La donna dai due volti: conversazione con Euridice Axen

Ospite del Magna Grecia Film Festival, kermesse cinematografica ideata e diretta da Gianvito Casadonte, Euridice Axen è reduce dal successo personale ottenuto in Loro di Paolo Sorrentino in cui è Tamara, donna spregiudicata e priva di sentimenti. Con lei abbiamo ripercorso i momenti fondamentali di una carriera in corso d’opera

Il tuo nome si rifà a un personaggio mitologico a cui letteratura e cinema hanno dedicato alcune delle loro pagine più belle. Mi piacerebbe partire da qui, considerando che è un biglietto di presentazione non di poco conto.

Si, diciamo che è un bel marchio ed è dovuto al fatto che mia madre (Eva Axén, ndr) interpretò il ruolo di Euridice in un’opera, l’Orfeo 9 di Tito Schipa Junior. Evidentemente è rimasta affezionata a questo nome e me l’ha tramandato.

Il cognome – Axen – invece segnala origini non italiane, fatto peraltro suggerito dai tratti della tua figura, non associabili in maniera automatica al modello di donna mediterranea.

Anche perché il nome è greco, mentre io sono di origine svedese. La doppia cittadinanza rispecchia il mio essere un po’ straniera, un po’ italiana.

Mi pare si tratti di un lascito che elimina il rischio dello stereotipo, dandoti la possibilità di interpretare uno spettro di ruoli più ampio del solito. Nella pratica questo fattore ha aggiunto qualcosa alla tua carriera oppure è successo il contrario?

Di sicuro ti fa trovare il tuo spazio perché in Italia c’è una filmografia in cui spesso vengono raccontate storie del Sud Italia in cui c’è necessità di tratti somatici che io non ho. Da questo punto di vista mi sono stati preclusi parecchi lavori, stimolandomi a ricercare altri spazi. Però, guarda, si tratta di una domanda che potrai farmi tra qualche anno (ride, ndr), vediamo che succede e poi ne riparliamo.

Il tuo tratto, sofisticato e altero e direi quasi aristocratico, non si vede spesso nella nostra commedia che ama fisicità eccessive e fisionomie molto caratterizzate.

Più semplicemente, è anche una questione di colori. Da questo punto di vista, devo molto a Paolo Sorrentino che non si è fatto condizionare, regalandomi un ruolo che mi ha proprio trasformata. Ciò dimostra che se uno vuole si può fare tutto.

Al contrario il fatto di essere inclassificabile ti rende perfetta per un genere come il noir in cui c’è bisogno di una femminilità sfuggente e ambigua. Caratteristica che i fratelli Manetti hanno colto, facendoti recitare il ruolo di una serial killer in un episodio della serie dedicata all’ispettore Coliandro.

Detto che sono un’appassionata del genere, quando ero piccola guardavo di nascosto i film di Hitchcock, per cui il thriller psicologico mi affascina molto, così come tutti quelli dove a farla da padrone è il disturbo della personalità. Oltre che bravissimi, i Manetti sono stati coraggiosi nell’offrirmi un ruolo per me insolito. Metterlo in scena insieme a loro è stato un gran divertimento.

In quel ruolo funzioni sia come dark lady sia nella parte della ragazza fragile e indifesa. Di norma vieni presa per dare vita a donne forti e determinate.

Si, quello è vero, anche se è una realtà che non mi rispecchia per niente. Piuttosto, essendo una persona molto molto fragile per le relazioni umane, mi sono creata uno scudo di protezione che che mi fa apparire tutta d’un pezzo. Da qui il fatto di vedermi perfetta per ruoli tosti: a forza di interpretarli nella vita mi vengono bene anche sul set.

Nel cinema hai esordito con un cortometraggio di impegno sociale, Insieme di Annamaria Liguori, legato al tema della malattia e del conseguente sostegno terapeutico.    

Si, certo, interpreto una donna che sostiene la sorella malata di cancro. Con quel corto siamo andati anche al Festival di Venezia. È stato un bel progetto a cui sono stata felicissima di partecipare, ripeto, il cinema è anche quello. La catarsi va bene, però è bello anche accendere un faro su cose che di solito vengono raccontate in maniera noiosa, in cui ciò che arriva sembra solo un problema, mentre nel caso specifico riescono ad appassionare perché il cinema le trasforma in film.

Tra l’altro nel corto in questione hai un ruolo normale, senza le caratteristiche di aggressività di cui parlavamo prima.

Si, è quello il bello del cinema no? A volte ti lasciano in pace (ride, ndr).

In realtà la domanda mi serviva per sottolineare come al di là di tutto tu sia riuscita a misurarti con ruoli di diverso tenore.

Sono stata fortunata. In realtà sono grata al cinema di lasciarmi provare a fare cose diverse da quelle che di solito mi offrono. Se così non fosse finirebbero piacere e divertimento.

Da Lavia a Sorrentino hai avuto la possibilità di lavorare con due grandi maestri. Il primo ti ha fatto esordire, contribuendo a un tipo di formazione che venendo dopo anni di studio gettava le basi per il proseguo della carriera. Cosa ti sei portata dietro da quell’apprendistato?

