Juliet, Naked – Tutta un’altra musica, il film di Jesse Peretz tratto dal romanzo dello scrittore britannico Nick Hornby

Juliet, Naked – Tutta un’altra musica è un piccolo metatesto che, mentre diverte, riflette sul valore dell’arte e su come questa sia spesso molto più importante e densa di significati per chi ne fruisce che non per chi la crea, oltre che sull'annosa questione della sindrome di Peter Pan

  • Anno: 2018
  • Durata: 105'
  • Distribuzione: Bim Distribuzione
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Gran Bretagna
  • Regia: Jesse Peretz
  • Data di uscita: 06-June-2019

La liason tra lo scrittore britannico Nick Hornby e il cinema non sembra conoscere battute d’arresto, se consideriamo che, con questo Juliet, Naked – Tutta un’altra musica, il numero di film tratti dalle sue opere sale addirittura a quota otto, di cui – piccola curiosità – due (È nata una star? di Lucio Pellegrini e Slam – Tutto per una ragazza di Andrea Molaioli) solo in Italia. Tutto ciò senza considerare le sceneggiature originali scritte da Hornby nel corso degli ultimi anni, tra le quali è d’obbligo citare almeno Wild di Jean-Marc Vallée e Brooklyn di John Crowley. Ma per circoscrivere il campo e identificare il lavoro idealmente più vicino a Juliet, Naked è necessario tornare indietro nel tempo e risalire fino all’esordio di Nick Hornby: a quell’Alta Fedeltà che, più di vent’anni fa, gli regalò il primo grande successo letterario e, allo stesso tempo, introdusse nella sua prosa i temi che poi sarebbero rimasti centrali in tutte le opere a venire. In primis la passione per la musica, vissuta come un comodo rifugio, utile all’occorrenza per non affrontare certe scelte importanti e, più in generale, i lati meno romantici del diventare adulti. Solo che qui questa passione, da generica, diventa monomaniacale e si concentra su un solo musicista – il misterioso Tucker Crowe – vagamente ispirato alla figura di Evan Dando, leader di una band assai nota negli anni ’90 (i Lemonheads) di cui, tra l’altro, lo stesso regista Jesse Peretz fu co-fondatore e bassista.

Ma, background letterario e musicale a parte, il reale valore aggiunto di Juliet, Naked – Tutta un’altra musica sta nel suo maneggiare, con estrema disinvoltura e grazia, un genere come la commedia romantica, finito, negli ultimi anni, fuori da qualsiasi radar, specialmente a Hollywood. Peretz, invece, costruisce un ponte tra la tradizione britannica di classici moderni come Notting Hill e Love, Actually e il cinema di Judd Apatow – uno dei pochi autori, oggi, a praticare il genere in questione e, non a caso, produttore del film – e se ne esce con un autentico gioiello. Un piccolo metatesto che, mentre diverte, riflette sul valore dell’arte e su come questa sia spesso molto più importante e densa di significati per chi ne fruisce che non per chi la crea, oltre che sull’annosa questione della sindrome di Peter Pan. Tanto più che qui di Peter Pan ce ne sono ben due. Il primo è Duncan che, con un abile escamotage narrativo, viene inizialmente presentato come il protagonista della storia. E poi c’è Tucker Crowe, il musicista loser splendidamente interpretato da Ethan Hawke, che qui sembra riprendere il ruolo da lui stesso interpretato in Giovani, carini e disoccupati – uno dei manifesti programmatici della Generazione X anni ’90 eopera prima da regista di Ben Stiller – per mostrarci come è diventato a distanza di vent’anni.  Il transfert emotivo tra fan e mito sintetizzato da questi due personaggi è reso nel film in maniera delicata e perfettamente bilanciata, sebbene il punto di vista privilegiato rimanga indiscutibilmente quello femminile e, in tal senso, appare determinante l’intervento, in sede di scrittura, di Tamara Jenkins, sceneggiatrice e regista di opere pregevoli per la loro capacità di descrivere ansie e dubbi della donna moderna, come La famiglia Savage e il più recente Private Life.

L’ago della bilancia di tutta la storia è, infatti, Annie, e non solo per le ovvie difficoltà a empatizzare con l’infantilismo cronico e passivo-aggressivo di Duncan. Così come anche il personaggio di Tucker finisce con l’essere definito più attraverso le donne amate e perse nel corso della sua vita – e, di conseguenza, dai sensi di colpa nei loro confronti – che non dalla propria musica. Tutto condito da quella leggerezza di stile, tipicamente hornbyana, che ci fa percepire all’istante personaggi e situazioni come perfettamente familiari. Ma è soprattutto il modo in cui Juliet, Naked – Tutta un’altra musica riesce a contenere tutte queste istanze, senza che nessuna abbia il sopravvento sulle altre, che ha un che di miracoloso che spinge a volergli bene, prima ancora che ad apprezzarlo come film in sé.

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Utlima modifica: 30 maggio, 2019



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