Festival Orlando. Identità, relazioni, possibilità: Ni d’Ève, ni d’Adam di Floriane Devigne

Proiettato al Festival Orlando. Identità, relazioni, possibilità di Bergamo, Ni d'Ève, ni d’Adam scosta con cura un tabù (ne esistono ancora) e parlando della intersessualità ci offre un racconto sulla immagine e l’inadeguatezza. Il documentario di Floriane Devigne riveste perciò anche un rilevante ruolo divulgativo

  • Anno: 2018
  • Durata: 58'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Francia
  • Regia: Floriane Devigne

Due ragazze, una residente in Francia (a Parigi) e l’altra in Svizzera (a Losanna) intraprendono tramite mail uno scambio fatto, oltre che di
conoscenza reciproca, anche di introspezione. Il tema del loro confrontarsi è ciò che le accomuna: sono entrambe intersessuali. Cosa questo significhi viene, ad un certo punto, spiegato da una delle ragazze con un compendio limpido e senza drammi. Nello specifico è Deborah, la ragazza che vive in Svizzera a chiarire (indirettamente) allo spettatore cosa sia l’intersessualità. Nel mondo, circa 30 milioni di persone presentano caratteri inter-sessuati. Una stima non tanto distante dalla casistica che conteggia i nati coi capelli rossi ma a differenza delle persone coi capelli rossi gli inter-sessuati sono soggetti a problematiche non indifferenti: comprendere se stessi. Una scelta che in modo coercitivo va spesso a ricadere sui famigliari e sui medici. Il proprio essere orientato verso il maschile o il femminile viene violentemente preso a carico da terzi, il risultato è un intervento chirurgico che va a minare il naturale percorso identitario. Una medicalizzazione che può avere effetti devastanti su chi la subisce giacché non sei tu a decidere se sarai maschio o femmina. Nel documentario di Floriane Devigne l’identità viene descritta attraverso due punti di vista eterogenei. Da una parte c’è Deborah, a proprio agio con se stessa e alla ricerca entusiasta di
testimonianze. Dall’altra c’è M, la ragazza invisibile; di lei non vediamo il volto e il corpo. La sua figura è celata da un filtro che in alcuni momenti (attraverso un non-volto che cambia colore) viene reso meno anonimo ma che tuttavia rende bene – per immagine – lo stato d’animo di M. Tanto Deborah vive la realizzazione del proprio sé, tanto M ne è distante. Per M la questione dell’aspetto fisico è angosciante. Come lei ammette, si fa la doccia ad occhi chiusi; la sua
mente ed il suo corpo sono in pausa tra loro. Ad M capita di desiderare il non avere fianchi, glutei, gambe. A distanza dal proprio corpo e a distanza dal contatto con gli altri. Ecco quindi che la comunicazione con Deborah via via va ad assumere la forma di una riaffermazione. Allo stesso modo di M, Deborah ha vissuto lo shock di una rivelazione: sarebbe potuta essere un uomo, se solo si fosse deciso così. Da qui il lungo e spinoso viaggio all’insegna di non semplici interrogativi. Chi sono veramente? Cosa sarebbe successo se mi si fosse stata data una scelta? Questioni che sono un vero e proprio attraversare una palude “indossando una armatura fatta di piombo”, fino a rimuovere, come ha fatto Deborah, quei pesanti pezzi di armatura.

Dall’altra parte, M si spoglia ad occhi chiusi, canta e suona nella sua stanza, si nasconde dietro ai cuscini. Si nasconde al nostro sguardo invasivo e si nasconde da lei stessa. Deborah riveste quindi un ruolo importante. Lei (“dannatamente femminile”) è testimone di un equilibrio possibile. Va da sé quindi che non di sola scrittura possono nutrirsi i rapporti o, citando Marguerite Duras, la scrittura ci insegna a scrivere ma non potrà salvarci completamente. La salvezza
è quindi nella condivisione, nel dialogo, nel contatto.

Proiettato al Festival Orlando. Identità, relazioni, possibilità di Bergamo, Ni d’Ève, ni d’Adam scosta con cura un tabù (ne esistono ancora) e parlando della intersessualità ci offre un racconto sulla immagine e l’inadeguatezza, sul trauma di non poter rintracciare il proprio essere, sul bisogno di iniziare una rivoluzione dell’identità. Rivoluzione doverosa, per condannare l’assenza di scelta, l’invasione di una medicalizzazione che nel voler “correggere” rischia di distruggere. Il documentario di Floriane Devigne riveste perciò anche un rilevante ruolo divulgativo. Il parlare di ciò che viene obnubilato per denunciare i pericoli e per mostrare la possibilità di un riscatto. Per mostrare che dietro una parola sconosciuta si celano persone e non categorie.

GUARDA IL TRAILER >>

Utlima modifica: 22 maggio, 2019



Condividi