Generazione Diabolika: intervista al regista del film, Silvio Laccetti

Nel raccontare l'esperienza del mitico locale romano, Generazione Diabolika adotta un punto di vista interno, rievocandone i fasti senza inserire contenuti estranei a quello spazio, ma facendola raccontare alle parole dei protagonisti e alle riprese degli spettacoli. Di seguito l'intervista al regista del film, l'esordiente Silvio Laccetti

  • Anno: 2019
  • Durata: 70'
  • Distribuzione: Movieday
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Silvio Laccetti
  • Data di uscita: 13-June-2019

Ho appena letto un passaggio di un’intervista a Vasco Rossi in cui il rocker afferma che la musica libera dalla disperazione. In  questo senso, la vitalità e il divertimento trasfusi nelle immagini  di Generazione Diabolika sembrano confermarlo. Qual era lo stato d’animo delle persone che frequentavano il locale?

Anche se sono passati solo dieci anni, quella di Generazione Diabolika è un’Italia molto diversa da quella di oggi, sia nei consumi che nei gusti musicali. Parliamo dei primi anni duemila in cui la House Music stava vivendo un periodo d’oro. Diabolika, ovvero il gruppo di organizzatori e di dj romani artefici del Party, ha avuto l’intuizione di mescolare le versioni più spinte di techno e house music. Il pubblico che frequentava il Diabolika voleva divertirsi. C’è chi lo faceva in maniera, diciamo così “idonea”, chi meno. Noi abbiamo voluto raccontare un fenomeno sociale capace di influenzare l’esistenza di più generazioni. Qualcuno ha scritto che si trattava del periodo in cui c’era il maggiore consumo di droga; in realtà nella tradizione musicale degli anni Novanta questo aspetto è stato molto diffuso mentre nel periodo successivo certi eccessi si sono ridimensionati. Nel documentario questo tema è stato trattato alla pari degli altri.

Generazione Diabolika è la testimonianza di un’esperienza irripetibile. A sopravvivere è stata la capacità dell’arte, e in questo caso della musica, di fare quello che alla politica non riesce più e cioè di conciliare le diversità. Guardando il tuo film si capisce come il Diabolika sia stata la chiave d’accesso per una nuovo tipo di fratellanza.

Assolutamente. È stata una cosa che tenevamo molto a raccontare ed è anche per questo che siamo partiti da un locale gay, il Muccassassina, esperienza precedente a quella del Diabolika, ma utile a capire da dove vengono le dinamiche che ne caratterizzeranno le serate. Come dici, c’era molta fratellanza e dalle ricerche fatte per preparare il film a emergere è la presenza di un pubblico molto variegato.

Il film sottolinea l’importanza de La mucca assassina che rispetto a Diabolika rappresenta una sorta di culla culturale. Non per niente a venire da lì sono sia Vladimir Luxuria che il dj Emanuele Inglese. 

Si, allora diciamo che Vladimir Luxuria scopre il talento di Emanuele Inglese e lo porta al Muccaassassina che per molti dj romani è stata una vera e propria palestra. Molti dei dj del Diabolika hanno fatto il medesimo percorso. Secondo noi, pur essendo realtà diverse erano contraddistinte dal medesimo approccio socio culturale perché il punto di partenza è stato un locale gay diventato famoso anche per gli etero. Appeal che il Diabolika erediterà nel suo essere aperto a tutti i punti di vista. Diciamo che si è trattato di un continuum.

Parlando di continuità, l’avventura del Diabolika ha molte similitudine con quella del mitico Studio 54, e mi riferisco soprattutto alle sue origini che assorbono stile di vita e gusti musicali della comunità gay newyorkese per riproporli come spazio comune di un pubblico eterogeneo.

Lo Studio 54 rappresenta qualcosa di grandissimo, però in Italia non c’è stato un movimento più forte di quello prodotto dal Diabolika. Devo però confessarti che il paragone con lo Studio 54 non l’ho mai considerato perché le ritengo due esperienze diverse. A esserlo era il  target di pubblico, perché comunque i frequentatori del primo erano persone più che benestanti. Questo, nonostante sia d’accordo sulle tante similitudini a cui ti riferivi nella domanda.

Il film sembra nascere come estensione cinematografica del concept legato alla serata storica del 2017, organizzata per rievocare la stagione del Diabolika. È una considerazione forzata oppure no?

Quando fai un documentario non c’è un copione scritto, quindi la storia la scopri unendo i pezzettini di un puzzle. Noi abbiamo proceduto in questa maniera, poi, a un certo punto, quando abbiamo compreso perché il Diabolika fosse terminato, ci siamo resi conto che le ragioni non erano dipese dalla mancanza di successo quanto da vicende che sono molto italiane. La morte del vocalist Lou Bellucci, avvenuta quando il movimento non esisteva più, ha comunque cambiato le cose. Eravamo partiti avendo in mente un determinata storia, ma la scomparsa di Lou ha cambiato le coordinate perché con lui se ne va non solo una persona ma il simbolo di un‘epoca che, di colpo, veniva cancellata. Per noi è come se fosse morto un eterno Peter Pan e con esso la nostra adolescenza. Avendo ventisette anni non mi reputo una persona anziana ma neanche un adolescente. Il che accade, quando, guardandoti indietro e vedendo cosa è successo prima, ti dici che nulla potrà essere come prima. Dal punto di vista metaforico la perdita di Lou Bellucci ha assunto questi significati e su di essi abbiamo costruito il film.

