Baby Gang: periferia e delinquenza giovanile tra genere e aspirazioni documentaristiche

Il regista indipendente Stefano Calvagna torna dietro la macchina da presa affrontando di petto il tema delle bande giovanili e confezionando un film che insegue l'autenticità con esiti scostanti

  • Anno: 2019
  • Durata: 85'
  • Distribuzione: Lake Film
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Stefano Calvagna
  • Data di uscita: 17-July-2019

In tempi dove le storie di criminalità e periferia, con un occhio al cinema del reale e l’altro al gangster movie, occupano prepotentemente grande e piccolo schermo, era inevitabile che un regista indipendente da sempre attento a questi temi come Stefano Calvagna finisse con il confrontarvisi, adattando, ovviamente, la materia alla propria personalissima idea di cinema. Un cinema da sempre marginale, del resto, quello del regista romano, fatto (da e) di outsider, intriso delle loro storie e colmo di un’attitudine che non guarda a mode o tendenze del momento, ma resta ben ancorata alla sua vocazione poverissima e grezza, sempre e comunque controcorrente.

Eppure in Baby Gang, sorta di compendio cronachistico del fenomeno delle bande giovanili, tra furti, pestaggi e prostituzione minorile, pare esserci – fermo restando la povertà di mezzi, vero e proprio marchio di fabbrica (ed estetico) di Calvagna – un certo allineamento a quei prodotti sempre in bilico tra sprazzi di autorialismo e immersioni nel genere più crudo cui gli ultimi anni del nostro cinema ci hanno abituati. D’altronde, è il film stesso a sbandierare i propri autorevoli riferimenti in apertura, dal Neorealismo a Pasolini, passando, ovviamente, per Caligari; in parole povere tutto ciò che, in un modo o nell’altro, ha ispirato il filone a venire: da Romanzo Criminale a Suburra, da Gomorra a tutte le derivazioni e mutazioni seriali del caso.

Servendosi di attori non professionisti, ragazzi di vita presi in prestito dalla strada e diretti, a detta del regista, senza un vero e proprio copione, Calvagna (che qui si ritaglia il ruolo marginale di uno psichiatra) cerca così di legittimare un’operazione che inevitabilmente porta con sé il germe del già visto, fotografando, macchina a mano e senza sconti, una realtà quotidiana fatta di criminalità, miseria umana e totale assenza di morale.

Lontano da esempi recenti capaci di fare del loro stesso sguardo insolito e audace un nuovo modo per affrontare, da altri punti di vista, una materia già abusata (due su tutti: La terra dell’abbastanza e La paranza dei bambini), Calvagna si accontenta così della superficie grezza, degli scarti di un cinema che forse ha già detto tutto, ma di cui, nonostante ciò, nonostante i tentennamenti nel gestire toni e registri, l’inconsistenza delle interpretazioni e una messa in scena che a volte tradisce fin troppo la propria base finzionale, riesce a conservare uno scampolo di autenticità, di violenza disarmante, restituendo un quadro puntuale e desolante sulla realtà di un fenomeno estremamente radicato. Un tentativo di pedinamento costante che pare tradire se stesso solo nel finale, perdendo la propria obiettività e la propria estetica grezza e volutamente sgradevole in favore di un principio di empatia destabilizzante, mentre, sulle note di Franco Califano, va in scena la nascita dell’ennesimo romanzo criminale, tra bande della Magliana fuori tempo massimo ed emuli più o meno compiaciuti.

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Utlima modifica: 22 luglio, 2019



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