Intervista a Tiziano Russo, autore del cortometraggio L’Uomo Proibito

Tiziano Russo, già noto nel panorama musicale per aver realizzato innumerevoli videoclip con Mina, Dardust, Biagio Antonacci, Negramaro e Ghali, è anche l'autore del lavoro cinematografico "L'Uomo Proibito", un interessante cortometraggio. Lo abbiamo incontrato per parlarne

  • Anno: 2018
  • Durata: 19'
  • Genere: Cortometraggio, Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Tiziano Russo

Una lunga carriera di videoclip per autori importanti nel panorama musicale italiano come Ghali, Negramaro, Mina, Dardust, s’inserisce nella tua formazione personale come regista. Quanto credi che abbia inciso nelle scelte artistiche del tuo ultimo cortometraggio L’Uomo Proibito?

Ogni video ha un’esperienza diversa e una personale scia che ti porti dietro. Che sia buona o cattiva, inciderà sicuramente sul percorso futuro. Ed essere arrivato a girare L’uomo proibito, dopo numerosi videoclip, avrà sicuramente condizionato alcune scelte stilistiche. Sono due approcci al lavoro molto differenti, il videoclip dal cortometraggio, ed è importante rendersene conto subito, saperlo, ma è importante ugualmente difendere le proprie intuizioni, gusti, sguardi. Nel mio corto ci sono scene musicali molto lunghe, quindi mi sento dire di sì, il mio percorso precedente ha inciso molto.

Quali sono le difficoltà riscontrabili nella messa in scena di un film di genere fantascientifico come L’Uomo Proibito?

La fantascienza ha la fortuna di essere un genere libero. Puoi inventare serenamente ogni forma di vita o oggetto irreale e metterlo in scena. Io non considero il mio un corto di fantascienza. Lo vedo più vicino al distopico, ad argomenti che potrebbero riguardare noi in un prossimo futuro. E nel distopico, che sfiora la fantascienza, la difficoltà la riscontri sempre nella credibilità della storia e dei personaggi. Riuscire a restare più umani possibili, più semplici e più vicini alle problematiche comuni e quotidiane: è questo il trucco per non risultare falsi e paradossali. Ho sempre voluto che i protagonisti del corto non fossero spaventati dalla loro condizione, della loro situazione. Ho cercato di spiegare loro che quegli spazi, quei limiti, erano la loro normalità. Di muoversi in scena con memoria fisica, come quando a casa si riesce a camminare a occhi chiusi perché si conosce bene l’ambiente. Questo ha reso il corto credibile, come se i protagonisti si muovessero in casa.

Ne L’Uomo Proibito sembra quasi che inizialmente il protagonista accetti serenamente il suo stato di straniamento dalla realtà. Nella parte conclusiva, tuttavia, Andrea esprime uno stato d’animo opposto: il pianto liberatorio implica un forte grado di sofferenza per la propria condizione. Cosa hai voluto raccontare attraverso queste emozioni contrastanti?

Il protagonista crede di aver accettato e elaborato la sua condizione, ma è proprio la figlia ad accendere la lampadina in lui, a mostrare finalmente la sua vita per quella che è e sarà. Andrea fino a quel momento vive in una bolla illusoria, che non lo aiuta a relazionarsi con Agata, la moglie, e neanche con Mia. È un corto che vuole anche raccontare l’educazione familiare: come l’ingenuità di un bambino possa aprire gli occhi a un padre. La richiesta di un abbraccio, di sentire l’odore, di parlarsi, viene proprio dalla piccola. Andrea blocca totalmente tutto questo, spostando il problema sul gioco con gli oculus. È qui che l’ingenuità di una bambina prende il sopravvento, contro la tecnologia e contro il futuro, ignara ovviamente di cosa le accadrà. Ma è un gesto rivoluzionario, che Mia fa per avere indietro suo padre.

Nel suo complesso, il cortometraggio può essere letto come la metafora del fallimento di una relazione dovuto alla mancanza di una sana comunicazione?

Come dicevo prima, è proprio l’assenza di comunicazione la causa scatenante del gesto di Mia. L’unica a provarci è Agata, ma si scontra con la rassegnazione di Andrea e con una visione dell’educazione completamente differente. Sono tre personaggi che tra loro non comunicano, pur volendolo fare. E se Mia possiamo giustificarla, i genitori no. Traslare questo problema in situazioni più semplici mi ha fatto capire quante volte sbagliamo e condizioniamo terze persone, per non aver detto quello che si pensa veramente.

C’è un romanzo o un’opera multimediale, in particolare, a cui ti sei ispirato per la figura di quest’uomo che ha contratto un virus nello spazio? 

Ero sul set di un videoclip e un attore leggeva una raccolta di racconti di autori russi. Uno di essi narrava le vicende di un militare russo di ritorno in patria con evidenti problemi fisici causati da radiazioni sconosciute e la conseguente quarantena. Questo è stato il primo vero spunto. Successivamente ho spostato l’attenzione sull’isolamento fisico e mentale, cercando uno spazio in cui inserire la storia, che fosse attuale o futuristico. In Black Mirror ho trovato sicuramente un grande aiuto, proprio per la credibilità di cui parlavo prima. Black Mirror è riuscita a caricarci d’ansia raccontando possibili eventi a noi vicini, seppur fantascientifici. Evidentemente siamo nella fantascienza.

Anche nei tuoi recenti videoclip per i Negramo, La Prima Volta e Fino All’Imbrunire, sono presenti le tematiche della ricerca della libertà e l’esigenza del contatto umano. Se in La Prima Volta le ali della protagonista le consentono di sfuggire dalla realtà, L’uomo proibito continua invece a soffrire nel suo corpo. In entrambi i casi, il corpo rappresenta quasi un peso. Questa continuità di scelte può essere letta come la metafora dell’esistenza, o meglio, come la ricerca di un’esistenza più leggera?

Mi piace la ricerca di un’esistenza più leggera. Mi piace l’evasione, che sia fisica o solo immaginata. Ritrovo spesso nei miei personaggi un’insofferenza fisica, risolvibile con l’immaginazione. Credo che, più che essere una metafora sull’esistenza, sia una cura dell’esistenza: come guarire da sofferenze fisiche, immaginandosi altrove, inventandosi un nuovo se stesso.

Utlima modifica: 14 giugno, 2019



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