Stasera in tv su Rai 5 alle 21,15 Oltre le colline, il film di Cristian Mungiu premiato al Festival di Cannes

Vincitore al Festival di Cannes del 2012 dei premi per la sceneggiatura e per le due protagoniste, Oltre le colline di Cristian Mungiu è un grido di libertà e di amore contro ogni costrizione, spirituale, religiosa e culturale. Un film che conferma il talento del regista di 4 mesi 3 settimane 2 giorni

  • Anno: 2012
  • Durata: 155'
  • Distribuzione: CG Entertainment
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Romania
  • Regia: Cristian Mungiu

Stasera in tv su Rai 5 alle 21,15 Oltre le colline (După dealuri), un film del 2012 diretto da Cristian Mungiu. Il film è stato presentato in concorso al Festival di Cannes 2012, dove ha vinto il Prix du scénario e il Prix d’interprétation féminine alle attrici Cosmina Stratan e Cristina Flutur. Oltre le colline prende spunto da una vicenda realmente accaduta nel 2005 quando, nel convento della Santa Trinità di Tanaco, nella Romania orientale, una suora di nome Irina di 23 anni fu crocifissa e lasciata morire perché creduta posseduta dal demonio. Nel 2005 i giornali rumeni pubblicano la notizia di una ragazza che, in visita a un’amica nel piccolo convento rumeno di Tanacu, muore qualche settimana dopo a causa di un esorcismo. Il caso oltrepassa i confini del Paese e in pochi giorni balza agli onori della cronaca internazionale. Dopo aver scomunicato il sacerdote colpevole del rito, la Chiesa ortodossa prende le distanze da quanto accaduto e parla di “circostanze che non avrebbero mai dovuto aver luogo”. Nonostante nel 2012 si decida di vietare la pratica dell’esorcismo, molti filmati reperibili su internet mostrano come in realtà i sacerdoti ortodossi continuino a metterla in atto. Oltre le colline racconta in maniera fittizia l’episodio del 2005 e per farlo si ispira ai due libri di inchiesta scritti dalla giornalista BBC Tatiana Niculescu Bran (Deadly Confession e The Book of the Judges), in cui si analizzano i fatti e il conseguente processo contro il sacerdote reo dell’esorcismo. Con Cosmina Stratan, Cristina Flutur, Valeriu Andriuta, Dana Tapalaga, Catalina Harabagiu.

Sinossi
Dopo esser tornata dalla Germania, in un isolato convento in Romania Alina ritrova l’amica Voichita, che ama dai tempi in cui si erano incontrate da bambine in orfanotrofio. Alina vorrebbe convincerla a seguirla in Germania ma Voichita ha ormai trovato conforto nella fede e considera le suore e il sacerdote come una famiglia. Nel tentativo di riconquistare Voichita, Alina entra in competizione con il sacerdote ma, dopo essere finita in ospedale, viene ritenuta da tutti posseduta dal demonio e, in seguito ad alcuni comportamenti inspiegabili, in convento si vedono costretti a legarla ad un tavolo di legno per evitare che possa fare o farsi male. Con l’aggravarsi delle circostanze, il prete e le suore decidono di mettere in atto un esorcismo il cui risultato sconvolge Voichita per sempre.

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Vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 2007 per il suo secondo lungometraggio 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, il regista e sceneggiatore romeno Cristian Mungiu sembra non voler demordere e ancora una volta decide di affrontare un tema tanto spinoso quanto drammatico: così, se nel primo aveva dato voce al dramma di due ragazze universitarie che negli ultimi anni del regime Ceausescu si erano trovate a dover affrontare la tragedia di un aborto illegale, in quest’ultima prova il regista riporta all’attenzione internazionale una triste pagina di storia che forse alcuni ricorderanno ancora con orrore: la morte di una giovane donna in visita a una novizia all’interno di un monastero e uccisa, in poche ma lunghissime settimane, da alcune inspiegabili pratiche esorcistiche. La morte della ragazza, avvenuta nel 2005 all’interno del piccolo Monastero di Tanacu, in Moldavia, sconvolse l’opinione pubblica locale, internazionale e l’intera Chiesa Ortodossa.

L’incontro, fortuito solo per chi (almeno in alcuni casi) non crede al fato, tra Mungiu e la giornalista Tatiana Niculescu Bran, autrice di quelli che sono stati definiti due romanzi non-fiction completamente incentrati sulla vicenda, ha condotto a questo felice, seppur lento e  difficile, prodotto cinematografico. 150, lunghissimi minuti scandiscono così la triste cronaca, la storia di due piccole orfane cresciute insieme e poi separate dalla vita: Alina, emigrata in Germania a cercar lavoro e fortuna, e Voichita, che punta dall’amore di Dio e per Dio decide di vivere in un piccolo monastero.

Ecco la breve sinossi del film: “Alina torna dalla Germania per riportare da lei Voichita – l’unica persona che ama e da cui è stata amata in questo mondo. Ma Voichita ha trovato Dio – e Dio è l’amante di cui è più difficile essere gelosi.”

Nella scena di apertura il regista ci cala in una stazione ferroviaria, ci accompagna tra la folla, ci fa seguire meccanicamente, attraverso lo sguardo della macchina da presa, una treccia di capelli neri e lunghi che svolazza, cadenzata dai passi veloci e decisi di una donna vestita di nero. D’un tratto vediamo un volto: quello di una ragazza con indosso un semplice maglione grigio, con i capelli castani e legati alla meglio, quello di una ragazza che felice e sconvolta attraversa d’un colpo i binari e ci viene incontro piangendo, e piangendo e singhiozzando si ferma proprio a pochi passi da noi, per abbracciare l’amica dalla lunga treccia nera. Così, Alina rivede l’amica, così Alina crede di poter finalmente riprendersi l’Amore: quello unico di Voichita, amica, sorella, madre, padre, confidente. Ma Voichita, intanto, ha trovato un amore più grande, assoluto e onnipresente.

Le persone vanno e vengono, soltanto Dio è sempre con te”, dice all’amica che, derubata delle speranze, non capisce. E, non capendo, scalcia, soffre, si sente defraudata (da Dio) e abbandonata (da Voichita). Così, alcune reazioni eccessive o isteriche vengono presto lette dal gruppo di sorelle, della Madre e del Padre Superiore del Monastero come i segni nefasti della presenza del demonio. E la giovane, persa l’amica, viene condotta a perdere anche se stessa, fino alla morte. E quell’apparentemente sereno luogo di raccoglimento diventa tetro: il film procede verso l’apoteosi e l’epilogo sciogliendosi in un susseguirsi di quadri estremamente pittorici, caravaggeschi, violentati dal contrasto netto dei chiaro-scuri che spesso prendono il sopravvento sulle parole e sui ripetitivi gesti delle suore del monastero.

Emerge, o meglio incombe nei quadri la presenza oscura del prete, artefice di questo terrificante omicidio, ancor più deprecabile se si pensa alla ‘mano’ che lo ha guidato: quella della fede, quella della religione. Quella, in definitiva, dell’ignoranza, della paura, dei ‘dettami dettati’ chissà quando. Oltre le colline di Mungiu, o forse dovremmo dire la storia di Alina, non può non riportare alla mente tutti gli atti, nefandi e imperdonabili, commessi dagli uomini nel nome della fede. Non può non far riflettere sulla cieca capacità della fede di trasformare i concetti di bene e di male. Di uccidere la libertà: di movimento, di pensiero, di comprensione, di condivisione. Un film su cui meditare, quindi. Ma anche da affrontare con molto, fin troppo impegno.

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Utlima modifica: 16 Luglio, 2019



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