72 Festival di Cannes: Port Authority di Danielle Lessovitz (Un Certain Regard)

Port Authority, presentato in Un Certain Regard, è il bell’esordio al lungometraggio di Danielle Lessovitz, regista di San Francisco già attiva nel cinema e nella pubblicità, marchiato da una produzione esecutiva eccellente, quella di Martin Scorsese

  • Anno: 2019
  • Durata: 94'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Danielle Lessovitz

Port Authority, presentato in Un Certain Regard, è il bell’esordio al lungometraggio di Danielle Lessovitz, regista di San Francisco già attiva nel cinema e nella pubblicità, marchiato da una produzione esecutiva eccellente: quella di Martin Scorsese. La macchina da presa si immerge in uno dei luoghi simbolo della Grande Mela: senza radici, intersecato ed attraversato da diverse culture. E tra queste, anche la comunità LGBTQ lo elegge ad avamposto di congregazione, dove provare a costruire una vita incline alle proprie aspirazioni.

Insieme a Paul (l’affascinante giovinezza di Fionn Whitehead), appena arrivato a New York per tentare di non perdere l’unico legame di sangue in cui riconoscersi, veniamo catturati dall’energia e dalla luce tutta speciale di una ‘famiglia’ LGBTQ nera, nel movimento, nel ballo che esprimono e di cui si nutrono anche in un semplice bighellonare notturno. Soprattutto una donna di un fascino sorprendente attira la sua attenzione e la nostra. Paul, seguendo il gruppo e la magnetica Wye (l’icona LGBTQ Leyna Bloom), si addentra nella vita parallela di individui davvero liberi, capaci di essersi creati un cuscinetto contro la marginalizzazione, insieme uniti e con un’identità assolutamente salda e protettiva, che grazie al mondo del ballo hanno riempito le ‘faglie da accoglienza’ della cultura americana. È a questa famiglia, pian piano divenuta la sua famiglia, che Paul si lega, respinto dalla propria mezza sorella colta e borghese, il cui muro di indifferenza lo lascia in balia di una città ostica dove sopravvivere con lavoretti illegali, sfruttando chi è più debole, costretto a dormire in un ritrovo per senzatetto. Con Wye il rapporto diventa sempre più coinvolgente e le remore iniziali di lei naturalmente cedono: i due giovani semplicemente si innamorano di un amore puro, passionale, pieno di luce. Fino a quando Paul non scopre che Wye è un transessuale. Dopo un iniziale shock, il sentimento e il legame più forte prevalgono. La debolezza e la fragilità di Paul nell’esternare la verità sulla propria condizione di homeless, sul come riesca a sbarcare il lunario, lo porta a confezionare un castello di bugie verso Wye e la sua famiglia, che rischieranno di fargli perdere l’unico legame davvero importante per la propria vita.

Questo film ha la forza di invertire i ruoli, di mostrare come la cultura americana disumanizzi sia le persone che rifiuta, rigetta (immigrati, il diverso in generale), sia i suoi stessi figli, che dovrebbero beneficiarne in primis (Paul). Anche se si proviene da un luogo privilegiato, i bisogni umani essenziali non è detto che vengano appagati, realizzati. La realtà da ragazzo bianco che Paul si trova a vivere ed esternare anche nella ‘parodia da passerella’ nella famiglia LGBTQ nera simboleggia il concetto di minoranza, universalizzandolo. Port Authority scandisce l’underground newyorkese con il ritmo e la densità giuste, tra il buio e la luce di una mirabile fotografia e una macchina da presa che si fa largo dentro un pullulare umano, condensando esattamente il senso e il significato del vivere in questo universo urbano: i sentieri, gli spazi che ciascuno tenta di scavare, occupare, aggiungendo il proprio tassello di identità, a fatica, nell’istinto di sopravvivenza che dà anche le sue piccole gioie e conquiste davvero preziose.

Utlima modifica: 22 Maggio, 2019



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