La mia Sardegna: conversazione con Paolo Zucca, regista de L’uomo che comprò la luna

Sono bastati due film a Paolo Zucca per dotare il suo cinema di un'identità in cui la Sardegna è parte in causa quando si tratta di raccontarne miti, cultura e senso di appartenenza. L'uomo che comprò la luna conferma la predilezione del regista per una commedia in cui lo scarto di senso è il risultato della contrapposizione tra riso e pianto

  • Anno: 2019
  • Durata: 105
  • Distribuzione: Indigo Film
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Italia, Albania, Argentina
  • Regia: Paolo Zucca
  • Data di uscita: 02-May-2019

Con soli due lungometraggi mi sembra che il tuo cinema abbia fatto “in tempo” a trovare una propria identità. Volevo quindi parlare del primo aspetto di questa caratteristica, che è un po’ l’idea di factory che c’è dietro i tuoi film: da attori e tecnici a Geppy Cucciari, questa volta in veste di sceneggiatrice. È questo un aspetto che corrisponde alla realtà ?

Guarda, è andata così: la prima stesura del nuovo film l’avevo scritta quindici anni prima de L’arbitro, quando non conoscevo nessuna della persone a cui alludi nella domanda, durante la scuola di sceneggiatura alla RAI. Dopo molte esperienze e un film l’ho ritirata fuori dal cassetto, chiedendo a Barbara Alberti, che conoscevo molto bene, di cambiare qualcosa. Inizialmente la storia era ambientata negli Stati Uniti e il protagonista è americano, a differenza della versione finale, che si svolge in Italia. Lei mi ha proposto di coinvolgere Geppy, anche per il fatto di essere sarda e di avere un umorismo molto spiccato. Dopo averlo fatto, loro si sono messe in combutta, cominciando a incontrarsi di nascosto, ogni volta proponendomi cose piuttosto irrealizzabili che in parte lo sono davvero diventate, grazie alla new entry del produttore. Stesso dicasi per gli attori: quando ho scritto il film non conoscevo Jacopo e pensavo addirittura a un attore americano. Poi, però, lui e Benito si sono distinti per la loro bravura e professionalità. Se ci metti che, alla pari di Geppy, anche loro sono miei amici, mi è venuto spontaneo confermarli.

Quindi, diciamo, una factory tuo malgrado.

No. Dico di “buon” grado una factory, ma non si tratta di una scelta ideologica. Infatti, nel mio prossimo film non so se sceglierò le stesse persone, anche se mi piacerebbe. Questo per dire che non ci sono scelte a tavolino. In questo senso, ti anticipo che non ci sarà una trilogia e che questi due lungometraggi non saranno affiancati dalla continuità di un terzo. Di solito, se andiamo a leggere un manuale di storia del cinema non ce n’è una che sia andata bene, quindi io mi fermo prima. Nemmeno la saga de Il Padrino c’è riuscita.

Una seconda caratteristica è quella della presenza della Sardegna, che sotto l’aspetto del paesaggio, della cultura e del mito diventa uno dei protagonisti dei tuoi film.

Sono d’accordo. La Sardegna e l’esser sardi non fanno da sfondo al film ma sono centro e motore della storia. Anche ne L’arbitro c’è tutta una parte dedicata al cosiddetto codice della vendetta barbaricina, ma anche tutta la parte legata allo sport di terza categoria calcistica si lega al campanilismo della nostra cultura. L’arbitro e L’uomo che comprò la luna sono due film che dichiarano il loro tasso di sarditudine. Non dico che questo succederà anche nel futuro perché la Sardegna è ricca di spunti, ma non si può andare avanti all’infinito con gli stessi temi. Forse il prossimo sarà incentrato su qualcosa di meno territoriale.

Parlavi di una terza caratteristica.

Si, quella di passare in modo brusco e deliberato da toni comici a quelli tragici, da toni grotteschi a toni epici. Questo zigzagare tra toni e generi sì che è una scelta a tavolino. Credo che sia l’aspetto più profondo del mio lavoro autoriale, quello a cui tengo di più. Più che una battuta azzeccata, è la ricerca sullo spiazzamento dello spettatore, attraverso curve improvvise di genere e tono, che penso possa considerarsi una mia caratteristica personale che, tra l’alto, ritrovo in pochi autori. Quando mi chiedono a chi faccio riferimento rispondo con una buona dose di ironia e umiltà Shakespeare, perché è l’unico in cui ho trovato questi bruschi cambi.

Tra le cose che mi avevano colpito c’era proprio la commistione tra comico e tragico. A spiazzarmi era stato, per esempio, l’improvvisa sparizione – non diciamo come, per non svelare la sorpresa – di personaggi che sembravano destinati a concludere il film.   

