione dalla prima fase della tua carriera.

Be, sai, con Paolo Genovese ho fatto Tutta colpa di Freud, in cui nella parte di un persona non udente ho lavorato con totale immersione, avendo l’opportunità di entrare e poi uscire – per fortuna – da quella problematica. Ho sempre pensato che fosse il sogno di qualsiasi attore potersi esprimere solo con gli occhi e lì ho avuto la fortuna di poterlo fare con Paolo che, oramai, è uno dei registi più grandi che abbiamo. Lui ha la capacità di trovare una chiave di lettura che arriva veramente a tutti, e poi le sue sono commedie particolari in cui c’è sempre qualcosa di drammatico. Con Riccardo Milani sono stato felicissimo di affiancare Paola Cortellesi, Stefano Fresi, Claudia Pandolfi Lucia Mascino. Credo che Paola sia tra le più grandi attrici che l’Italia abbia mai avuto, forse l’unica in grado di fare qualsiasi cosa. Stare su quel set è stato molto divertente e pur con una responsabilità minima – perché poi il film era incentrato sul personaggio di Paola – ho avuto la conferma di quanto sia necessaria una commedia fatta con intelligenza e con temi che non puntino allo spegnimento del cervello del pubblico. Ridere è necessario, oggi più che mai, dunque la mia fortuna è stato poter fare commedie con due maestri di questo genere. Mi piacerebbe continuare a frequentarla, anche perché con il passare degli anni e con l’accumularsi delle piccole disillusioni tipiche del nostro mestiere si acquista un sano distacco, una sana leggerezza che di sicuro sono molto utili alla commedia.

Per concludere, volevo sapere che tipo di cinema prediligi e quali sono i colleghi a cui guardi con stima e ammirazione.

È molto difficile fare una classificazione. In generale, mi piace ritornare sempre ai classici. Nei momenti in cui sei un po’ stanco per via di certe dinamiche che esistono nel nostro lavoro, rivedere i film di maestri come Hitchcock, Truffaut o il primo Scorsese è davvero un toccasana. Poi sono anche un grande amante del cinema di Kurosawa, mi piace molto l’estetica del cinema, il fatto di perdermi nelle sue meraviglie, per cui amo molto anche i film di Kim ki Duk che rivedo ogni volta come se fossero delle piccole cure omeopatiche.

Tra gli attori che stimo tanto – senza fare dei nomi dei miei coetanei, perché altrimenti mancherei di rispetto a qualcuno – , ho avuto modo di lavorare con Alessandro Haber e penso che lui sia davvero un grandissimo attore, con una passione e una completa dedizione al proprio mestiere. Ammiro molto e stimo ancora di più gli attori in cui riconosco l’amore per il loro mestiere all’interno della loro vita, molto meno quelli che amano molto la loro vita all’interno di questo mestiere. Questa mi sembra una distinzione che faccia la differenza. Altrettanto stimo tantissimo Tommaso Ragno, che penso sia un attore meraviglioso, tra i più intelligenti e sottili. Con la sua faccia può essere davvero qualsiasi cosa, mentre la sua anima riesce a restituire moltissimo allo spettatore. È un attore di un’intelligenza e una raffinatezza straordinarie, in cui da qualche parte si nasconde sempre una crisi, una mancanza, una debolezza che rende ogni cosa interessantissima. Caratteristica, questa, che appartiene anche ad Haber.

Utlima modifica: 7 agosto, 2019



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