Stasera in tv su Rete 4 alle 21,30 Pensavo fosse amore…invece era un calesse di e con Massimo Troisi

Massimo Troisi (con Anna Pavignano) tenta di proporre con lucidità e tenerezza un modo sostenibile per pensare alla fine di un amore, senza tutta la paccottiglia melodrammatica che normalmente la accompagna. Pensavo fosse amore… invece era un calesse è un film in cui l’autore partenopeo si pone frontalmente con una questione che pare averlo ‘ossessionato’ fin dagli esordi

  • Anno: 1991
  • Durata: 115'
  • Distribuzione: CG Entertainment
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Massimo Troisi

Stasera in tv su Rete 4 alle 21,30 Pensavo fosse amore…invece era un calesse, un film del 1991 diretto da Massimo Troisi. L’ultima regia di Troisi, di cui è anche sceneggiatore insieme ad Anna Pavignano, e protagonista con Francesca Neri e Marco Messeri. Il film ha ricevuto tre nomination e vinto un David di Donatello (Miglior attore non protagonista a Angelo Orlando), cinque candidature e vinto due Nastri D’Argento (Migliore attrice protagonista a Francesca Neri, Miglior colonna sonora a Pino Daniele), due nomination e vinto un Globo, D’Oro (Miglior musica a Pino Daniele).

Sinossi
Cecilia e Tommaso stanno per sposarsi, ma lei si tira indietro all’ultimo momento. Tomaso è troppo pigro, dice lei che intanto inizia una relazione con un altro, un certo Enea (Messeri). Il povero Tomaso riesce ad averla vinta. Cominciano di nuovo i preparativi, ma questa volta è lui a farsi cogliere dai dubbi.

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Si dovettero attendere ben quattro anni dopo il suo ultimo, riuscito lavoro, Le vie del Signore sono finite (1987), prima che Massimo Troisi tornasse dietro la macchina da presa, ancora una volta per dirigere se stesso alle prese con la complicazione delle relazioni sentimentali. Pensavo fosse amore… invece era un calesse è un film del 1991 in cui l’autore partenopeo si pone frontalmente con una questione che pare averlo ‘ossessionato’ fin dagli esordi, sebbene mai come in questo caso la affronti in tutte le sue sfaccettature, e la quota comica, pur sempre assai presente, si riduce in favore di una riflessione profonda sulla natura dei rapporti, che producono, per il loro spesso triste esito, una comprensibile delusione.

Non bisogna amare per amore, bisogna amore per schifo. L’amore quando finisce è una delusione; quando finisce lo schifo, invece, è una gioia”. Questa perentoria citazione tratta da un libro che Flora (Natalia Bizzi) chiede a Cecilia (Francesca Neri), la bibliotecaria, fidanzata di Tommaso (Troisi), la dice lunga sul pessimismo del regista a proposito della stabilità delle storie d’amore, che crollano impietosamente, provocando mestizia in coloro che vi avevano tenacemente creduto. E allora il film di Troisi, lungi dal voler seminare un facile disfattismo (la sceneggiatura è scritta ancora una volta in coppia con l’ex compagna Anna Pavignano, e, si sa, il punto di vista femminile su tali argomenti è sempre più articolato di quello maschile), tenta di proporre con lucidità e tenerezza un modo sostenibile per pensare alla fine di un amore, senza tutta la paccottiglia melodrammatica che normalmente la accompagna, e, in tal senso, risulta assai significativa la celebre sequenza finale, in cui i due fidanzati, rocambolescamente scampati alle nozze, si ritrovano pacatamente a confrontarsi sulla difficoltà, forse insuperabile, per ‘un uomo e una donna’, di stare insieme.

La gelosia morbosa di Cecilia e l’ignavia di Tommaso sono gli effetti collaterali che un qualsiasi rapporto fatalmente produce, minando la stessa possibilità che esso prosegua, e Troisi stoicamente ne prende atto, senza rifugiarsi nel cinismo di una misantropia a buon mercato, ma esponendosi fino all’impudicizia, pur di trovare, o almeno balbettare, un’alternativa esperibile, che eviti la triste ricaduta maniacale (la perdita dell’entusiasmo) che caratterizza ogni relazione. Sconvolge la presa di coscienza di Tommaso, il quale, dopo aver cercato in tutti i modi di riconquistare Cecilia, che nel frattempo aveva cominciato a frequentare l’eccessivo Enea (l’impeccabile Marco Messeri), capisce, come se gli fosse caduta una tegola in testa all’improvviso, di non amare più la donna che tanto aveva desiderato. Non c’è discussione che tenga: è una clamorosa sconfitta, in primis proprio per chi prende atto della fine del coinvolgimento sentimentale. È un dolore per lo spettatore sentire quella domanda che Tommaso formula alla veggente: “Allora come mai non la amo più?”.

La dimensione borghese dell’amore coniugale pare definitivamente volta al tramonto, e volerla ostinatamente reiterare, senza passare attraverso una significativa riforma che ne riposizioni le coordinate, è un’operazione un’ottusa e masochistica, che rivela una coazione a ripetere da estirparsi quanto prima, per evitare il flusso incontenibile di dolore che inevitabilmente ne consegue. Ancora una volta Massimo Troisi, con lo struggente accompagnamento delle meravigliose musiche di Pino Daniele, si produce in un’attenta analisi che, sebbene, e giustamente, non produca risposte, esorta vivamente lo spettatore a scrollarsi di dosso quell’immobilismo culturale e antropologico che ancora lo vincola a schemi comportamentali ormai desueti e inefficaci: un’ulteriore dimostrazione della sua capacità di anticipare il futuro (il film ha ormai ben 25 anni), senza mai smettere di provocare quella sana ilarità, perduta la quale ogni passaggio della vita diverrebbe insostenibile. Un grandissimo autore, dunque, che, finché ha potuto, non ha mai smesso di evolversi (anche sul piano squisitamente registico, dato che il film, a livello formale, risulta assai più ricco ed elaborato dei precedenti).

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Utlima modifica: 2 Giugno, 2019



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