Il film è un resoconto di quegli anni effettuato da un punto di vista interno. Generazione Diabolika li rievoca senza inserire materiali d’archivio estranei a quello spazio, facendoli raccontare alle parole dei protagonisti e alle riprese degli spettacoli. 

Quando ho saputo i motivi che hanno determinato la chiusura del Diabolika, l’unico modo per riferirne le dinamiche era quello di far parlare – non insieme, perché purtroppo non è stato possibile – i protagonisti alla maniera del racconto intimo, come se degli amici che non lo sono più da tempo si chiudessero a casa, cercando di capire e di raccontare la loro versione dei fatti. Durante le interviste, nel ritornare a quegli anni, ognuno di loro ha messo a fuoco le cause e direi anche gli errori commessi. Sono convito che alla fine qualcosa si sia sbagliato perché il Diabolika poteva durare ancora tantissimo.

Nonostante si tratti di un documentario classico, con le interviste ai personaggi e la ricostruzione cronologica degli eventi, Generazione Diabolika opera sulle immagini con la volontà di restituire l’energia di quei giorni. In particolare a essere efficace è il lavoro di distorsione operata su di esse perché lo spettatore è davvero immerso nello “sballo” di quelle giornate.

Dal punto di vista visivo abbiamo scelto di girare sempre di notte. I motivi sono due: i protagonisti sono uomini notturni, il cui lavoro si svolgeva sempre in orari particolari. Poi ci piaceva l’idea che un documentario intitolato Generazione Diabolika contenesse un mix di sacro e profano. Roma è la città eterna e cattolica, a cominciare dalle sue architetture; da qui il piacere di mischiare queste suggestioni. Mi sono anche rifatto a una frase di Sant’Agostino che evito di citare per non sembrare un intellettuale. Il documentario è scandito su due ritmi differenti: al centro c’è un’esperienza e si parla di un tema forte come quello delle droghe. Da qui le immagini a cui ti riferivi, soggettive di una persona sotto effetto di stupefacenti.

Tra le scelte di montaggio c’è quella di interrompere gli inserti musicali con frammenti di interviste. In generale si tratta di stacchi secchi e drastici, fatti in piena libertà.

Lì ci siamo divertiti perché dopo tanta musica quell’effetto a schiaffo permette di bloccare per un attimo la narrazione prima di farla ripartire. Diciamo che abbiamo curato l’aspetto tecnico senza soffermarci troppo sul valore simbolico e metaforico.

Un’altra caratteristica è quella di mettere sullo stesso piano artisti e organizzatori, riconoscendo ai secondi la stessa importanza e carisma dei primi.

Se Diabolika è riuscita a fare quello per cui è diventata famosa il settanta per cento lo si deve alle menti dei quattro organizzatori, i quali, partendo da zero e senza poter contare su social e web, riuscivano a riunire ogni sabato tra le quattro e le cinquemila persone. Penso che Fabrizio De Meis, Stefano Santacruz, Roberto e Francesco siano stati geniali; ancora più dei dj D. Lewis, Emix e dello stesso Inglese che, spero, non me ne vogliano. Nel documentario l’ho sottolineato più di una volta, perché loro non hanno mai parlato del Diabolika e questa è la prima volta che si sono espressi. Convincerli non è stato facile e devo dirti che per ricostruire le dinamiche non facili tra i diversi dj c’è stato anche un grande lavoro giornalistico.

Generazione Diabolika rappresenta il tuo esordio cinematografico, per cui non posso non chiederti cosa ti lega al soggetto del film?

Giuseppe Di Renzo, che è il produttore e montatore ha avuto l’idea di fare un doc sul Diabolika perché sembrava impossibile che nessuno fino ad allora l’avesse mai fatto. Io e Giuseppe siamo di Vasto e il Diabolika l’abbiamo vissuto da provinciali, attraverso i tour organizzati nella nostra come in altre città della provincia italiana. Il direttore della fotografia e produttore Gianmarco Capri l’ha frequentato a Roma quindi è come se il film avesse unito i nostri punti di vista. Noi lo vedevamo come un fenomeno ancora più grande di come poteva esserlo per Giancarlo e questo aspetto è stato la forzata del nostro lavoro.

La libertà è uno dei temi forti del film. Dal dress code ai comportamenti, l’estemporaneità delle esibizioni, come anche alla scelta di esibirsi sia nel locale di provincia che nella discoteca più famosa (lo Space di Ibiza, ndr), ogni istante della visione è li per  ricordarcelo.

Si, su questa cosa abbiamo giocato molto, al punto di usare come slogan la frase di Henry David ThoreauIl paradiso è sotto i nostri piedi e sopra le nostre teste”. Questo per dire che per me il bene e il male esistono ma nel doc è come se sparissero, lasciando spazio alla libertà di potersi esprimere senza alcun giudizio e nel rispetto degli altri, cosa che, secondo me, il Diabolika è riuscita a fare. Lo si può vedere come un fenomeno trash ma ciò non toglie che abbia fatto parte della società italiana.

Utlima modifica: 17 giugno, 2019



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