Intervista a Damiano Giacomelli e Lorenzo Raponi, registi di Noci Sonanti

Nel 1986, tra le colline di Cupramontana, Fabrizio fonda la Tribù Delle Noci Sonanti. In una vecchia casa colonica decide di vivere in comunione con la natura, senza energia elettrica e ogni altro comfort, affidando alla terra il sostentamento della Tribù. Nel corso di questi anni molte persone hanno trascorso dei periodi di vita con loro, perché come sostiene il protagonista: “Una sola noce in un sacco non fa rumore. Tante noci insieme suonano”.

  • Anno: 2019
  • Durata: 78
  • Genere: documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Damiano Giacomelli, Lorenzo Raponi.

Fabrizio, il fondatore della Tribù Delle Noci Sonanti s’ispira al proverbio contadino “Una sola noce in un sacco non fa rumore. Tante noci insieme suonano”. Il figlioletto Siddharta è l’unico punto di riferimento affettivo vicino a Fabrizio. Questo lo facilita molto nello stile di vita scelto. Riuscirebbe a vivere ugualmente sereno da solo?

Damiano Giacomelli. Abbiamo mantenuto il titolo Noci Sonanti, la prima informazione che abbiamo avuto su di loro, perché uno degli aspetti che emerge dal film è la necessità di Fabrizio di mantenere più di una noce nel sacco. La decisione di suo figlio Siddharta di seguire o meno la strada del padre in questo assume un’importanza che va ben oltre il solo aspetto relazionale.

Com’è stato lavorare a contatto con la Tribù Delle Noci Sonanti? Vi siete adattati allo stile di vita di Fabrizio e Siddharta, rinunciando anche voi a ogni comfort? Avete trovato delle difficoltà?

Lorenzo Raponi. Non potevamo completamente sposare quel modello di vita per due ragioni: per quanto avessimo a disposizione un’attrezzatura essenziale, avevamo la necessità di un’assistenza tecnologica che ci permettesse, banalmente, di ricaricare le batterie o di rivedere il materiale; dall’altra parte, non volevamo occupare una delle stanze che Fabrizio può concedere agli ospiti, limitandone dunque l’arrivo. Abbiamo quindi deciso di affittare una casa poco distante, benché le nostre giornate si svolgessero quasi completamente all’interno della Tribù, dove cercavamo di allontanare tutto ciò che non riguardava il film, inclusi i cellulari. Lavorare così a contatto con la natura è stato affascinante, nonostante alcune piccole difficoltà pratiche dovute principalmente agli insetti e alla vegetazione selvatica, che senza tecnologia a limitarla cresce indisturbata dove ci sono le condizioni per farlo.

Il progetto di Fabrizio è un ritorno non soltanto al mondo contadino, ma a un modello selvatico. Può essere inteso come la dimostrazione concreta che “il ritorno alla natura” auspicato da Rousseau nell’Emilio sia ancora possibile?

DG. Credo che il film aiuti a farsi le domande giuste su questo tema. Succede soprattutto grazie al punto di vista principale che assumiamo per raccontare questa storia, quello del giovane Siddharta, cresciuto con uno stile di vita che molti definirebbero “radicale”, intendendo fuori dall’ordinario occidentale. Scoprendo con i suoi occhi una serie di pratiche e di pensieri della modernità occidentale che siamo abituati a dare per scontati, possiamo problematizzarli e percepire la nostra distanza dall’essere “uomini liberi nella natura”.

Fabrizio è particolarmente attento all’educazione del piccolo, che frequenta pertanto una scuola familiare. Cresce ugualmente come un bambino curioso e sveglio, non ha problemi relazionali e supera gli esami di quinta elementare. È una scelta motivata o più una questione di praticità?

LR. È una scelta assolutamente motivata, perché il rapporto con la scuola è pur sempre quello con un’istituzione, in ogni caso esterna alla vita dell’uomo libero nella natura. Ciò che Fabrizio fa è adattare un’imposizione statale, ovvero quella di far fare la scuola al figlio, con il suo modello di vita. Facendo ciò deve comunque sottostare alle dinamiche della scuola pubblica, come ad esempio i programmi scolastici o gli esami. Ne derivano ovvie divergenze, come nel caso dell’inglese, lingua “dominante” che viene obiettata in favore dell’esperanto, come accade nel film Captain Fantastic. Più in generale, secondo Fabrizio è dalla comunità di appartenenza, in questo caso dalla Tribù, che il bambino dovrebbe soddisfare la sua naturale curiosità e dunque apprendere quanto gli serve per vivere.

Siddharta appare a tratti un po’ insofferente a questo stile di vita: odia i pidocchi, s’immagina di vivere in futuro in Liguria, vorrebbe gustare cibi differenti, osserva curioso i fuochi d’artificio. Fabrizio, in compenso, non impone il suo punto di vista ma lascia spesso ampio potere decisionale al piccolo, senza però viziarlo. Possiamo considerarlo un modello educativo improntato all’esperienza e alla libertà, oltre che alla lettura?

DG. Assolutamente sì. Quella che noi tendiamo ad interpretare come radicalità di uno stile di vita non ha niente a che fare con l’assenza di libertà. Fabrizio auspica la presenza di un grande numero di “Tribù”, ognuna libera di scegliere le sue pratiche. Quella che lui non accetta è la società contemporanea, la tribù del consumo che vuole invadere e omologare tutte le altre. Qui sta la più grande distanza dalla libertà.

La scelta di narrare attraverso la camera, senza l’utilizzo di didascalie o domande ai personaggi, riflette l’esigenza di aderire alla radicalità e alla sobrietà del soggetto trattato?

DG. In parte sì. Poi devo dire che quando si ha la fortuna di raccontare una storia universale, con passaggi di vita archetipici che possono risuonare familiari a tutti gli spettatori, credo che un autore sia tenuto a restare vicino alla fonte della storia e ad evitare mezzucci che altre volte sono indispensabili. Dovevamo essere molto vicini senza essere invasivi. Personalmente questa necessità mi ha portato a un’esperienza che non fatico a definire trascendente. Una sorta di meditazione attraverso lo strumento cinema, sicuramente facilitata dal contesto, che in qualche modo ti trasforma nel film, per il tempo di ripresa.

Qual è il messaggio che vorreste personalmente trasmettere attraverso questo lavoro e questo racconto?

LR. Faccio sinceramente difficoltà ad esprimere una posizione o un giudizio riguardo la scelta radicale di Fabrizio o la vita di Siddhartha. Nonostante il suo particolare contesto, la centralità di questi personaggi rende più complicata la sintesi di un messaggio, per il quale è forse più corretto rimandare a chi guarderà. In ogni caso, credo che le legittime considerazioni rispetto a uno stile di vita così radicale debbano passare per la contemporanea messa in discussione dell’altra Tribù, cioè quella dominante di cui facciamo parte. Di certo il film non vuole semplificare le posizioni né dimostrare una tesi, altrimenti non avremmo documentato scene in cui emergono alcune problematiche molto concrete come pidocchi o zecche. Avremmo semplicemente dipinto un’oasi felice e armonica, proprio perché tanto diversa dalla nostra.

DG. Alla base di Noci Sonanti c’è una storia semplice e comprensibile a tutti. Attraverso questa accessibilità il film introduce temi fondamentali come quelli trattati in questa intervista, su cui noi per primi ci siamo molto confrontati durante il montaggio. Mi auguro che lo stesso possa avvenire agli spettatori.

Utlima modifica: 2 Giugno, 2019



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