Da Lasciami entrare a The Border – Creature di confine: conversazione con Piodor Gustafsson, artefice e produttore di alcuni dei più grandi successi del cinema svedese.

Prima in qualità di membro dello Swedish Film Institute, poi come produttore cinematografico, Piodor Gustafsson è stato uno degli artefici dell’internazionalizzazione del cinema svedese grazie a film come Lasciami entrare, Uomini che odiano le donne, The Wife – Vivere nell'ombra e Border - Creature di confine, capaci di attirare l’interesse del pubblico e delle grandi Majors hollywodiane. Ospite del Nordic Film Fest 2019 abbiamo avuto il privilegio di poterlo incontrare

Prima di essere un produttore di successo hai rivestito il ruolo di consulente cinematografico presso lo Swedish Film Institute. Ciò ti ha permesso di avere una visione generale della macchina produttiva del tuo e degli altri paesi scandinavi. Volevo chiederti se esiste una legge sul cinema e, nel caso, come funziona.

Fino a qualche anno fa esistevano accordi separati in cui ogni elemento della macchina produttiva partecipava a questa organizzazione. Da qualche anno anche in Svezia è stata fatta una legge sul cinema che ha facilitato le procedure, dando modo agli autori di rivolgersi a un unico ente e non a dover contrattare con molteplici interlocutori: si tratta di un metodo più snello e organico che ha reso lo Swedish Film Institute indipendente dallo Stato e, dunque, più libero di operare secondo il proprio credo.

Sul piano pratico questo equivale a una maggiore e più libera espressione dei vostri autori?

Certamente! Con la nuova legge vengono garantite somme di denaro che vanno in mano a un unico consulente, responsabile di organizzare la produzione di determinati lungometraggi. In questo senso, autori e registi hanno una più ampia libertà d’espressione perché lo Swedish Institute è indipendente dall’industria e risponde solo allo Stato che gli dà i soldi e che è interessato a mantenerlo autonomo alla maniera di una vera e propria fondazione. I problemi sorgono qualora si abbia a che fare con un governo di destra, perché se i film non rispecchiano un pensiero più conservatore rischiano di ricevere meno soldi. In Danimarca, dove questa legge è in vigore da più tempo così succede: se noti le sue produzioni, pur restando qualitativamente alte, sono diventate sempre meno coraggiose e, per contro, sempre più omologate. Ad eccezione di quelle di Lars von Trier (ride, ndr).

Quindi se oggi nascesse un nuovo Lars von Triers come farebbe a realizzare i suoi film?

Finirebbe per farli in Svezia. Come peraltro è successo ad Ali Abbasi, il regista di Border – Creature di confine, il quale, nato e cresciuto artisticamente in Danimarca, si è dovuto rivolgere a noi per riuscire a dirigere il suo film.

Sei uno degli artefici dell’internazionalizzazione del cinema svedese con film come Lasciami entrare e Uomini che odiano le donne, capaci di attirare l’interesse del pubblico e delle grandi major. Film in grado di catalizzare talenti provenienti da altre arti – penso a Stieg Larsson o a Jo Nesbo – e di creare una sorta di star system attoriale. Come ci sei riuscito?

Quando divenni consulente dello Swedish Institute avevo già una lunga esperienza di cinema e televisione, oltre ad avere fatto un buon numero di serie d’animazione a livello internazionale, tra cui quella di Robin, andata in onda anche su MTV. L’ottica internazionale mi ha aiutato a non avere preconcetti e, dunque, a supportare il progetto migliore, senza favorire il nome o la notorietà del regista, ma valutando solo la qualità delle proposte. Se, per esempio, veniva da me un autore che aveva fatto tre film buoni ma il suo nuovo progetto era scarso, io non lo accettavo. Ero abituato a lavorare insieme ad altri quattro consulenti, ognuno specializzato in un preciso settore (documentario, animazione etc.). In tale contesto, mi sono posto la domanda su quale dovesse essere la visione generale del nostro operato e, soprattutto, che tipo di obiettivo volevamo raggiungere. Abbiamo lavorato tutti in direzione di una meta finale avendo l’idea di come raggiungerla.

Qual era la meta finale?