Una grandissima disciplina. Oltre a essere un regista, lui è anche un filosofo e uno studioso, per cui stare con lui per sette mesi, nel corso di una tournée lunghissima, di quelle che oggi non si fanno più, mi ha permesso di imparare tutto. Mi ha fatto appassionare ad autori e a poeti come Giacomo Leopardi in un modo che non potrò mai dimenticare. Lavia è una persona che amo tantissimo e a cui devo tutto quello che ho imparato. Soprattutto cosa bisogna evitare di fare. Per questo è stata veramente una grande scuola e, come dico sempre, un apprendistato retribuito. Insomma, meglio di così non poteva andare.

A differenza di Lavia quello con Sorrentino è stato un incontro a cui sei arrivata dopo lunga gavetta. La tua resa in Loro è stata sorprendente, per cui mi interessa conoscere quali sono state le peculiarità di quel set.

Che dire, per me Paolo è stato veramente un maestro, comunque, anche se non si trattava del mio primo lavoro, i maestri sono sempre tali ed avranno da insegnarmi anche quando avrò sessant’anni. Lui ha costruito il mio ruolo rendendomi irriconoscibile anche a me stessa, per non dire dei miei genitori, i quali hanno capito chi ero solo alla fine della prima sequenza. E stiamo parlando dei miei genitori. Quando fai qualcosa con cui non solo riesci a sorprendere il pubblico ma anche te stesso è perché hai avuto a che fare con dei geni. Non c’è niente da fare.

Il cinema di Sorrentino è legato in maniera inscindibile alle immagini. Considerato che sono spesso queste ultime a fornire i significati ultimi delle varie sequenze, ti chiedo in che maniera ti sei avvicinata a un dispositivo del genere?

Ti dico, era come se avessi paura di rovinare un quadro. Tutte le inquadrature di Paolo sono dei dipinti per cui mi chiedevo di continuo dove mettermi per non sporcare la sua opera. Entravo in scena con grande pudore, cercando di immaginare, attraverso la conoscenza dei suoi film, quale poteva essere il risultato finale. Anche per tali motivi ho cercato di fare il mio senza esagerare, per quanto Tamara sia di per sé un personaggio eccessivo. Nonostante fosse stato scritto con un taglio fuori dalle righe, mi è stato chiesto di caricarne ulteriormente la personalità perché altrimenti non avrebbe dato fastidio. Per il resto ho cercato anche di raccontare la storia di una ragazza che non riesce ad essere mai sentimentale. Questo a me fa pena perché una persona che non si commuove è davvero triste. A tal proposito, mi viene da citare un film di Sergio Castellitto, Non ti muovere. Ad un certo punto Claudia Gerini gli dice: “Mi dispiace molto per la morte di tuo padre” e lui: “Io non ho pianto” e la donna chiosa: “È per questo che mi dispiace”. I personaggi che non si fanno portatori di alcun sentimento sconfinano nell’orrore.

Anche in Loro a emergere è una recitazione che si rifà alla tradizione delle grandi maschere italiane. In questo senso, Tamara costituisce un’eccezione perché la sua spregiudicatezza viene resa attraverso un processo volto a togliere anziché aggiungere. Gli altri si caricano di tic e ossessioni, il tuo se ne spoglia. Da dove sei partita per arrivare a questa sorta di svelamento?    

A parte le indicazioni di Paolo, che mi ha fatto capire bene cosa voleva e cosa invece no, gli abiti di Tamara mi hanno aiutato a entrare nel personaggio. Accade ogni volta che indosso un abito di scena; succede qualcosa che non so spiegare, ma che mi permette di entrare in contatto con il mio alter ego. Certo, sceneggiatura e regista rimangono indispensabili, ma con quei costumi e con i capelli non miei ho sentito il mondo di Tamara. Poi, ripeto, avevo delle battute scritte talmente bene e di cui mi era talmente chiaro il messaggio che bastava solamente dirle per raggiungere il risultato. Anche per questo bisognava lavorare di sottrazione, non c’era bisogno di caricare una femminilità così prorompente, così vestita, cosi imparruccata, così volgare.

In generale, nella costruzione dei personaggi ti rifai a esperienze personali, alla realtà che ti circonda, oppure parti dall’analisi del testo?

Diciamo che mi emoziono come se non fossi io a interpretare i personaggi. Quando leggo una sceneggiatura i sentimenti che ne scaturiscono sono quelli di una spettatrice che sta guardando il film. Sono poi quelle sensazioni che cerco di far rivivere all’interno di me una volta che sono sul set. Ciò che ho provato cerco di farlo vivere nell’animo dello spettatore. Ovviamente, l’unico strumento che ho sono io, per cui cerco di farli scaturire tramite me. È come se fosse una doppia proiezione.

Tra i tuoi colleghi chi sono quelli a cui guardi con maggiore interesse?

Ci sono tantissimi attori e attrici che mi piacciono: una di quelle che amo tantissimo è Isabelle Huppert. Tra gli uomini ho un debole per Jean Dujardin, anche come uomo e non solo come attore (ride, ndr).

Senza entrare nel dettaglio per questioni di scaramanzia, ti posso chiedere se hai in cantiere qualche nuovo progetto? 

Ho appena finito una serie per Mediaset prodotta da Lucky Red che si chiama Il processo e il nuovo film di Stefano Mordini. In Autunno dovrebbero partire altri progetti ma visto che non sono ancora sul set è meglio parlarne dopo.   

Utlima modifica: 31 luglio, 2019



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