Guarda, questo fa parte del mio gusto per la sorpresa, il colpo di scena, l’originalità. Vedo sempre più film, in particolare quelli americani, scritti con lo stampino e di cui si conosce già la fine, mentre penso che lo sceneggiatore abbia l’obbligo di non essere scontato. Io cerco di tendere a un massimo di imprevedibilità, però penso che sia il dovere di uno scrittore non lasciare che il pubblico preveda tutto quello che succede. Sul passaggio tra comico e tragico ti ho citato Shakespeare perché, a differenza della commedia italiana, il passaggio tra il riso e il pianto è netto, non fluido, repentino. Nella commedia all’italiana questi due aspetti si fondono insieme: da Risi e Monicelli a Benigni. Nella mia, invece, succede il contrario perché o prevale un tono o un altro.

È vero, perché per esempio vediamo il protagonista passare da una scena esilarante all’interno di un bar in cui sfida gli avventori alla morra a un altra dove, inaspettatamente, insanguinato e ferito, cerca di scappare ai suoi aggressori.

A questo proposito, la cosa più bella è sedersi tra il pubblico e vedere che, a un certo punto, le persone non sanno cosa fare, perché li sento ridacchiare ma poi, guardandosi intorno, si vergognano perché capiscono che non è il momento di farlo. Quando il pubblico rimane spaesato o ride in ritardo, perché viene da una scena drammatica, è la cosa che mi piace di più. Qui capisco di aver raggiunto il mio scopo. Sono i momenti più felici del mio lavoro.

Nei tuoi film, quindi, l’essere sardi si esprime sempre attraverso la reazione a un’invasione di spazio da parte dell’elemento esterno. Significativa, in questo senso, è la scena in cui vediamo il protagonista calarsi da una nave della Tirrenia e sbarcare a terra attraverso una fune, possibile metafora del sentimento di occupazione vissuto dagli isolani nei confronti delle orde di turisti che ogni anno arrivano in Sardegna. Il realtà, L’uomo che rubò la luna è cosi ancestrale che rimanda alla storia primordiale della Sardegna, con gli americani che, alla pari degli antichi romani, tentano invano di espugnare l’isola.

Nelle note di regia ho scritto che la storia è in parte ispirata a un episodio di Asterix che è Asterix va in Corsica. In particolare, in quelle pagine si racconta la regione francese con lo stesso affetto e leggerezza con cui volevo raccontare la mia terra. Il fatto che i due galli combatto contro dei conquistatori ti dovrebbe dire come alla base del film e all’idea di sardità c’è tutta una storia legata al colonialismo che parte dai cartaginesi, dai fenici e dai romani per passare ai genovesi, ai pisani ai Savoia. In Sardegna ci sono ancora dibattiti sulla necessità o meno di tenere i nomi delle vie date dai Savoia, oppure dimenticarcene per sempre. Quindi, la storia di isola colonizzata fa parte dell’immaginario di questo film. Tra l’altro, in Sardegna abbiamo tutta una storia di resistenza alle basi Nato e americane, perché l’isola è uno dei territori più colonizzati dal potere militare sia italiano che statunitense. Io ho soffiato solo sul fuoco, esasperando questi aspetti di indipendentismo dell’immaginario sardo, anche perché era funzionale a combattere gli americani come emblema di un colonialismo culturale. Partendo da una storia che risale agli anni prima di Cristo, spero di essere riuscito a creare una metafora più universale, con la Sardegna che diventa il simbolo di una visione del mondo più legata alla poesia, all’umanesimo e anche al contatto con la terra, contro i sommergibili americani, la forza bruta e, come dicevo, contro un certo colonialismo culturale che sento tutt’oggi presente. Lo so che l’anti-americanismo è un po’ fuori moda, ma quando porto mia figlia al cinema e non c’è altro che la Walt Disney in tutte le sale d’Italia io sento la cosa in questi termini. Sono parole un po’ forti, ma certe volte bisogna anche chiamare le cose con il loro nome.

A proposito di umanesimo e degli improvvisi cambi di tono, il tuo film diventa una specie di Divina Commedia ambientata sulla luna, con Kevin Pirelli accompagnato da un novello Virgilio nell’incontro con i grandi personaggi che hanno dato lustro all’isola.

Questa è una scena nata dalla combutta tra Geppy e Barbara, alla quale dapprima mi sono opposto e poi ho aderito in tutto e per tutto. Si tratta, peraltro, della sequenza che mi ha impegnato di più, anche perché ero terrorizzato dal commettere degli errori storici, quindi in tempi rapidissimi ho dovuto fare un tuffo nel passato della mia terra per non incappare in brutte figure che, per fortuna, non ci sono state. Tra l’altro, questa è la scena che ha scatenato l’orgoglio assoluto di tutta la frangia indipendentista ed è la parte che più ha inorgoglito il pubblico locale. Con essa ho cercato di fare qualcosa di epico: tu hai citato giustamente Dante, perché c’è un Virgilio a scortare il protagonista nel girone lunare. Lì ho scelto il rischio della retorica, utilizzando toni più epici.

