Polaroid, l’horror del norvegese Lars Klevberg sviluppato a partire dal cortometraggio omonimo

Il film di Klevberg si dimostra essere l’ennesimo film che si stabilizza, per pura comodità, in quel limbo dove troviamo quei film che non sanno a cosa vogliono andare incontro, che non hanno una direzione ben precisa in mente, che sbandano grazie a delle facilonerie evitabili e che nuocciono al genere nel quale vorrebbero collocarsi

  • Anno: 2019
  • Durata: 88'
  • Distribuzione: Notorious Pictures
  • Genere: Horror
  • Nazionalita: USA, Norvegia
  • Regia: Lars Klevberg
  • Data di uscita: 06-June-2019

Quante volte nel cinema abbiamo visto macchine fotografiche o comunque strumenti adatti per fotografare (smartphone, PC e così via) prendere vita, con la conseguenza di diventare oggetti con un’anima e un corpo proprio e, infine, con la capacità di intrappolare in immagini, ricordi, sensazioni e attimi che resteranno per sempre nella memoria.

L’occhio che uccide profetizzava Michael Powell (tanto per citarne uno, ma si potrebbe disquisire anche sul Blow Up di Michelangelo Antonioni, gli esempi d’altronde sono molteplici) nel suo folgorante film Peeping Tom (in Italia conosciuto con il titolo L’occhio che uccide), presentando un occhio che osserva il continuo mutamento delle cose e che attraverso lo scatto ruba letteralmente le vite di alcuni poveri innocenti. Un occhio che si fa catalizzatore della scena, che cattura i movimenti, i sospiri e i battiti di ogni individuo, che pone l’accento su una nuova luce, su una nuova forma che in maniera inequivocabile cancella lo stato delle cose. Di solito l’occhio che indaga maniacalmente  permea persone attratte da una certa forma di  voyeurismo, forse perché sedotte da una carica sessuale incontrollabile o forse perché desiderose di intrecciare il proprio corpo con altri. In questo caso non so se sia corretto parlare di dipendenza, però sta di fatto che queste persone dipendono da altro, da un altro o più semplicemente da un qualcosa. Le vittime in tutto ciò sono in balia degli eventi, ed una volta prescelte il loro destino pare già segnato, non possono fare altro che sperare invano in un capovolgimento.

Ma cosa succede quando l’occhio si fa tutt’uno con il raccoglitore di immagini? Ecco, questo è ciò che tenta di spiegare il film di Lars Klevberg, Polaroid del 2017, tratto da un suo stesso cortometraggio di qualche anno prima. Perché l’occhio vuole la sua parte? Perché il ciclo vizioso di scatti rubati non può essere fermato? E soprattutto cosa si nasconde nei meandri dispersi del passato? Tutte domande lecite che però il film si pone raramente ed anche con qualche tentennamento di troppo.

Il regista Klevberg, qui al suo esordio in un lungometraggio di finzione, adatta un soggetto in origine ricco di spunti di riflessione nel peggior dei modi, tramutandolo in una sceneggiatura sconclusionata e priva di mordente. Il risultato che ne viene fuori è di una pochezza immane, quasi si stenta a crederci per quanto sia osceno il prodotto offerto. Un prodotto figlio dei tempi che segue una linea editoriale ben precisa e che non fa assolutamente niente per evadere dal marasma generale, risultando il classico film dell’orrore adolescenziale con tema il sovrannaturale, come se ne sono visti tanti in giro recentemente, con risultati migliori. A peccare in special modo, oltre alla sceneggiatura orripilante è la regia del nostro Lars Klevberg completamente sbagliata in toto, non c’è una  ben che minima parvenza di coesione fra una scena ed un’altra, tutto appare frammentato, spezzettato, auto conclusivo per certi versi. Si fa davvero fatica a comprendere il senso di questo calderone osceno, dove si passa da un “salto della sedia” più che mai banale ad un interminabile sequela di scene riempitive francamente inutili.

