Stasera in tv su Rai Storia alle 21,10 Il fascino discreto della borghesia di Luis Buñuel

Luis Buñuel nel 1973 realizzò uno dei suoi film più emblematici: Il fascino discreto della borghesia è uno sferzante apologo anti-borghese, tutto giocato sull'ironia e sull'illogica concatenazione dei fatti narrati. Una sorta di prosecuzione e sviluppo del precedente L'angelo Sterminatore. Capolavoro

  • Anno: 1973
  • Durata: 97'
  • Genere: Grottesco
  • Nazionalita: Francia
  • Regia: Luis Buñuel

Stasera in tv su Rai Storia alle 21,10 Il fascino discreto della borghesia (Le charme discret de la bourgeoisie), un film del 1972 diretto da Luis Buñuel. Alla sua trentesima pellicola, Buñuel realizza una commedia che da molti è considerato il film più “tipico” della sua produzione, in quanto raccoglie molti dei tratti caratterizzanti il suo cinema. Il regista spagnolo propone una arguta e sardonica critica al mondo borghese. Il film il premio Oscar nel 1973 per il Miglior Film Straniero (Francia). Buñuel commentò così la vittoria del suo Oscar: “Si trattava di un voto perfettamente democratico. Certo, il risultato è imprevedibile perché a votare sono 2.500 idioti, tra i quali c’è pure, per esempio, l’assistente figurinista dello studio, che ha diritto al voto come gli altri.” Sceneggiato da Luis Buñuel e Jean-Claude CarrièreIl fascino discreto della borghesia è interpretato da Jean-Pierre Cassel, Paul Frankeur, Fernando Rey, Michel Piccoli, Seyrig, Bulle Ogier, Stéphane Audran, François Maistre.

Sinossi
Due coniugi, la sorella di lei, un ambasciatore e un’altra coppia: sono i personaggi principali di questa “favola” con cui Buñuel, ormai anziano ma sempre col dente avvelenato contro le istituzioni e i miti del mondo borghese, satireggia la società del perbenismo ufficiale. L’elemento unificante della vicenda è il tentativo, sempre frustrato dai più imprevedibili intoppi, di consumare un pranzo in compagnia. Attorno a questo spunto, altre figure significative e una serie di avvenimenti collaterali danno vita a un quadro tanto elegante quanto “feroce”.

Sei personaggi tipo e una situazione che ciclicamente si ripete più volte lungo tutto il film, sono il pretesto usato da Luis Buñuel per una divertita disamina sullo stato di salute della borghesia. Il fascino discreto della borghesia è uno sferzante apologo antiborghese, tutto giocato sull’ironia e sull’illogica concatenazione dei fatti narrati: per smascherarne i vizi privati e ammantare di grottesco il loro pubblico perbenismo. Viene derisa la sacralità di uno dei momenti cardini della condizione borghese, quella della riunione a tavola, dove, tra una prelibatezza culinaria e l’altra, ognuno fa solitamente sfoggio della propria classe e ostenta la vastità delle proprie esperienze di vita. I convenevoli e le più opportune frasi di circostanza impazzano e per non non fare un torto alla gradevolezza della situazione l’ipocrisia benpensante tocca livelli d’eccellenza. Su tutto, a conferire quell’immancabile vena surrealista del maestro spagnolo, aleggiano i sogni dei tre personaggi, che invece di marcare dei momenti di rottura con la realtà, l’evidente evasione da essa, rappresentano la continuazione plausibile della loro vita, la dimostrata ambiguità del loro perbenismo di facciata. Come a voler sottolineare che non è possibile mascherare in sogno ciò che è possibile fare nella realtà. Sale da te che non possono servire il te, cadaveri onorati in una sala di un ristorante, improbabili terroristi, storie di brigadieri “insanguinati” e di genitori defunti che appaiono al figlio per esortarlo a commettere un omicidio, le manovre dell’esercito nel giardino di una villa, un Vescovo (Julien Bertheau) che chiede e ottiene di essere assunto come giardiniere dai signori Senechal. Queste sono solo alcune delle situazioni grottesche che ruotano attorno alle vicende dei sei protagonisti, che contribuiscono a conferire un senso di perenne immobilismo, di voluta incompiutezza. Le loro azioni non giungono mai a compimento, sono sempre sul punto di fare qualcosa che non fanno mai, di cominciarle senza mai portarle a termine. Le situazioni rimangono sempre in sospeso, come un cerchio che non si chiude. Proprio come succedeva in L’angelo Sterminatore, ma se nel capolavoro “messicano” il generale senso di indeterminatezza serviva a spingere dei borghesi delineati al massimo della loro forma nel baratro dei loro più bassi istinti, qui serve ad accrescere il senso della loro indole parassitaria, a dare l’idea che la perpetuazione della loro posizione sociale, come evidenzia dall’inazione che dall’azione. Luis Buñuel ce li mostra spesso mentre camminano lungo una strada in mezzo all’aperta campagna, intenti ad andare diritto verso un punto non ben precisato, come chi vaga senza una meta e senza una guida che gli indichi la direzione. Come chi non sa recitare ruoli diversi da quelli rigidamente definiti dalle convenzioni sociali (straordinaria in tal senso è la celebre sequenza sul “sogno del teatro”). Affatto preoccupati del vuoto che li avvolge, sanno di poter contare sull’alleanza funzionale dei loro amici (clero, esercito, polizia), sulla forza corporativa di un sistema di potere che riesce a sopravvivere all’improduttività stessa delle proprie azioni. A far rimanere tutto indefinito e, perciò, tutto immutabile. Capolavoro, l’ennesimo di un maestro.

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Utlima modifica: 14 Luglio, 2019



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