22 Festival Cinemambiente: Anthropocene – The Human Epoch di Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier ed Edward Burtynsky

Guidati dalla voce fuori campo del Premio Oscar Alicia Vikander, da sempre sensibile alle tematiche ambientali, percorriamo luoghi simbolo di diversi continenti in cui l’anthropocene appare in tutto il suo impietoso dispiegarsi

  • Anno: 2018
  • Durata: 87'
  • Distribuzione: Fondazione Stensen e Valmyn
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Canada
  • Regia: Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier, Edward Burtynsky

Anthropocene – The Human Epoch, Premio del Pubblico di questa edizione del Festival Cinemambiente, è dominato da un visivo che esterna tutta la sua potenza di testimonianza e di denuncia. Terza porzione di una trilogia con Manufactured Landscapes (2006) and Watermark (2013), il lavoro dei canadesi Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier ed Edward Burtynsky è uno straordinario e terribile viaggio nell’anthropocene, l’epoca geologica attuale condizionata nella involuzione dall’azione dell’uomo, dagli scempi prodotti al suo stesso pianeta.

Guidati dalla voce fuori campo del Premio Oscar Alicia Vikander, da sempre sensibile alle tematiche ambientali, percorriamo luoghi simbolo di diversi continenti in cui l’anthropocene appare in tutto il suo impietoso dispiegarsi: dalle terre e dagli abitanti tedeschi di Immerat, letteralmente ‘risucchiati’ da un mostro-macchina escavatore talmente enorme da sembrare un’entità a se stante, che allarga le miniere di carbone a cielo aperto, all’alieno paesaggio delle vasche giallo-azzurre di lito (il salvavita dei nostri telefoni cellulari) del deserto cileno di Atamacama. Dallo spettacolare mosaico delle miniere di potassio nei Monti Urali alla città di Norilsk, in Siberia, uno dei luoghi più inquinati del pianeta, estrattore minerario di Nickel ed altri grandi metalli. Anche la nostra Carrara non sfugge, impietosa, al rito del taglio del marmo e al rosicchiare massiccio e continuo delle cave. Lo stesso oceano ci mostra, implacabile, la distruzione della Grande Barriera Corallina australiana.

E non c’è scampo per gli effetti che l’onda umana ha creato e continua a creare: urbanizzazione, industrializzazione, eccesso di CO2, acidificazione degli oceani dovuti al cambiamento climatico, a cui si aggiunge la ‘novità’ inquietante dei tecnofossili, composti inesistenti in natura creati dall’uomo: le plastiche. La montagna di rigurgito del consumo è testimoniata impietosamente dal paesaggio spettrale della discarica di Dandora in Kenya: cumuli di immondizia presidiata e rovistata da uccelli mostruosi e da esseri umani, elementi comuni di un habitat apocalittico, non così lontano da ciò che potrebbe diventare il nostro mondo.

Le zanne di avorio sequestrate ai bracconieri di elefanti, accatastate e bruciate in Kenya, i due incipit che aprono e chiudono una piccola luce condensata nel fuoco di riscatto e di ammissioni di colpe dell’essere umano. Il ritorno al nostro primitivismo nel recupero dell’avorio di Mammuth dalla Siberia e dai ghiacci, utilizzato per lavorazione artigianale ad Hong Kong, cela tutto il mistero di una natura, quella umana, che pare nata per distruggere.

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Utlima modifica: 8 Giugno, 2019



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