Non aiutano all’economia del film anche le scarse prove attoriali, fin troppo sopra le righe, gigioneggianti quanto basta e oltremodo stereotipate.
Il film vorrebbe dal canto suo mettere in mostra i giovani che cercano in un ipotetico passato le risposte per il presente e per il futuro, ma che allo stesso tempo sono quelli che poi si fanno i selfie con gli smartphone (niente Instagram: le storie al tempo non erano ancora di uso comune). Due facce della stessa medaglia che si scontrano inevitabilmente, quasi come se non riuscissero davvero a compenetrarsi. Tra le attrici si salva, a malapena, la sola Grace Zabriskie (Twin Peaks, Inland Empire) che appare brevemente in un cameo, ma è davvero poca cosa se si considera il  restante fallimentare.

Abbiamo visto come si possono fare dei film dell’orrore commerciali a dir poco convincenti, come ad esempio Get Out e Us di Jordan Peele (nel suo caso la politica americana e via discorrendo) che fanno dell’orrore la dimensione ideale per poi spostarsi in altri lidi, in altri schemi, in altri mondi, ma in questo caso mi sa che la lezione non l’hanno imparata granché bene. In questo caso pare che si siano fermati nel leggere la copertina, eppure era un film con delle potenzialità, aggiornarne il tema dell’occhio che tutto vede e che tutto può, alla base poteva anche essere un buon punto di partenza, ma con Polaroid tutto questo non è accaduto. Purtroppo, il tutto si ferma alla linea di partenza, per paura di fallire, senza nemmeno rischiare il brivido dell’insuccesso, quasi sempre lecito.

Il film di Klevberg si dimostra essere l’ennesimo film che si stabilizza, per pura comodità, in quel limbo dove troviamo quei film che non sanno a cosa vogliono andare incontro, che non hanno una direzione ben precisa in mente, che sbandano grazie a delle facilonerie evitabili e che nuocciono al genere nel quale vorrebbero collocarsi. Si nota poi particolarmente la travagliata produzione di questo progetto, nato per uscire nelle sale nel 2017, ma che dopo gli scandali famosi targati “Weinstein” (il film inizialmente faceva parte del catalogo della “Weinstein Company”) si è visto slittare la data di uscita (in Italia da domani nelle sale cinematografiche). Sicuramente ciò ha influito non poco alla visibilità e alla notorietà del film, facendolo finire presto nel dimenticatoio. Tant’è che nessuno attendeva più una sua uscita, si prospettava al massimo una sua distribuzione nel mercato home video o nei circuiti di streaming a pagamento.

Il panorama orrorifico ha bisogno anche di questa tipologia di film, ma ci deve essere sempre un criterio ed una attenzione nel realizzarlo. Non possono essere fatti film solo per seguire una moda, una sensazione del momento, una tendenza istantanea, con l’unico scopo di eguagliare o bissare il successo di film precedenti con buoni o in alcuni casi, ottimi incassi al botteghino. Anche il pubblico stesso è stanco di questi prodotti poco curati e si sta dirigendo verso un cinema più di qualità. Un cinema che non ha la necessità di nascondersi dietro una maschera, dietro un’immagine come nel caso di questo Polaroid. Un cinema che può mostrarsi in tutte le sue, talvolta dovute imperfezioni, per apparire per ciò che è realmente e per ciò che si prefissa di essere. Un cinema che può definirsi una volta per tutte libero ed in grado di recepire  la realtà che lo circonda.

Dunque, a fine visione sorge spontanea una domanda: meglio l’era pre-digitale o l’era post-digitale (in questo senso mi vien da consigliare la visione del bel film di Leigh Whannell, Upgrade che offre una interpretazione sull’argomento da non sottovalutare)? Ammesso, ovviamente, che ci sia un prima e un dopo.

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Utlima modifica: 6 giugno, 2019



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