72 Festival di Cannes: Once upon a time in Hollywood di Quentin Tarantino (Concorso)

Due ore e quaranta minuti di amore per il cinema, per i suoi attori, per i suoi personaggi e per il suo lavoro. È quello che Quentin Tarantino riesce ancora a esprimere in modo del tutto credibile, godibile e coinvolgente. Once upon a time in Hollywood conferma che l’estro del regista è più vivo che mai

  • Anno: 2019
  • Durata: 161'
  • Distribuzione: Warner Bros Italia
  • Genere: Drammatico, Thriller
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Quentin Tarantino
  • Data di uscita: 19-September-2019

Due ore e quaranta minuti di amore per il cinema, per i suoi attori, per i suoi personaggi, per il suo lavoro. È quello che Quentin Tarantino riesce ancora a esprimere in modo del tutto credibile, godibile e coinvolgente, e lo fa egregiamente nel suo ultimo sforzo, Once upon a time in Hollywood, presentato in concorso al 72° Festival di Cannes. Quella che dopo tanta attesa, si può definire la Prima donna del Festival, pur non avendo avuto un consenso unanime, ha apportato un cospicuo incremento di livello alla manifestazione, consolidandone e accrescendone la qualità. L’eccentrico regista statunitense dà forma a un’opera che si muove su più piani, sovrapponendo la celebrazione della settima arte alla rappresentazione minuziosa e curatissima della città e del tempo che descrive, la Los Angeles del 1969. Su questo substrato costituito da una narrazione, sia esteticamente che nei contenuti, già ricca di elementi da assaporare, si inserisce in modo coeso e sintonico un discorso più intimo che si sofferma in modo particolare, e forse un po’ insolito per l’autore, sui rapporti e sui vissuti individuali, aspetto che lo vede addolcirsi rispetto al Tarantino cui siamo abituati.

Innanzitutto, Once upon a time in Hollywood è un film che riempie gli occhi, proprio bello da vedere, a partire dai suoi personaggi principali, interpretati dagli ottimi Leonardo di Caprio, Brad Pitt e Margot Robbie, nei panni rispettivamente dell’attore Rick Dalton, del suo stuntman, factotum, ma soprattutto amico, Cliff Booth, e di Sharon Tate, tutti particolarmente in forma e assolutamente in parte; una menzione speciale, da questo punto di vista, va riconosciuta a Margot Robbie, che emana letteralmente luce a ogni movimento ripreso dalla macchina da presa. Per continuare con la fotografia e la messa in scena, che evidenziano la palese cura maniacale posta nel rappresentare anche i minimi particolari di uno spaccato ben preciso della realtà americana di quegli anni, restituendo perfettamente l’atmosfera dei luoghi e del contesto rappresentato. Il neon delle insegne di Los Angeles, i suoi colori, i locali, le macchine, gli hippies con i loro abiti, i costumi, tutto contribuisce a condurci in uno spaccato di mondo di cui è ricreato ogni dettaglio, facendocelo vivere come se ci trovassimo al suo interno.

Al di là del loro aspetto fisico, i personaggi dei tre protagonisti sono scritti in modo impeccabile, i due uomini forse sono maggiormente caratterizzati, probabilmente solo per una questione di maggior spazio all’interno del film, ognuno dei due dotato di un temperamento e di una personalità che li rendono eccezionalmente efficaci nel raccontare il loro vissuto e nel sintonizzarsi completamente con la narrazione e con la ricostruzione scenica. Il dispiegarsi progressivo del loro rapporto poi è forse una delle virtù più rilevanti del film. C’è tanto del tipico stile palesemente riconoscibile del cineasta americano, nell’uso dell’ironia e del sarcasmo e nella loro commistione con la violenza rappresentata in un certo modo, nell’abbondanza di citazioni e autocitazioni, nella costruzione di scene emblematiche che tendono poi a rimanere nella memoria dello spettatore anche a distanza di anni. Nello stesso tempo, si possono individuare anche degli elementi nuovi o quantomeno non tipici nel suo linguaggio, che testimoniano una sorta di evoluzione. Tutta l’opera è pervasa di una verve e di uno spirito che divertono costantemente lo spettatore.

Efficace anche la scelta di impiegare figure rappresentative come Al Pacino e Bruce Dern non dando loro eccessivo risalto ed evitando così il rischio di farne delle macchiette, piuttosto creando per loro dei personaggi collaterali ad hoc, che ne hanno consentito la giusta valorizzazione. Una visione decisamente appagante, quindi, quella di Once upon a time in Hollywood, e se qualcuno aveva cominciato a mettere in dubbio la capacità Quentin Tarantino di continuare a gratificare gli amanti del suo cinema, dovrà ricredersi perché l’estro del regista è ancora vivo e vegeto e conferma il valore dimostrato sino ad ora.

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Utlima modifica: 23 maggio, 2019



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