72 Festival di Cannes: Tlamess di Ala Eddine Slim (Quinzaine des Réalisateurs)

Il regista tunisino Ala Eddine Slim torna con una storia in cui si possono trovare infinite chiavi di lettura. Quasi in assenza di dialoghi, assistiamo a due ore di film, portato avanti da una regia molto meticolosa

  • Anno: 2019
  • Durata: 120'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Tunisia, Francia
  • Regia: Ala Eddine Slim

In uno dei dialetti tunisini Tlamess significa lanciare una maledizione. Eppure il film è stato girato “con tanto amore” per usare le parole del regista, il tunisino Ala Eddine Slim, che torna con una storia in cui il protagonista, in totale solitudine, si rifugia nella natura. Ci si possono trovare infinite chiavi di lettura, come il pubblico prova a fare dopo la proiezione, una presa di posizione politica, un occhio all’ecologia, addirittura alle tematiche transgender, ma Ala Eddine Slim ha voluto raccontare, in piena libertà, la storia di un uomo che abbandona il sistema in cui è inquadrato, l’esercito, per vivere a totale contatto con la natura.

Quasi in assenza di dialoghi, assistiamo a due ore di film, portato avanti da una regia molto meticolosa, una fotografia che esalta il deserto da cui siamo circondati, sia quello vero che quello urbano, e una musica che accompagna l’agonia interiore del protagonista verso la sua fuga. Un soldato ottiene una settimana di licenza a seguito della morte della madre; la notte prima un suo compagno si è suicidato, (in una scena che molto ricorda il Full Metal Jacket di Kubrick) lo stesso compagno gli aveva aperto gli occhi sulla società e sulla guerra che stanno combattendo: “Quale terrorismo? Affamiamo le persone e poi le uccidiamo, per nessuna ragione“.

Ottenuta la licenza, il giovane soldato non farà più ritorno alla base. Inizierà una chiusura totale, che consoliderà con una fuga, con l’occupazione di un appartamento in un blocco di condomini di lusso, fino alla totale scomparsa in mezzo ai boschi. Sarà qui che avverrà l’incontro con una giovane donna, benestante, moglie di un uomo d’affari e, dopo vari tentativi di inseminazione artificiale, rimane incinta. Nonostante le iniziali resistenze della donna, la loro totale mancanza di dialogo (che avviene attraverso lo sguardo), lei piano piano si adegua allo stile di vita primitivo. Quando la donna, dopo aver partorito nonostante le difficoltà e lontana dalle comodità a cui è sempre stata abituata, si accorgerà di non avere il latte con cui nutrire il suo bambino, sarà l’uomo ad allattare il neonato, in un’immagine sicuramente lontana da qualsiasi immaginario, ma che chiude il cerchio di una storia, nata in mezzo a un arido deserto, con un suicidio e la morte di una madre, fatta di un percorso tortuoso, difficile, ma che nonostante tutto ci porta a scegliere la vita e la speranza per un mondo migliore; e la barca che il protagonista costruisce per prendere il mare verso una vita migliore ne è sicuramente una metafora potente.

Utlima modifica: 21 maggio, 2019



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