72 Festival di Cannes: The Halt di Lav Diaz (Quinzaine des Réalisateurs)

Rielaborare il passato coi suoi dolori, per porre le basi per un presente e un futuro migliori: The Halt, sci-fi in bianco e nero ambientato a Manila nel 2034, è l'ultima fatica del regista filippino Lav Diaz, che ha incantato il pubblico della Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes per quattro ore e mezza

  • Anno: 2019
  • Durata: 236'
  • Genere: Sci-Fi, Drammatico
  • Nazionalita: Filippine, Cina
  • Regia: Lav Diaz

Ultima fatica del regista filippino Lav Diaz, acclamato cineasta di fama internazionale, che oggi non ha potuto essere sul palco della Quinzaine des Réalisateurs, in occasione della presentazione di The Halt (Ang Hupa), sci-fi in bianco e nero, di cui è sceneggiatore, regista, produttore e montatore, e che ha incantato il pubblico per quattro ore e mezza.

Siamo a Manila nel 2034, dopo una violenta eruzione del vulcano Celebes tutto il Sudest asiatico è costretto a un buio perenne e a  piogge incessanti. Le Filippine sono governate dal generale Navarro che ha instaurato un clima di repressione, coadiuvato da due fedelissime collaboratrici, Martha Officio, capo supremo delle forze armate, e Marissa Ventura, capo dell’intelligence e amante di Martha. La città è costantemente controllata dai droni che si avvicinano alle persone per identificarle attraverso una scheda magnetica. In un clima così cupo e austero si muovono Hook (Piolo Pascual, anche produttore del film), un combattente per la libertà contro le forze di Navarro; Haminilda, un’ex professoressa di Storia che ora fa la prostituta e che si imbatte in Martha Officio, con cui intreccia una relazione; Jean, una psicologa che cerca di aiutare il suo popolo a non dimenticare la propria Storia (“perché un popolo senza memoria è un popolo senza anima“), e per questo nel mirino di Navarro, e tenta di aiutare Haminilda a recuperare ciò che ha rimosso dalla sua memoria, perché le procurava troppo dolore e l’ha fatta smettere di insegnare; Padre Romero, un prete cattolico che nel suo rifugio a Santa Rosa dà ospitalità a ribelli e guerriglieri, rischiando la vita.

In un paese che sta perdendo la sua identità, anche linguistica, perché lo stesso dittatore sembra spingere all’uso dell’inglese, a discapito della lingua Tagalog, in cui Jean vorrà tradurre il suo saggio sulla perdita della memoria storica, e che vive in un buio costante, fatto di mancata presa di coscienza delle responsabilità individuali che hanno portato alla situazione corrente, i personaggi si muovono per cercare di cancellare il dolore per la perdita dei propri cari e tenteranno di ricominciare dalla linfa vitale del paese, i bambini orfani di strada. Rimasti senza famiglia a causa della peste nera (Dark Killer), sia Haminilda che Hook si sono rifugiati in un altro mondo; Haminilda ha iniziato a prostituirsi e Hook è diventato un guerrigliero. Eppure il loro dolore non passa, non si lava via con la rimozione, lo capiranno durante un lungo processo di elaborazione che li porta a comprendere che il loro paese è orfano proprio di una classe intellettuale che aiuti i bambini orfani a crescere e studiare per porre le basi per il futuro di una nuova nazione. Jean, infatti, è un personaggio propositivo in questo senso, anche lei ha perso la famiglia  a causa della peste nera, ma ciò non le hai impedito di continuare ad aiutare chi ha bisogno di ritrovare le proprie radici.

Sul tema della memoria, delle innumerevoli allegorie con cui Diaz ci delizia durante tutto il film ce n’è una molto potente; il dittatore Navarro va a trovare sua madre in una casa di cura e lei non lo riconosce, perché affetta da una forma di demenza senile. Lui, il potente generale la cui immagine gigante campeggia sui muri della città, scoppia in lacrime come un bambino, perché seppur riconosciuto e temuto da tutti, non viene riconosciuto dalla donna che l’ha messo al mondo. L’involuzione che Navarro compie, dall’inizio alla fine del film, è rappresentativa di molte figure dittatoriali, a cui Diaz fa chiaramente riferimento, e di cui racconta essere stata proprio lo spunto per The Halt, quando per strada ha ascoltato il monologo di un’anziana guida turistica e l’ha registrato: “I dittatori, i fascisti, i despoti, i folli capi, hanno tutti una predisposizione genetica che gli permette di dire al mondo che il loro pene è più grande. (…) Loro si credono di essere la voce di Dio e di altre creature mistiche che li avrebbero designati come degli eletti. (…) L’umanità, la cui propensione all’ignoranza conduce alla fabbricazione di miti, produce questo genere di psicopatici e mitomani. La complicità e l’apatia generale vi partecipano altrettanto. Ci sono numerose ragioni che spingono le persone a comportarsi in tal senso. Gli psichiatri e gli psicologi ne deducono che siamo tutti colpevoli, in diversa misura e in base al nostro livello di interesse. Chi sono loro, dietro le mura dei loro palazzi, delle loro proprietà, dei loro posti al solo e delle loro fortezze? E perché la pazzia è la sola forza che li possa far cadere?” 

L’ispirazione che Lav Diaz ha trovato in questo monologo, dal carattere senza dubbio universale, la ritroviamo su due livelli; il primo, nella figura di Navarro, il secondo, nella predisposizione genetica. Navarro è pazzo, e la sua pazzia gli sarà fatale, e anche sua madre ha problemi mentali; Jean è diabetica, e spiegherà ad Haminilda di non poter mangiare dolci perché la sua è una malattia ereditaria; Hook ha un  disturbo agli occhi, trasmesso geneticamente, che lo porterà ad essere cieco. Questo sembra voler essere un’altra potente metafora con cui il regista vuole legare indissolubilmente i suoi protagonisti al loro passato che, seppur doloroso o portatore di disagi, se incanalato nella giusta direzione può essere un modo per crescere. Se, invece, come nel caso di Navarro, coltivato nel delirio d’onnipotenza e circondato da eminenze grige pronte a fare di tutto per mantenere il potere, allora le conseguenze non potranno essere che nefaste.

La meravigliosa immagine che chiude The Halt, con un bambino che si trascina il pesantissimo telo di plastica raffigurante un’immagine gigante del dittatore, per donarlo a un amico che aveva bisogno di un tetto per la sua casa, racchiude esattamente il pensiero del film: rielaborare il passato coi suoi dolori per trovare la strada per un presente e un futuro migliori. Girato a Manila, le riprese si sono svolte interamente di notte, in un quartiere dove gli attori sono di casa, e per questo, nella protezione familiare e nella tranquillità del loro rapporto con Lav Diaz (per molti di loro è già la terza collaborazione) hanno girato in un clima tutt’altro che cupo. Lavorare con Diaz è da sempre una grande esperienza, poiché è una persona talmente profonda che riesce a ottenere il massimo da un attore, dandogli la possibilità di recitare al meglio e di restituire la magia sullo schermo. Magia che non passa mai inosservata.

Utlima modifica: 23 Maggio, 2019



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