Era quella di puntare sull’originalità e sull’urgenza delle proposte, oltre che sul talento degli autori. In più, c’era da capire in anticipo il potenziale dei  film: quali tra questi erano destinati ai festival e quali al grande pubblico. Non sempre era possibile prevederne la destinazione, per cui qualcuno finiva per non essere né l’uno, né l’altro, ma l’importante era mantenere fermo questo principio. Un’altra cosa importantissima è stata la creazione di un triangolo creativo in cui regista, produttore e sceneggiatore si incontrassero per arrivare alla medesima visione. Quando ci riunivamo, lo scopo era capire se volevamo fare lo stesso film, e da lì si partiva per la fase di sviluppo. Prima che arrivassi, il principio era quello di dare pochi soldi a tutti, per cui si riusciva a supportare circa 30-40 film all’anno: con me siamo scesi a una ventina, in base all’idea che per aiutare la realizzazione di un film fosse opportuno elargire tutti i soldi necessari e non solo una parte. Nella mia esperienza di produttore – antecedente a quella di consulente cinematografico – mi sono rivolto spesso all’estero per reperire i finanziamenti, soprattutto quelli per l’animazione. Questo mi ha aiutato a tenere conto delle esigenze di un pubblico più ampio e di diversa cultura e, dunque, a realizzare opere capaci di parlare a un pubblico internazionale. Adesso sto per concludere una coproduzione con l’Italia e anche in questo caso essere consapevole delle esigenze del mio interlocutore, che poi coincidono con la volontà di fare un film che possa piacere al vostro pubblico, è stato fondamentale per riuscire a trovare la formula capace di soddisfare entrambe le parti.

Rispetto al triangolo creativo di cui mi hai appena parlato, in che maniera intervieni nello sviluppo e nella realizzazione del film?

Iniziamo in maniera molto analitica, stilando un documento dove, insieme a sceneggiatore e regista, mettiamo a fuoco le caratteristiche del film che vogliamo fare, di cosa dovrà parlare, a quale pubblico ci rivolgiamo, a come vogliamo che si senta lo spettatore quando esce dalla sala. Si tratta di un documento che va dalle cinque alle dieci pagine su cui lavoriamo per tre settimane e che firmiamo come un qualsiasi altro atto amministrativo. È a nostro uso esclusivo e non lo condividiamo con nessun altro. Nel momento in cui ci troviamo a parlare con produttori, finanziatori e potenziali partecipanti, i contenuti del documento sono una sorta di guida nelle nostre discussioni. Anche separati e a contatto con i rispettivi interlocutori, a cambiare è solo l’approccio ma non la sostanza, destinata a rimane sempre quella pattuita nel nostro accordo. Ogni eventuale cambiamento deve essere condiviso da tutti.

Mi sembra che più di altri il cinema scandinavo sia riuscito a offrire una visione della quotidianità estranea ad altre cinematografie, per la capacità di far convivere il reale con le dimensioni più nascoste e sotterranee dell’esistenza. Da dove viene questa peculiarità?

Crediamo nel nostro DNA culturale e siamo fiduciosi di poterlo esprimere in differenti forme cinematografiche. I registi svedesi sono molto ricettivi rispetto ai film che si fanno all’estero, ma ciò che apprendono rimane sempre connesso con il loro specifico bagaglio.

Conosci molto bene Tomas Alfredson per aver lavorato con lui quando ancora non era molto noto. Quali sono state le cose di lui che ti hanno colpito di più?

Come consulente dello Swedish Institute ho supportato Lasciami entrare e poi con lui abbiamo deciso di mettere in piedi una nostra casa di produzione. Lui sviluppò lo script con John Ajvide Lindqvist e insieme sono venuti da me per avere il mio aiuto. Conoscevo Tomas da lungo tempo e una delle sue qualità è sempre stata la chiarezza del film che voleva fare. Entra ogni volta nel dettaglio e poi ha due segreti che condivide con pochissime persone. Il primo è che da sempre ha dei brani musicali che rappresentano il film e che ascolta continuamente, durante la lavorazione ma anche prima, in fase di preparazione. Si tratta di musiche che non fanno parte della colonna sonora perché sono solo riferimenti che gli permettono di entrare nell’umore più adatto per girare. L’altro segreto è la capacità di mettere a punto il proprio dispositivo fino ai mini particolari. Per Lasciami entrare insieme al direttore della fotografia Hoyte Von Hoytema fecero uno studio approfondito degli aspetti visuali della storia, fino a quando decisero di avere come modello un noto pittore olandese. Questa è anche la ragione per cui la preparazione dei suoi film richiede tempi lunghi.

Di John Ajvide Lindqvist con cui hai lavorato anche in The Border – Creature di confine cosa mi puoi dire: che tipo di artista è?

Il modo di scrivere di John è molto visuale, la qualcosa rende molto facile per produttore e regista capire cosa ha in mente. Il suo materiale è sempre molto ricco di informazioni, tanto che una volta partito bisogna fermarlo perché potrebbe andare avanti all’infinito e scrivere centinaia di pagine.

Utlima modifica: 6 Maggio, 2019



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