In seconda serata su Rete 4 alle 00,20 Le vie del Signore sono finite di e con Massimo Troisi

Ne Le vie del Signore sono finite Massimo Troisi cortocircuita il linguaggio, rendendolo un flusso in cui veicolare i continui cambiamenti di velocità e timbro della sua dizione, facendo regredire la comicità a meccanismi basilari. Con una sorprendente leggerezza di tocco, il film mette alla berlina tutto un periodo storico, stigmatizzando incisivamente i discutibili valori che lo hanno animato

  • Anno: 1987
  • Durata: 117'
  • Distribuzione: CG Entertainment
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Massimo Troisi

In seconda serata su Rete 4 alle 00,20 Le vie del Signore sono finite, un film del 1987 scritto, diretto ed interpretato da Massimo Troisi e vincitore di un Nastro d’Argento per la miglior sceneggiatura. Sceneggiato da Troisi e Anna Pavignano, con la fotografia di Camillo Bazzoni, il montaggio di Nino Baragli e le musiche di Pino DanieleLe vie del Signore sono finite è il terzo film da regista dell’attore napoletano (se si esclude la co-regia con Roberto Benigni di Non ci resta che piangere). Il film è stato quasi interamente girato a Lucera. L’ambientazione però è nell’immaginario paese di Acquasalubre, che, almeno a giudicare dal dialetto dominante, sembrerebbe situato in Campania. Con Massimo Troisi, Jo Champa, Marco Messeri, Massimo Bonetti, Enzo Cannavale.

Sinossi
Da quando Vittoria l’ha lasciato, Camillo è rimasto paralizzato. La malattia è chiaramente psicosomatica, dice il suo medico, tant’è vero che alla notizia che Vittoria s’è lasciata col nuovo fidanzato, lui ricomincia subito a muoversi. Intanto il fascismo è andato al potere, Camillo è andato in galera per una battuta sul Duce e Vittoria è andata a vivere a Parigi. Camillo però ora sa come muoversi.

La recensione di Taxi Drivers (Luca Biscontini)

Vedere un film inconsueto e delizioso come Le vie del Signore sono finite, diretto e scritto da Massimo Troisi e dalla fedele collaboratrice Anna Pavignano, fornisce l’occasione per fare esperienza di una modalità originalissima di accostarsi al mondo della rappresentazione, laddove la storia messa in scena, convenzionale nei suoi tratti salienti, è continuamente boicottata, decostruita, sconquassata dalla magnifica interpretazione dell’attore, che con la sua presenza si pone come un vuoto (linguistico-culturale) che erra vorticosamente tra le linee di fuga del profilmico. Troisi cortocircuitava il linguaggio, rendendolo un flusso in cui veicolare i continui cambiamenti di velocità e timbro della sua dizione, facendo regredire la comicità a meccanismi basilari, primordiali, quasi inconsci, e lo spettatore ride di gusto per l’insistenza eroica e ironica (impietosamente ironica) con cui la parola, girando spasmodicamente intorno ai più disparati argomenti, senza peraltro raggiungere mai un approdo, viene contestata e sabotata. Quello di Troisi era un ‘dis-dire’ che invitava l’ascoltatore a comprendere l’inutilità del significato rispetto alla potenza di un significante che ogni volta sgorgava dal tremolio incessante della voce, annunciando lo sconfinamento dal Simbolico al Reale. La ripetizione ossessiva di un termine (a tal proposito nel film in questione c’è una splendida sequenza che testimonia esemplarmente questa operazione), attraverso una modulazione sempre differente di tono, o ostinatamente uguale, faceva precipitare impietosamente il senso, e ciò che rimaneva era un suono che, per il solo fatto di essere così svuotato, si caricava di una vis comica imprevista e travolgente.

L’azione del film si svolge in Italia, durante il regime fascista, e Camillo (Troisi), un barbiere della cittadina di Acquasalubre, dopo essere stato lasciato dalla fidanzata Vittoria (Jo Champa), sviluppa un disturbo psicosomatico che lo paralizza, costringendolo su una sedie a rotelle. Durante un viaggio a Lourdes, incontra Orlando (Massimo Bonetti), animo nobile con velleità letterarie, affetto dallo stesso problema motorio. Il medico-psicanalista che ha preso in cura Camillo cerca di comunicare con Freud per segnalargli il particolare caso del suo paziente, ma le lettere, in virtù di un’ostilità verso l’Italia per le sorti del recente conflitto mondiale, vengono cestinate prima di giungere al destinatario. Il rapporto tra i due giovani protagonisti è l’espediente letterario utilizzato dagli sceneggiatori per articolare quello tra conformismo e contestazione, giacché Camillo, sebbene non assuma una dichiarata posizione politica, è per natura antifascista, e paga con una reclusione di due anni la sua opposizione alla dittatura. È raffinato in tal senso il lavoro di scrittura degli autori che, senza affrontare direttamente il problema, tessono una trama metaforicamente incisiva, dato che, alla fine, sarà proprio la purezza del protagonista ad essere premiata, di contro all’amico (Orlando), il quale, invece, si lascia sedurre dal potere, diventando un importante funzionario del regime. Diverte e fa riflettere, inoltre, la questione religiosa che cova sottotraccia, visto che Camillo, una volta riconquistata la speranza di ritrovare la sua amata Vittoria, torna a camminare, creando sconcerto e una fanatica devozione in coloro che scambiamo l’improvvisa guarigione per un miracolo. Insomma, con una sorprendente leggerezza di tocco, il film mette alla berlina tutto un periodo storico, stigmatizzando incisivamente i discutibili valori che lo hanno animato, e innescando una lenta e inesorabile demolizione.

Un film, Le vie del Signore sono finite, che dev’essere non solo recuperato (per chi l’avesse mancato), ma fortemente rivalutato, sebbene all’epoca della sua uscita ebbe il meritato riscontro di critica e pubblico. Chi scrive non può far altro che consigliarne caldamente la visione.

GUARDA IL TRAILER >>

Utlima modifica: 3 Giugno, 2019



Condividi