Il paesaggio di L’uomo che comprò la luna mi sembra un incrocio tra il western e l’area 51. Questo per dire che il tuo film, per essere una commedia, ha delle immagini pulite ed equilibrate nella loro composizione. Ci sono molti campi lunghi e una fotografia che dà vita a sequenze ad alto tasso di visionarietà. Qualità, questa, non usuale per il genere al quale fai riferimento.

Per quanto riguarda la prima parte della domanda, ti dico che l’idea originaria del film nasce dal territorio, perché, per la landa lunare, abbiamo girato di giorno per poi intervenire sovrapponendo cieli notturni con la computer graphic. Però quel posto, se lo  frequenti di notte con il cielo stellato, ti dà la sensazione di essere sulla luna, perché è una distesa di crateri e roccia calcarea. Il soggetto è nato proprio da qui, perché ho iniziato a scriverlo in seguito alla notizia di un americano che vendeva dei lotti di “luna” e, quindi, avendo io la casa a poca distanza ed essendo infastidito dal proposito di questa persona, ho elaborato la storia. Quindi, il luogo – parliamo de Lo scoglio del genovese, vicino a Oristano – è quello e non c’è stato bisogno di modificarlo più di tanto.

Poi c’è la mia propensione per il western e il deserto, da cui nasce la mia frequentazione di questo territorio dove io vivo e che mi sta portando sempre di più a fare uno spaghetti western sardo, ovviamente sempre in chiave ironica. Gli aspetti visuali sono per me molto importanti. Sotto questo profilo, ti voglio citare Wes Anderson, che non è tra i miei registi preferiti ma ha un controllo su un mondo che non esiste. A lui riconosco una cura della messinscena e soprattutto della scenografia alla quale guardo con invidia, perché a me piace molto costruire un mondo con le coordinate che gli do io. Un universo ideale, incorniciato all’interno delle mie inquadrature e corrispondente a quelle che sono le mie esigenze di simmetria, armonia e di funzionalità della messinscena al racconto. Non è che vado nel mondo e filmo, ma proprio il contrario. Prima di iniziare a girare devo sempre avere in mente il mondo che voglio costruire. Diciamo che io faccio il contrario del cinema realista anche, seppur con le esagerazioni che mi appartengono, parto da cose esistenti. I giocatori di morra dentro il bar, che ad un certo punto trasformano la partita in una sorta di sfida di karatè, non sono parte di una situazione molto lontana da quella che ho visto in certe cantine.

Diciamo qualcosa di Jacopo Cullin, che per me è davvero una piacevole sorpresa.

In Sardegna Cullin è una vera e propria star, ma non come attore cinematografico, perché questo è il suo primo ruolo da protagonista, bensì per i suoi spettacoli comici e teatrali. Lui nasce come commediante. Poi, ha approfondito il mestiere dell’attore con i maestri dell’Actors Studio, in grado di fornirgli una grande preparazione tecnica. In più, ha una qualità più unica che rara in Italia, ossia quella di unire alla bravura e alla simpatia anche la bellezza. Ho lavorato con attori che hanno queste qualità ma non la medesima verve da commedia pura.

Ha una faccia mobilissima che gli permette di essere un divo americano e, allo stesso tempo, un personaggio da commedia di Pietro Germi.

Esatto. Lui ha queste corde che gli permettono di lavorare in direzioni opposte, dunque per il mio tipo di cinema è un attore ideale. Ripeto, un attore che riesce a reggere registri così diversi è difficile da trovare. Sono entusiasta del lavoro che ha fatto con me e spero davvero in una sua esplosione perché se la merita.

Angela Molina e Lazar Ristovski li hai scelti perché avevano un immaginario altro che poteva corrispondere a quello onirico e surreale della parte di film che li vede impegnati, oppure ci sono altri motivi?

Per quanto riguarda Ristovski, avevo cercato in Sardegna attori professionisti e non con una fisicità anziana al punto da giustificare che cinquanta anni prima avessero fatto una promessa d’amore e che fossero così carismatici da poter essere ancora perdutamente innamorati della moglie senza essere patetici. Sia lui che Angela li ho scelti innanzitutto per la fisicità. La Molina la vidi in un film catalan, Blancaneves. Vedendola ballare il flamenco, pensai che mi serviva una donna così in Sardegna. Attraverso il mio produttore, che conosceva l’agente, le facemmo arrivare la richiesta pensando comunque che non sarebbe stata interessata a una parte non così lunga come durata di pose. Invece, mi ha detto subito di sì. Per Lazar è successo che il nostro co-produttore albanese, incontrato una sola volta, avesse mostrato le foto di Ristovski e di Rade Serbedzija che aveva lavorato in Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick. Questi conosceva bene il primo ed è così che sono riuscito a ingaggiarlo.

Quali sono gli autori a cui ti senti più legato?

Come riferimenti sicuramente Mario Monicelli, a cui guardo sempre con stima e affetto e un po’ anche i fratelli Coen. Quelli di oggi sono sono lontani dalla commedia: il gigante assoluto è per me Paul Thomas Anderson. Non è un mio modello ma è di sicuro il più bravo.

Utlima modifica: 6 maggio, 2019



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