Festival Orlando. Identità, relazioni, possibilità: L’animale di Katharina Mückstein

Il secondo lavoro dell’austriaca Katharina Mückstein, L'animale, presentato all’ultima edizione del festival bergamasco Orlando. Identità, relazioni, possibilità e, nel 2018, nella sezione Panorama della Berlinale, ci pone nuovamente di fronte alla questione dell’orientamento sessuale attraverso la tecnica del romanzo di formazione

  • Anno: 2018
  • Durata: 96'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Austria
  • Regia: Katharina Mückstein

Il secondo lavoro dell’austriaca Katharina Mückstein, L’animale, presentato all’ultima edizione del festival bergamasco Orlando. Identità, relazioni, possibilità e, nel 2018, nella sezione Panorama della Berlinale, ci pone nuovamente di fronte alla questione dell’orientamento sessuale attraverso la tecnica del romanzo di formazione.

La giovane Mati (la brava Sophie Stockinger), bellezza imperfetta e acerba, studentessa alle porte del diploma, trascorre il suo tempo libero con un gruppo di ragazzi (lei è l’unica donna) dedito al motocross, alla birra e ai ritrovi in discoteca nel fine settimana. A una di queste serate, Mati incontra Carla (Julia Franz Richter), coetanea che si giostra tra libri scolastici e scaffali di un supermercato. Il loro incontro, in realtà, è più uno scontro: un amico di Mati palpeggia Carla in mezzo al locale e, per una serie di circostanze, quest’ultima sputa in faccia alla ragazza. Pian piano, però, le due iniziano a frequentarsi, scoprendo così di provare attrazione l’una per l’altra. Parallelamente a ciò, scopriamo che Paul (Dominik Warta), il padre di Mati, è omosessuale non dichiarato.

Se l’inizio può somigliare più a Una vita da mediano di Ligabue (ma il titolo di rimando a Franco Battiato non è messo a caso), via via rinviene una delicatezza di fondo che Mückstein tratteggia con elegante discrezione, attraverso la presa di coscienza intimistica di Mati. Il fattore più importante delle “scoperte” legate all’orientamento sessuale è il superamento dello “scoglio” connesso alla condizione personale e, soprattutto, all’accettazione di sé. Mati è all’inizio di tutto questo: spaventata ma curiosa, restìa ma frizzantina. Il padre, Paul, invece, è inghiottito dal terrore della “diversità”, direzionato verso standard e ritualità ritenuti “corretti”, “normali”, “giusti”, dall’attuale realtà sociale: una casa, una famiglia, una fede al dito, qualche figlio, sono questi i valori imprescindibili per vivere nella contemporaneità (!). Certo, e nel frattempo le doppie vite si snodano attraverso chat e applicazioni per soli uomini.

L’unica vincente risulta essere la moglie di Paul (e madre di Mati), osservatrice discreta, le basta un semplice sguardo per capire l’enorme sofferenza del marito. D’altronde, il titolo richiama Franco Battiato in maniera esplicita (lo si sente negli ultimi minuti) sigillando questi due affini binari esistenziali (Ma l’animale che mi porto dentro / Non mi fa vivere felice mai / Si prende tutto anche il caffè / Mi rende schiavo delle mie passioni / E non si arrende mai e non sa attendere / E l’animale che mi porto dentro vuole te).

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Utlima modifica: 23 maggio, 2019



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