Stanotte alle 01,45 su Iris L’Agnese va a morire di Giuliano Montaldo, con Ingrid Thulin

Uno dei migliori film sulla resistenza. Commovente, senza mai essere retorico. Giuliano Montaldo, pur non raggiungendo i livelli di Sacco e Vanzetti e Giordanp Bruno, consegna una galleria di personaggi memorabili, con i loro difetti e la loro umanità amabile. Ottime la fotografia di Giulio Albonico e le musiche di Ennio Morricone

  • Anno: 1976
  • Durata: 135'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Giuliano Montaldo

Stanotte alle 01,45 su Iris L’Agnese va a morire, un film del 1976 diretto da Giuliano Montaldo, tratto dall’omonimo romanzo di Renata ViganòL’Agnese va a morire è un romanzo neorealista di ispirazione autobiografica, giacché Renata Viganò fu, con il marito, una partigiana della resistenza italiana. La storia è ambientata nelle Valli di Comacchio durante la seconda guerra mondiale, nello specifico nel periodo degli otto mesi precedenti alla liberazione dell’Italia. La protagonista è una lavandaia di mezz’età, di nome Agnese, che, dopo la morte del marito deportato, non essendosi mai interessata prima di politica, inizia a collaborare con i partigiani assumendo il ruolo di staffetta. Con il montaggio di Franco Fraticelli e le musiche del maestro Ennio Morricone, L’Agnese va a morire è interpretato da Ingrid Thulin, Stefano Satta Flores, Massimo Girotti, Michele Placido, Aurore Clément, Dina Sassoli.

Sinossi
Agnese, lavandaia analfabeta delle valli di Comacchio, prodiga il suo affetto e le sue cure al marito Paolo, marxista convinto, che nonostante l’handicap di cui soffre (è pressoché paralizzato) svolge attività politica clandestina. Quando Paolo viene deportato e ucciso dai tedeschi, Agnese reagisce unendosi come staffetta a un gruppo di partigiani.

Uno dei migliori film sulla resistenza. Commovente, senza mai essere retorico. Profondamente umano. Dà valore alla lotta condotta in favore dei diritti umani. Soprattutto in favore del rifiuto contro ogni collaborazionismo, politico e morale. Se il potente è raccapricciante, non può che avere dei rivali in noi stessi. Il Nazismo è stato potere raccapricciante, ovviamente, anche in Italia per un anno e mezzo; così come raccapricciante è stato il Fascismo, che ne ha ampiamente condiviso mezzi, fini. In quel momento storico, chi ha voluto avere una dignità è stato costretto dalla propria coscienza a mettere quasi tutto a repentaglio. La maggioranza, evidentemente, non ha voluto, o comunque non è riuscita, a voler aver coscienza fino in fondo. Il film rende benissimo questo “compito” morale e politico, per riallacciarsi a quanto si diceva prima. Pur nella povertà dei mezzi, anche i più umili capiscono che i compromessi, le mezze misure in quel caso non vanno accettate: sarebbero state una resa verso l’oppressore, e i loro meschini leccapiedi, gli opportunisti. Scene di vita quotidiana sono restituite benissimo: quindi il dolore, la speranza, la solidarietà, l’ingiustizia. Una grande gamma di valori morali viene esemplificata a pennello da Giuliano Montaldo. Il quale, forse qui nel ’76 non raggiunge i vertici sommi di Sacco e Vanzetti (1971) e Giordano Bruno (1973), ma comunque si conferma un grandissimo regista. Aiutato dal soggetto, il romanzo quasi autobiografico di Renata Viganò, consegna una galleria di personaggi memorabili, con i loro difetti e la loro umanità amabile, ben recitati. Un film molto “emiliano” nel senso del calore umano, positivo del termine, impreziosito dalla fotografia di Giulio Albonico e dalle musiche di Ennio Morricone.

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Utlima modifica: 3 agosto, 2019



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