Il mangiatore di pietre, primo lungometraggio di finzione del documentarista Nicola Bellucci

Nel mettere in scena una terra di mezzo, Il mangiatore di pietre di Nicola Bellucci guarda al noir, ma non riesce a focalizzare in modo chiaro i conflitti dei personaggi e il loro coinvolgimento dell'intreccio, e non lascia trapelare quella suspense tipica del genere

  • Anno: 2018
  • Durata: 109'
  • Distribuzione: Achab Film
  • Genere: Thriller, Noir
  • Nazionalita: Italia, Svizzera
  • Regia: Nicola Bellucci
  • Data di uscita: 18-July-2019

Primo lungometraggio di finzione per il regista Nicola Bellucci, che, colpito dal romanzo di Davide Longo, Il mangiatore di pietre, l’ha riadattato per il grande schermo con una sceneggiatura scritta insieme a Marco Colli e Hans W. Geissendorfer, “(…) arrischiandomi in un territorio affascinante, quello tra romanzo di formazione e film di genere.

Nicola Bellucci legge il romanzo di Davide Longo mentre è in Cecenia, durante le riprese del documentario Grozny Blues, e ogni giorno si confronta con persone che subiscono gravi minacce da parte del regime e che mettono in gioco la propria vita pur di resistere alla violenza dilagante. “Ho assistito personalmente al rifiuto dell’asilo a persone minacciate di morte, da parte di paesi europei che si professano civili.” La storia de Il mangiatore di pietre ha per protagonista un uomo, Cesare, alle prese con un passato da passeur, trasportatore di clandestini dall’Italia alla Francia, e un presente di solitudine e chiusura totale, nel quale però si apre uno spiraglio quando accetta di aiutare un giovane del piccolo paese di montagna in cui vive, che vuole aiutare un gruppo di migranti ad oltrepassare il confine.

Quando abbiamo iniziato a lavorare a Il mangiatore di pietre nel 2014, il discorso pubblico sui migranti era molto diverso da oggi. Tra Italia e Francia i valichi alpini non erano più il luogo di passaggio di clandestini. Il romanzo di Longo è ambientato negli anni Ottanta, descrive un mondo in via di sparizione, quello dei passeur, che paradossalmente oggi è tornato attuale (…). Non volevo fare un film “sui migranti” piuttosto un film su come un uomo affronta il suo destino di estinzione, un film sull’amore, sull’amicizia e sulla morte.”

Cesare (Luigi Lo Cascio), un uomo vedovo e solitario che ha rinunciato alla vita per stanchezza e forse troppa solitudine, che in passato aiutava i clandestini a varcare il confine tra Italia e Francia, trova in una valle remota il cadavere del figlioccio Fausto assassinato. Cesare aveva iniziato Fausto all’attività di passatore, ma quando questi aveva deciso di alzare il tiro e occuparsi anche del trasporto di droga, per conto di un potente trafficante locale (Peppe Servillo), i due uomini avevano perso i contatti. Cesare si era rifiutato di trasportare la droga e dopo un’esperienza in carcere ha preferito vivere di lavori occasionali, pelli di animali, lavori di falegnameria e vari altri espedienti. Proprio per il suo passato, quando la polizia inizia ad indagare sull’omicidio di Fausto, Cesare è tenuto maggiormente sotto controllo. La morte improvvisa di Fausto rompe tutti gli schemi che fino ad allora avevano regolato la vita, chiusa, lenta, e indolente, del piccolo paesino di montagna.

Le indagini vengono affidate al commissario Sonja di Meo (Ursina Lardi), che mette subito in dubbio l’operato della polizia locale, connivente con i corrieri di droga, e non si lascia influenzare dal passato di Cesare, coinvolgendolo nelle indagini. Tra Sonja e Cesare potrebbe nascere qualcosa, che però viene soffocato sin da subito; lui è un uomo che non si lascia andare ai sentimenti, è stanco, ha smesso di vivere da parecchio tempo e vuole solo trovare gli assassini di Fausto. Durante le ricerche ad avvicinarsi a Cesare c’è anche il giovane Sergio (Vincenzo Crea), che sopravvive costretto da un padre padrone al lavoro estenuante in un alpeggio. Quando il giovane si accorge della presenza di una famiglia di migranti, che lo stesso Fausto avrebbe dovuto portare in Francia, chiede aiuto a Cesare per guidarli oltre il confine. Cesare accetta di aiutare Sergio, anche per riuscire ad incastrare i trafficanti di droga e consegnarli a Sonja, e in quel suo ultimo passaggio di frontiera, in cui consegna al giovane Sergio la sua esperienza in un mestiere così delicato, riesce anche a sciogliere il mistero della morte di Fausto.

L’intenzione di Bellucci, quella di raccontare una zona di confine, sia geografica che dell’anima, appare tutto sommato chiara: l’ambientazione in un posto di frontiera; un protagonista dal codice etico, seppur circondato da persone senza scrupoli, ma che si è smarrito nella sua solitudine, al punto da vivere nello spazio grigio di una non vita, a cui riesce a dare una scossa solo grazie alla morte di un suo amico. “Niente memoria, niente odio, niente principi, questo è il mondo che viene“, sono le parole del trafficante di droga interpretato da Peppe Servillo a dirci che Cesare il mondo che viene proprio non riesce ad accettarlo. Fausto invece, che sebbene non lo vediamo mai, e conosciamo la sua storia attraverso le ricostruzioni durante le indagini, aveva una vita molto più movimentata di quella di Cesare; con la sua morte, lascia a metà la spedizione di una famiglia di migranti, anche loro al confine tra il vecchio e il nuovo. E poi c’è il giovane Sergio,che cerca in Cesare un padre che non ha mai affettivamente avuto. Anche Sonja, il commissario, ha lasciato qualcosa in sospeso, il suo telefono continua a squillare e lei continua a non rispondere.

Il mangiatore di pietre (il titolo si riferisce ad una specie rito di iniziazione a cui i vecchi passeur sottoponevano i giovani) nel mettere in scena una terra di mezzo, con riprese e fotografia che ben richiamano il senso di cupezza e paralisi della comunità montana,  lo fa con una trama ellittica e minimale, che guarda al noir, ma che però non riesce a focalizzare in modo chiaro i conflitti dei personaggi e il loro coinvolgimento dell’intreccio, e non lascia trapelare quella suspense tipica del genere.

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Utlima modifica: 17 luglio, 2019



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