Oltre lo specchio: The Final Land di Marcel Barion, un fuga solitaria nello spazio profondo

Marcel Barion con The Final Land compone un meccanismo cinematografico funziona(le)nte, visivamente ipnotico, che riesce a mantenere l’attenzione dello spettatore fino all’ultima inquadratura in una scommessa che, alla fine, si può dire vinta per il regista tedesco

  • Anno: 2019
  • Durata: 113'
  • Genere: Fantasceinza
  • Nazionalita: Germania
  • Regia: Marcel Barion

The Final Land è un piccolo film di fantascienza di Marcel Barion che il Festival Oltre lo specchio ha inserito in concorso con un certo coraggio e la volontà di dare visibilità al cinema di genere underground e indipendente.

Due uomini si ritrovano all’interno di una navicella spaziale su un pianeta desertico. Adem è un evaso da una prigione, mentre Novak è un guardiano che si è messo all’inseguimento, ma che ne approfitta per disertare. I due si alleano e collaborando insieme rimettono in funzione la navicella per fuggire da un luogo inospitale. Inizia così un viaggio nello spazio profondo alla ricerca di un nuovo luogo dove poter vivere dignitosamente.

Il giovane regista tedesco alla presentazione prima della proiezione ha dichiarato che ci sono voluti sette anni di lavoro per portare a termine The Final Land. Una pellicola praticamente a zero budget, senza l’ausilio di CGI, ma utilizzando effetti speciali e visivi artigianali. Barion è autore totale del film: oltre ad averlo diretto e scritto, lo ha prodotto, montato e sonorizzato; è responsabile della fotografia e della colonna sonora; ha curato gli effetti speciali, il sound design e gli effetti visivi. Coadiuvato da una troupe ridotta ai minimi termini e con un cast di due attori che reggono il film per quasi due ore, The Final Land è un one man film di una fattura pregevole che ha presente le radici del film di genere citando Alien di Ridley Scott, 2002: la seconda odissea di Douglas Trumbull e Cube di Vincenzo Natali, ma riuscendo a compiere un discorso in autonomia.

The Final Land parla essenzialmente della perdita delle radici dell’Umanità, della totale anomia dell’essere vivente, alla ricerca di un paradiso terrestre, caduto nell’inferno buio e sporco della solitudine esistenziale e morale.

Adem e Novak si muovono all’interno di una navicella spaziale che sembra una grande prigione dalla vaga forma di un parallelepipedo scaleno in cui il buio dello spazio esteriore è illuminato dalla fioca luce delle stelle lontane, così come l’interno dell’astronave dalle deboli luci di faretti di emergenza. Entrambi agognano a raggiungere un pianeta dove vivere, ma non sanno quale rotta intraprendere. Vorrebbero arrivare sulla Terra, abbandonata e sconosciuta dai due, come un ricordo lontano, quasi leggendario. All’interno della nave trovano disseminate delle stringhe alfanumeriche di possibili rotte: scritte sulle paratie in anfratti nascosti o su una fotografia che riprende di spalle una figura femminile su un pianeta dove sta tramontando un sole. Degli indizi che scoprono e trovano come su una scena di un crimine: dove l’assassino è l’uomo stesso e la vittima è l’intera civiltà. Alla fine, è Novak a prendere il sopravvento e inserisce una possibile rotta nel computer verso un Pianeta dell’Oro, che si rivelerà un altro luogo inospitale.

La metafora della corsa verso un luogo di ricchezza ricorda la parte finale di Rapacità di Erich von Stroheim, però questa volta uno dei due appare salvarsi, in questo caso Adem che immette la rotta che potrebbe ricondurlo verso la Terra. Il nome del protagonista richiama quello del primo uomo alla ricerca di un’Eva e di un paradiso terrestre perduto: ma la prima è ridotta a una sfocata fotografia, il secondo è una leggenda che si tramandano i sopravvissuti.

L’interno è claustrofobico – così come l’esterno dello spazio infinito – dove le macchine funzionano poco e male, sempre sul punto di rompersi. L’astronave appare come un rottame dove regna il caos, il disordine e la sporcizia. L’esteriorità della scena rende visiva l’interiorità dei personaggi che cercano di uscire dal buio di una caverna platonica per raggiungere una luce che li porti fuori dall’oscurità. La Terra di The Final Land è proprio la meta finale di un viaggio e allo stesso tempo il luogo della fine che stiamo vivendo.

Marcel Barion con The Final Land compone un meccanismo cinematografico funziona(le)nte, visivamente ipnotico, che riesce a mantenere l’attenzione dello spettatore fino all’ultima inquadratura in una scommessa che, alla fine, si può dire vinta per il regista tedesco.

Utlima modifica: 11 giugno, 2019



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